Assemblea di circolo PRC di C/mare del Golfo: Le riflessioni, i suggerimenti, le proposte.
4 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 16:24
Nell'assemblea di circolo PRC di sabato 06.12.2008 sono emersi spunti di discussione interessanti in una cornice fatta di uomini e donne animate da un grande voglia di fare politica. Non la politica fatta di rappresentanze e delegata ma politiche partecipate che nascono dal basso e che si nutrono della nostra passione di essere alternativi e comunisti, in un mondo, quale quello odierno, in cui regnano nichilismo e qualunquismo. In altre parole, animati dalla voglia di promuovere forme di partecipazione alla vita democratica che si nutrono delle nostre idee, delle nostre proposte e perchè no delle aspirazioni di noi, uomini e donne di Castellammare che vogliamo un domani migliore, per tutti e non per poche persone, ci siamo confrontati e abbiamo gettatto le basi per promuovere modalità diverse di pensare e fare politica.In prima analisi si è discusso su come e con quali forme di partecipazione alla vita democratica del Paese si vuole arrivare al cuore e alla mente della gente, arrivando infine a proporre nuove forme di organizzazione anche del Partito della Rifondazione Comunista, per meglio incidere nella complessa realtà socio-economica che caratterizza la nostra comunità.
In particolare, Francesca Gelfo ha proposto d'essere più presenti sia in consiglio comunale sia, soprattutto, tra la gente, in quei luoghi che sono gli unici, purtroppo, frequentati massivamente dalla gente (mercatini, supermarket, chiese) per potere dialogare e confrantarci con i cittadini in prima persona. Giusi Fontana ha proposto di discutere gli argomenti trattati in consiglio comunale studiando nel dettaglio i punti all'ordine del giorno affrontati in seno al massimo consesso cittadino. Per potere discutere delle questioni con cognizione di causa, la stessa Giusi, suggerisce la creazione di gruppi di studio che possono avvalersi anche di professionalità esterne per trattare nei contenuti e non solo nelle forme gli argomenti oggetto di discussione. Gabriele Fontana ha insistito sulla necessità di creare gruppi di lavoro, anche come possibilità di crescita politico-culturale del circolo. Margherita Bruno ha posto l'attenzione sul mondo della Scuola, dell'università e della ricerca, invitando il circolo ad essere più presente in seno al quel grande movimento dell'onda anomala. Riccardo Vivona ha voluto porre l'attenzione dell'assemblea sull'importanza della nostra presenza nel territorio e sul confronto con la gente. Le forme per dialogare in modo efficace con le persone, a parere di Riccardo, oltre alla presenza fisica, si devono esplicare attraverso il volantinaggio e il giornalino Rosso, redatto dal nostro circolo, per informare e formare i cittadini. Luigi Terazzini, dall'alto della sua esperienza, anche di consigliere comunale, ha consigliato di insistere nella pratica del volantinaggio al fine di informare i cittadini dopo, però, avere studiato i punti all'ordine del giorno discussi in consiglio comunale e dopo avere espresso un puntuale giudizio politico sugli stessi. Camillo Navarra ha voluto ribadire l'importanza della contro-informazione in un contesto in cui tutte le notizie e le informazione politiche sono filtrate dai mezi di informazione di massa. La contro-informazione, secondo Camillo, deve essere intesa come un servizio da rendere alla società da esplicarsi sia atrraverso il giornalino Rosso sia attraverso il blog. Sempre Camillo ritiene fondamentale la presenza nel territorio nella logica di un partito che dev'essere in ogni lotta e ritiene indispensabile sottendere tutte le iniziative del circolo all'identità comunista. Matteo Coppola ha consigliato all'assemblea di organizzare il circolo per settori tematici, ciascuno con un proprio responsabile. Lo stesso suggerisce la nomina di un responsabile, una sorta di addetto stampa, che si interessi di raccogliere tutte le informazioni sugli eventi politico-culturali che vengono promossi nel nostro territorio al fine di non trovaci impreparati. Ruben Stabile, appena eletto durante la riunione nuovo portavoce dei Giovani Comunisti di Castellammare del Golfo, ha proposto la creazione di forum tematici volti ad affrontare e sviluppare i temi di nostro interesse e con l'obiettivo di fare crescere culturalmente la nostra comunità. Lo stesso Ruben cosiglia la creazione, oltre al blog del PRC, di quello dei GC, corredato da un forum via web. Obiettivo principale, secondo Ruben, è quello di formare anche i nostri tesserati mettendoli in rete con gli altri compagni della provincia di Trapani. Leo Gallo ha espresso la volontà di studiare nel dettaglio quanto discusso nei consigli comunali avvalendosi del supporto tecnico di professionisti qualora non si comprendano i dettagli dei provedimenti e auspica il potenziamnto del blog e del giornalino Rosso. Loredana Anzelmo ha espresso la volontà di aprire una sede, cosa che stiamo tentando di fare, perchè questa, a suo parere diventerebbe un punto di riferimento e un centro di aggregazione importante, sopratutto, per quei tanti giovani che non riescono ad incontrarsi e dialogare tra loro. La stessa Loredana consiglia di verbalizzare tutte le riunioni al fine di creare un archivio del circolo. Saverio Mazzara ha voluto fare riflettere l'assemblea sul tema della cultura alla legalità. A tal fine ha proposto di progettare degli incontri per conoscere e riconoscere la presenza all'interno della nostra comunità della cultura mafiosa. A parere di Saverio è inutile parlare di trasparenza e legalità se prima non si affronta con criterio scientifico il fenomeno mafioso, che in quanto sistema di pensiero pervade le nostre vite e ci accompagna nel quotidiano. Saverio pertanto propone all'assembea la creazione di forum sul tema della cultura alla legalità e di studiare i meccanismi che stanno alla base del sentire mafioso.
Abbiamo voluto rendere pubblico il nostro modo di fare e pensare la politica, al servizio della gente. Ciascuno di noi all'interno della nostra comunità è importante quanto l'altro. Essere alternativi e comunisti ha per noi un significato profondo che viene riassunto efficacemente da queste poche righe:
"Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente".
Karl Marx
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gli effetti della globalizzazione sulle nostre vite.
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 21:49
Proviamo a capire qualcosa sul quel grande processo chiamato globalizzazione. Ci proveremo attraverso l'analisi condotta da Zigmunt Bauman nel suo libro intitolato: Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone. Da un punto di vista politico è lecito chiedersi come può esplicarsi la lotta politica oggi giorno senza una conoscenza approfondita di un processo tanto complesso da essere ignorato dai politici italiani.
Dentro la parola globalizzazione stanno molti più processi di quanto normalmente si pensa. "La globalizzazione divide tanto quanto unisce - scrive Bauman - Divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall’altro lato promuovono l’uniformità del globo".
E proprio da qui parte l’analisi di Bauman, sociologo e filosofo, massimo esponente del filone di pensiero che indaga criticamente la tardo modernità (e/o la postmodernità). Lo specifico dell’indagine di Bauman riguarda le conseguenze della globalizzazione sulla vita quotidiana delle persone. Uno studio del quotidiano. In particolare uno studio sullo "spazio", dimensione che tende a rarefarsi nel tempo della globalizzazione ma che segna due percorsi contrapposti. Da un lato l’élite della globalizzazione, il vertice, dall’altro le masse, la base.
Sostiene Bauman, "piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, l’annullamento tecnologico delle distanze spazio temporali tende a polarizzarla". Chi opera, infatti, nei pressi del potere finanziario (vero motore della globalizzazione) vive l’incorporeità del potere: non ha bisogno di luoghi deputati, è extraterritoriale e proprio per questo può isolarsi (in un nuovo apartheid) dal resto della popolazione che rimane tagliata fuori. La conseguenza è la fine degli spazi pubblici, la creazione di "non-luoghi". Ma la conseguenza più tragica è che l’abolizione degli spazi pubblici implica anche la crisi dei luoghi ove si creano norme, ove i valori sono discussi, negoziati, elaborati. In assenza di luoghi pubblici i giudizi su ciò che è buono/bello/giusto/utile... possono discendere solo dall’alto, da regioni imperscrutabili, da una élite lontana che non ha lasciato indirizzo di sorta e che rifiuta ogni interrogazione. Così, conclude Bauman: "Gli extraterritoriali entrano nella vita di coloro che sono vincolati al territorio solo come caricature; forse sono mutanti o mostri. Nel processo espropriano del loro potere etico i locali, privandoli di qualsiasi mezzo atto a limitare i danni" Turisti e vagabondi
Fra i 5 capitoli che compongono lo studio di Bauman (Tempo e classe, Guerre spaziali: una cronaca; E dopo lo stato-nazione?; Turisti e vagabondi; Legge globale, ordini locali) risulta particolarmente interessante il quarto: turisti e vagabondi.
Si tratta delle due tipologie in cui sono divisi gli abitanti della terra. Alcuni (pochi, in verità) possono fare i turisti mentre per tutti gli altri la sorte è quella del vagabondo.Il punto di partenza è la cosiddetta società dei consumi. Riflessioni ovvie: la nostra società non è più la società dei produttori (con al centro l’etica del lavoro e del sacrificio) ma la società dei consumi dove ciò che conta è produrre desideri, sedurre. La società tardomoderna ha insomma bisogno di impegnare i suoi membri nel ruolo di consumatori. Ovviamente anche i consumi devono essere "labili", instabili, temporanei altrimenti il volano del consumo si blocca. Consumare infatti non significa propriamente "inglobare", usurare, utilizzare quanto piuttosto "raccogliere sensazioni": "il desiderio non vuole soddisfazione. Al contrario il desiderio vuole desideri".
mentre tutti possono voler essere consumatori non tutti possono esserlo davvero. La stratificazione della società postmoderna è data dal grado di mobilità, ovvero dalla libertà di scegliere dove collocarsi. E qui entrano in scena i turisti ed i vagabondi.
Nel nostro mondo il semaforo segna verde per i turisti ma rosso per i vagabondi. I turisti possono muoversi ovunque, nessun controllo li ferma, essi non sono legati allo spazio. Al contrario i vagabondi non possono muoversi, sono legati al loro spazio ed al loro tempo.
Possono sembrare riflessioni puramente teoriche. Non lo sono.
Provate ad immaginarvi un giro per l’Europa: che differenza essere turisti italiani invece che profughi kosovari o curdi. O lavoratori rumeni. I primi sono turisti e vivono la versione postmoderna della libertà. I secondi sono vagabondi e sperimentano la versione postmoderna della schiavitù.
I vagabondi sono alla deriva: sanno che non staranno troppo a lungo in un luogo, per quanto possa loro piacere, perché non saranno bene accolti. I turisti si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (globale) è irresistibilmente attraente, i vagabondi si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (locale) è inospitale fino ai limiti della insopportazione. I turisti si muovono perché lo vogliono, i vagabondi perché non hanno altra scelta sopportabile.
Ma.. ancora... "il vagabondo è l’incubo del turista, il suo demone interiore: infatti nessuna assicurazione sul suo stile di vita protegge il turista dalla possibilità di scivolare nel vagabondaggio. Se si vuole un esempio si prenda i Kosovo. La classe media, ricca, colta del Kosovo: da un giorno all’altro scivolata dalla condizione di turista a quella di vagabondo.
Ma si prenda anche la classe media italiana: scivolare tra i vagabondi fa parte delle nostre inconsce paure ed angosce. Paure postmoderne, angosce quotidiane. Del resto il nostro stile di vita non è garantito, malgrado i nostri assillanti tentativi di rafforzare le mura della nostra fortezza.Al momento siamo dentro. Chi è fuori è fuori. E chi è fuori è un vagabondo da cui difenderci: ma siccome diventare vagabondi è il nostro rischio quotidiano tale condizione ci abitata come "perturbante": ci assilla, ci mette in crisi, ci spinge a comportamenti violenti.E chi è fuori è la massa.
E proprio da qui parte l’analisi di Bauman, sociologo e filosofo, massimo esponente del filone di pensiero che indaga criticamente la tardo modernità (e/o la postmodernità). Lo specifico dell’indagine di Bauman riguarda le conseguenze della globalizzazione sulla vita quotidiana delle persone. Uno studio del quotidiano. In particolare uno studio sullo "spazio", dimensione che tende a rarefarsi nel tempo della globalizzazione ma che segna due percorsi contrapposti. Da un lato l’élite della globalizzazione, il vertice, dall’altro le masse, la base.
Sostiene Bauman, "piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, l’annullamento tecnologico delle distanze spazio temporali tende a polarizzarla". Chi opera, infatti, nei pressi del potere finanziario (vero motore della globalizzazione) vive l’incorporeità del potere: non ha bisogno di luoghi deputati, è extraterritoriale e proprio per questo può isolarsi (in un nuovo apartheid) dal resto della popolazione che rimane tagliata fuori. La conseguenza è la fine degli spazi pubblici, la creazione di "non-luoghi". Ma la conseguenza più tragica è che l’abolizione degli spazi pubblici implica anche la crisi dei luoghi ove si creano norme, ove i valori sono discussi, negoziati, elaborati. In assenza di luoghi pubblici i giudizi su ciò che è buono/bello/giusto/utile... possono discendere solo dall’alto, da regioni imperscrutabili, da una élite lontana che non ha lasciato indirizzo di sorta e che rifiuta ogni interrogazione. Così, conclude Bauman: "Gli extraterritoriali entrano nella vita di coloro che sono vincolati al territorio solo come caricature; forse sono mutanti o mostri. Nel processo espropriano del loro potere etico i locali, privandoli di qualsiasi mezzo atto a limitare i danni" Turisti e vagabondi
Fra i 5 capitoli che compongono lo studio di Bauman (Tempo e classe, Guerre spaziali: una cronaca; E dopo lo stato-nazione?; Turisti e vagabondi; Legge globale, ordini locali) risulta particolarmente interessante il quarto: turisti e vagabondi.
Si tratta delle due tipologie in cui sono divisi gli abitanti della terra. Alcuni (pochi, in verità) possono fare i turisti mentre per tutti gli altri la sorte è quella del vagabondo.Il punto di partenza è la cosiddetta società dei consumi. Riflessioni ovvie: la nostra società non è più la società dei produttori (con al centro l’etica del lavoro e del sacrificio) ma la società dei consumi dove ciò che conta è produrre desideri, sedurre. La società tardomoderna ha insomma bisogno di impegnare i suoi membri nel ruolo di consumatori. Ovviamente anche i consumi devono essere "labili", instabili, temporanei altrimenti il volano del consumo si blocca. Consumare infatti non significa propriamente "inglobare", usurare, utilizzare quanto piuttosto "raccogliere sensazioni": "il desiderio non vuole soddisfazione. Al contrario il desiderio vuole desideri".
mentre tutti possono voler essere consumatori non tutti possono esserlo davvero. La stratificazione della società postmoderna è data dal grado di mobilità, ovvero dalla libertà di scegliere dove collocarsi. E qui entrano in scena i turisti ed i vagabondi.
Nel nostro mondo il semaforo segna verde per i turisti ma rosso per i vagabondi. I turisti possono muoversi ovunque, nessun controllo li ferma, essi non sono legati allo spazio. Al contrario i vagabondi non possono muoversi, sono legati al loro spazio ed al loro tempo.
Possono sembrare riflessioni puramente teoriche. Non lo sono.
Provate ad immaginarvi un giro per l’Europa: che differenza essere turisti italiani invece che profughi kosovari o curdi. O lavoratori rumeni. I primi sono turisti e vivono la versione postmoderna della libertà. I secondi sono vagabondi e sperimentano la versione postmoderna della schiavitù.
I vagabondi sono alla deriva: sanno che non staranno troppo a lungo in un luogo, per quanto possa loro piacere, perché non saranno bene accolti. I turisti si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (globale) è irresistibilmente attraente, i vagabondi si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (locale) è inospitale fino ai limiti della insopportazione. I turisti si muovono perché lo vogliono, i vagabondi perché non hanno altra scelta sopportabile.
Ma.. ancora... "il vagabondo è l’incubo del turista, il suo demone interiore: infatti nessuna assicurazione sul suo stile di vita protegge il turista dalla possibilità di scivolare nel vagabondaggio. Se si vuole un esempio si prenda i Kosovo. La classe media, ricca, colta del Kosovo: da un giorno all’altro scivolata dalla condizione di turista a quella di vagabondo.
Ma si prenda anche la classe media italiana: scivolare tra i vagabondi fa parte delle nostre inconsce paure ed angosce. Paure postmoderne, angosce quotidiane. Del resto il nostro stile di vita non è garantito, malgrado i nostri assillanti tentativi di rafforzare le mura della nostra fortezza.Al momento siamo dentro. Chi è fuori è fuori. E chi è fuori è un vagabondo da cui difenderci: ma siccome diventare vagabondi è il nostro rischio quotidiano tale condizione ci abitata come "perturbante": ci assilla, ci mette in crisi, ci spinge a comportamenti violenti.E chi è fuori è la massa.
La globalizzazione è una grande chance: può essere fonte di vita e benessere per tutti. Ma così non è stato e non è a tutt’oggi.
Anzi, nuove insicurezze sono diventate l’incubo quotidiano. Insomma le due facce della globalizzazione. Alla faccia dei neoliberisti che continuano a pensare ed a proporre la dottrina del libero mercato, della deregulation, della competition... come panacea di tutti i mali.
Senza accorgersi della contraddizione terribile che sta al fondo: oggi le merci hanno libertà di movimento assoluta mentre gli uomini no. I poveri, i vagabondi, gli esclusi sono inutili (non producono utili) e non devono muoversi. Devono starsene legati al nulla di uno spazio e di un tempo senza senso.
Anzi, nuove insicurezze sono diventate l’incubo quotidiano. Insomma le due facce della globalizzazione. Alla faccia dei neoliberisti che continuano a pensare ed a proporre la dottrina del libero mercato, della deregulation, della competition... come panacea di tutti i mali.
Senza accorgersi della contraddizione terribile che sta al fondo: oggi le merci hanno libertà di movimento assoluta mentre gli uomini no. I poveri, i vagabondi, gli esclusi sono inutili (non producono utili) e non devono muoversi. Devono starsene legati al nulla di uno spazio e di un tempo senza senso.
Etichette: cultura
Giovani Comunisti Castellammare del Golfo: eletto portavoce.
5 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 20:13
Al termine di un'animata e vibrante discussione sulle problematiche giovanili, i giovani comunisti di Castellammare del Golfo hanno eletto come loro portavoce Ruben Stabile, 20 anni, studente universitario di Scienze politiche.
Il nuovo portavoce auspica di mitigare il rischio del disagio giovanile attraverso pratiche culturali, sociali e politiche che possano fornire ai giovani una reale alternativa e di promuovere forme di partecipazione che favoriscano l'inserimento dei giovani nella politica.
Un altro obiettivo ambizioso che si propone di raggiungere il nuovo rappresentante dei Giovani Comunisti è quello della messa in rete dei vari circoli territoriali giovanili della provincia di Trapani, al fine di mettere assieme le diverse esperienze e bagali culturali, propri di ogni realtà.
Una frase significativa racchiude e riassume in nuce l'importanza della politica tra i giovani, una frase spesso ripetuta dal nostro nuovo portavoce:
anche se voi non vi interessate della politica, la politca si interessa di voi..
Etichette: circolo PRC Castellammare del Golfo.
L'indirizzo politico del consiglio comunale.
3 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 00:13
Per mesi abbiamo atteso che si rivelasse la vera natura politica del consiglio comunale di Castellammare del Golfo, apparso a tutte le persone di buon senso e quindi non pregiudizialmente schierate molto svogliato, per non dire inefficente. Da quanto emerso nel consiglio comunale di lunedì 1 Dicembre si evidenzia, come del resto era stato ampiamente detto dal nostro partito in campagna elettorale, una grande attenzione verso la speculazione edilizia, da anni spacciata come l'unica fonte di ricchezza del nostro Paese. Questa tendenza si manifesta attraverso l'introduzione di una serie di norme volte alla realizzazione di più operazioni speculative, fonte nel nostro Paese di danni piuttosto che di benefici per lo sviluppo del nostro territorio, soprattutto se si ragiona in tempi lunghi. Da troppo tempo si parla di speculazioni edilizie come l'unica possibilità per dare slancio alla nostra economia, con il solo risultato di aumentare il numero di gente sotto-pagata, che finito il tempo della speculazione si ritrovano col culo per terra senza nessuna prospettiva se non quella di trovare fortuna altrove, magari in qualche cantiere del nord Italia. Succede, infatti, che la Giunta ha presentato al Consiglio Comunale, solo alcune modifiche alle norme tecniche che disciplinano le modalità (parametri e indici di edificabilità) di attuazione del PRG, rispetto a quanto adottato dalla Commissione Straordinaria con la delibera 30, la maggioranza, rappresentata dal consigliere Bucca, stranamente, ha ritenuto, invece, necessario introdurre delle variazioni alle norme tecniche molto più "incisive".Quello che si delinea è un atto volto a dimostrare un'indipendenza del consiglio comunale dalla Giunta o piuttosto, come appare palese, una volontà di indirizzare verso posizioni più avventate e spregiudicate l'operato della Giunta Bresciani? Del resto prima o poi dovevano emergere le contraddizioni di una maggioranza unita soltalto da logiche di potere.
Etichette: politica locale
Di seguito viene pubblicato un comunicato stampa a firma del circolo metropolis e del comitato dei cittadini.
"La revoca del nulla osta per l’antenna di telefonia mobile di Scopello, annunciata dal sovrintendente Dott. Gini è una vittoria della mobilitazione dei cittadini e delle nostre associazioni. Essa scongiura un ulteriore sfregio al paesaggio attorno a Scopello, già minacciato da altri interventi edilizi dissennati, e pone fine a una farsa grottesca. Infatti resta incredibile che il progetto per l’antenna presentato dall’Ericsson, in cui nella relazione paesaggistica erano contenute delle evidenti falsità (Scopello diveniva una località sciistica alpina con vista panoramica sulla Valsesia e sul Monte Rosa!), sia passato inosservato dal nostro Comune e sia stato approvato a tempo di record dalla Soprintendenza di Trapani e dagli altri organi preposti (ARPA, Ispettorato Forestale, Genio Civile), di solito molto più attenti in altri casi meno significativi. Oltre che incredibile, la vicenda appare poco chiara e meritevole di ulteriori approfondimenti. Per questo esortiamo tutti gli organi competenti a contribuire a una maggiore chiarezza e a vigilare per la tutela del territorio e della salute dei cittadini.Noi per parte nostra continueremo la raccolta di firme contro l’antenna e la campagna di e-mail di protesta presso la Soprintendenza da tempo in atto, come segno della nostra continua vigilanza e della nostra volontà di non consentire che si possa ritornare indietro".Castellammare del Golfo 1/12/2008
Il Partito della Rifondazione Comunista invita i cittadini a firmare la petizione e comunica che è possibile controfirmare il documento anche presso la nostra segreteria.
Etichette: politica locale
Proposte del PRC su scuola, università e ricerca.
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 13:22
Per un riforma radicale della didattica: L’attuale offerta didattica è inadeguata. Lo schema del 3+2 e dei crediti non funziona e va dunque superato. Vanno poi corrette alcune pratiche. In primo luogo ci sembra che non sia più adatto l’attuale assetto basato sulla semplice lezione frontale. Se questo poteva avere un senso sessanta anni fa è oggi del tutto improponibile. Un simile sistema passivizza gli studenti e priva anche i docenti di un efficace feedback funzionale all’insegnamento e alla ricerca. Bisognerebbe dunque affiancare al modello della lezione frontale modalità didattiche di tipo seminariale. Questo presuppone classi di laboratorio di 30 o al massimo 50 studenti per docente e, considerando che ogni classe possa avere una media di 4-5 insegnanti, significa 1 docente per ogni 7-12 studenti in ciascuna classe. Per far questo servono naturalmente molti più docenti rispetto all’assetto attuale. Questo significa anche abbandonare l’attuale sistema disciplinare parcellizzato e ultraspecialistico. Se a livello di ricerca è concepibile che un docente si specializzi, a livello didattico servono soprattutto insegnamenti nelle discipline di base.Questa patologica proliferazione di discipline specialistiche è il prodotto di una antica norma che identifica la disciplina concorsuale con quella insegnata. Questo ci spinge a valutare la necessità di tornare a un modello di insegnamento che privilegi la parte generale e metodologica su quella speciale che oggi rappresenta la sezione più qualificante dell’insegnamento. Al centro dell’attività di formazione deve esserci in primo luogo lo studio metodologico di ciascuna disciplina; in secondo luogo, una panoramica generale dello stato della materia e solo in ultima analisi lo studio di aspetti specialistici. Questo significa ridurre le discipline di insegnamento dalle attuali migliaia, a poche centinaia, mediamente una quindicina per corso di laurea (salvo casi particolari). Le Università dovrebbero anche essere il luogo di formazione di consapevolezza critica e per far questo si dovrebbero creare le condizioni per la creazione di spazi di confronto e autoformazione che coinvolgano studenti e docenti, cominciando con lasciare maggiore libertà a studenti e studentesse nella definizione del proprio piano di studio senza ingabbiare il loro percorso formativo dentro schemi rigidamente precostituiti. Il dottorando come anello di congiunzione tra formazione e lavoro Il dottorato di ricerca costituisce il terzo livello della formazione universitaria, nel quale si dovrebbero fondere formazione e ricerca, i due elementi costitutivi del concetto europeo di università. Il dottorato dovrebbe quindi proporsi, a differenza di altri segmenti della formazione post-laurea, come un momento di formazione in cui si integrino la didattica tradizionale e la formazione attraverso l’attività di ricerca; e dovrebbe essere pensato in funzione non solo dell’accesso all’insegnamento universitario, ma più in generale al mondo del lavoro. A dispetto di un’impressionante crescita numerica, il percorso di dottorato è spesso poco qualificante, per nulla riconosciuto al di fuori dell’accademia e vittima di quel processo di “precarizzazione” ormai comune a tutto il mondo della ricerca. La condizione di precarietà è dovuta non solo alle caratteristiche dei corsi di dottorato che hanno spesso obiettivi formativi e finalità incerti, si caratterizzano per frammentazione e gestione personalistica da parte dei docenti, prevedono scarse o nulle attività scientifiche e formative e risultano scarsamente attrattivi a livello internazionale, ma anche dall’ambiguità nella definizione della condizione stessa del dottorando. Occorre una riforma organica del dottorato che riorganizzi i corsi sulla base di scuole di dottorato dotate di autonomia all’interno di regole nazionali e costituite intorno a un progetto chiaro di formazione alla ricerca che abbracci ambiti scientifici e disciplinari sufficientemente ampi. Le scuole dovrebbero essere sottoposte a processi di autovalutazione/valutazione e di rendicontazione dei risultati ottenuti, in modo da garantirne il valore formativo. Deve essere superata la figura del dottorando senza borsa. Oltre a determinare una condizione di lampante ingiustizia, la mancanza di autonomia economica indebolisce i percorsi formativi, non permettendo allo studioso di dedicarsi a tempo pieno alle proprie ricerche. Per questo la borsa di studio rappresenta la garanzia del valore del percorso di studio intrapreso oltre ad essere un riconoscimento sociale del lavoro di ricerca svolto. La lunga battaglia dei dottorandi per ottenere l’aumento dell’importo minimo delle borse di dottorato mostra la necessità di individuare meccanismi negoziali o automatici di revisione periodica delle borse, che tengano conto dell’inflazione e garantiscano condizioni di vita e di studio dignitose. Devono poi essere applicate a livello nazionale le raccomandazioni della “Carta europea dei ricercatori”: in particolare una Carta dei Diritti dei Dottorandi dovrebbe riconoscere: il diritto a una formazione di alto livello e a un rapporto trasparente e costante con il proprio supervisore sul lavoro di ricerca; il diritto a un trattamento economico che garantisca l’indipendenza economica e una vita culturalmente attiva; il diritto a un trattamento previdenziale equo; il diritto alla salute e alla maternità; il diritto alla partecipazione alla vita democratica delle università e ai suoi processi di valutazione, oggi largamente negato; l’accesso ai servizi di diritto allo studio; il diritto a un percorso realmente internazionale che consenta periodi di studio e soggiorno all’estero ; il diritto a chiedere una proroga per l’esame finale di dottorato qualora sia necessario un approfondimento della tematica di ricerca; il diritto a una informazione trasparente sulle opportunità di lavoro che il titolo di dottore di ricerca può aprire e il diritto ad essere informati sulle possibilità e sui finanziamenti alla ricerca, sia pubblica che privata, a cui il dottorando può accedere durante e dopo il conseguimento del titolo. Ricerca, precarietà, lavoro La didattica è strettamente legata alla ricerca. Se si ritiene il sistema della conoscenza un luogo strategico per lo sviluppo del paese, le politiche relative a questo settore devono essere trasformate e la produttività deve essere valutata partendo dall’impatto su tutti gli altri settori della vita sociale, come l’elevazione del tasso culturale, la diffusione delle nuove tecnologie, la socializzazione dei saperi. Pertanto non è possibile legare l’assunzione di nuovi ricercatori ai pensionamenti, bloccando di fatto ogni possibilità di incremento del settore dell’università. Per esempio, il rapporto tra studenti e docenti, deficiente se si considera il solo personale strutturato, ritorna corretto se si includono i docenti a contratto. Si deve affermare con chiarezza che il personale necessario affinché l’università svol ga con efficacia i propri compiti può essere quantificato a tutt’oggi intorno alle 120.000 unità, che si spera possano moltiplicare i bisogni di sapere alto e diffuso. Non si deve consentire che uno stesso individuo possa essere titolare di contratti precari per lunghi periodi. Un limite ottimale potrebbe essere di 4 anni, con meccanismi di programmazione che evitino intervalli fra un contratto e l’altro. Tenuto conto dei 3 di dottorato di ricerca, una norma che vieti di stipulare nuovi contratti dopo il quarto anno, porterebbe a una età massima di circa 31-32 anni per una trasformazione del rapporto da temporaneo a tempo indeterminato. La norma dovrebbe anche prevedere una correlazione fra l’erogazione di contratti a tempo e le previsioni sul fabbisogno del personale e i futuri accessi, in modo che trascorsi i 4 anni, l’università o l’ente di ricerca possano immettere in ruolo una parte dei ricercatori e, attraverso la creazione di appositi uffici, agevolare l’inserimento degli altri nel mercato del lavoro. I contratti a tempo in università ed enti di ricerca devono rispettare i più elementari diritti del lavoro (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali adeguati, copertura anti-infortunistica). Attualmente questi diritti sono riconosciuti solo ai ricercatori con contratto a tempo determinato, per cui si propone di mantenere solo una forma di contratto a tempo. Nella fase di transizione sarà chiaramente necessario riconoscere immediatamente i diritti del lavoro fondamentali a tutte le forme contrattuali precarie in tutte le pubbliche amministrazioni. Diversamente da quanto accade nel resto d’Europa e nei bandi dello European Research Council in Italia le possibilità di accesso ai finanziamenti da parte del personale non strutturato sono pressoché inesistenti. Occorre rimuovere al più presto questa anomalia che limita lo sviluppo di nuove idee e l’acquisizione di maturità scientifica da parte dei ricercatori più giovani, favorendo un sistema nel quale molte carriere si svolgono sempre all’ombra dello stesso docente più anziano. Un ricercatore, sia esso strutturato o meno, deve poter essere il responsabile primo di fondi di ricerca, in modo da sperimentare sin da subito la reale assunzione delle responsabilità. Il ruolo del professore universitario deve essere unico. Nessuna differenza funzionale è oggi riscontrabile tra professori ordinari, professori associati e ricercatori; l’unica ragione dell’esistenza si limita oggi solo a una sorta di ricattabilità continua per la concessione di passaggi di fascia. Deve essere quindi superata la necessità di fare concorsi nei passaggi a fasce superiori. Occorre evitare che durante il percorso lavorativo il docente ricominci daccapo per tre volte, con periodi di straordinariato che, allo stato attuale, hanno per un verso l’effetto di penalizzare l’interessato/a dal punto di vista dei contributi pensionistici, per un altro il mantenimento di una spada di Damocle sul suo capo. La carriera unica potrà inoltre consentire coerentemente di costruire una scala retributiva unica, suddivisa in scatti legati sia all’anzianità che alla valutazione dell’operato del docente su didattica, ricerca e organizzazione. Il problema delle retribuzioni dei docenti andrà affrontato e risolto riportando i valori al livello delle retribuzioni europee, diminuendo la forbice tra i docenti all’inizio di carriera e coloro che sono al termine della stessa. In coerenza con la proposta di unicità della carriera docente, assieme all’eliminazione dello straordinariato è necessario confermare l’abolizione del fuori ruolo, dando un chiaro segnale di rinnovamento in direzione del ringiovanimento dei docenti universitari che sarebbe peraltro utile dal punto di vista del risparmio della spesa. Nelle more di una riorganizzazione virtuosa e legittima dal punto di vista scientifico e organizzativo, va comunque affrontata immediatamente la questione del riconoscimento del ruolo di professore agli attuali ricercatori e della gestione temporanea dei ruoli della docenza. L’introduzione della terza fascia docente è anche necessaria per poter mantenere l’attuale livello di offerta didattica, cercando nel contempo di razionalizzare e ridurre il numero di corsi di laurea, definendo i requisiti minimi più stringenti. A tale riguardo rimane attuale il nesso tra l’introduzione della terza fascia e la distinzione tra reclutamento e avanzamento di carriera. A tale proposito, i concorsi dovrebbero essere banditi solo per il reclutamento dei docenti, prevalentemente nella terza fascia, senza escludere la possibilità di ingressi per concorso direttamente a fasce pi&u grave; alte in caso di personale proveniente dall’estero o da altra amministrazione. I passaggi da una fascia all’altra andranno gestiti con criteri di valutazione rigidi, con obiettivi trasparenti e prefissati e con chiare modalità di attuazione che riducano al minimo la discrezionalità, fungendo così da stimolo alla crescita professionale dei docenti e dei ricercatori non strutturati. Tali criteri dovranno essere diversi a seconda delle discipline interessate e commisurati agli standard internazionali, ridiscutendo a questo riguardo una logica di valutazione basata solo su rigidi schemi quantitativi. Etichette: Politica nazionale
La vicenda dell'antenna di Scopello sembra avviarsi ad una conclusione positiva, stando alle parole del soprintendente Giuseppe Gini, il quale ha assicurato che l'autorizzazione concessa alla Ericsson Telecomunicazioni verrà revocata da subito, vista la vicinanza con la torre Bennistri.Al di là delle polemiche e discussioni suscitate dalla clamorosa svista della soprintendenza che non aveva posto attenzione alle note decrittive della relazione paesaggistica a corredo del progetto presentato dalla Ericsson Telecomunicazioni in cui Scopello veniva descritta come una località delle Alpi a 659 metri sul livello del mare, ci preme sottolineare come il risultato raggiunto sia da attribuirsi al circolo Metropolis, che per primo ha denunciato i risvolti del caso.
Questa precisazione si inquadra nel contesto di totale assenza dell'amministrazione comunale, che solo in un secondo momento e colpevolmente si è accorto dello strano caso e tardivamente ha preso posizione contro lo scellerato progetto della Ericsson Telecomunicazioni.
Perchè la politica è anche tempestività.......
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