I lavoratori e le lavoratrici dimostrano che l'unità è possibile, soprattutto contro i contratti separati e i sindacati che li approvano.
Di seguito riporto alcuni articoli che danno un quadro generale sulla giornata di sciopero di ieri 13 febbraio e che analizzano gli scenari e le preoccupazioni conseguenziali alle politiche del governo Berlusconi che attentano all'unità sindacale eche metteno in risalto come l'unià dei lavoratori con le forze politiche radicali sia la base per iniziare una lotta efficace.


Una giornata particolare
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 14/02/2009

Un operaio metalmeccanico che decide di scioperare, in piena crisi, paga un prezzo esorbitante. Non perde soltanto una giornata di salario: se l'azienda in cui lavora è in cassa integrazione - il beneamato ammortizzatore sociale che si mangia il 40% dello stipendio - consegna alla lotta anche un pezzo di tredicesima e di ferie. Un impiegato pubblico che sciopera, dopo un contratto separato siglato da Cisl e Uil e il taglio dello stipendio deciso dall'immarcescibile ministro Brunetta, fa una scelta quasi eroica. E se la tuta blu e il colletto bianco partono uno dal Sulcis in pullman, poi in nave e ancora in treno e l'altro viaggia per ore e ore da Aosta per venire a manifestare a Roma, vuol dire che non pensano solo al loro salario. Non pensano esclusivamente ai diritti di chi vive di sola busta paga con cui paga le tasse anche di chi vive del suo lavoro, o agli accordi separati e al contratto nazionale. Pensano all'intera collettività, a un paese che un governo autoritario e quasi golpista sta impoverendo e rendendo più ingiusto, un paese aggredito nella sua costituzione materiale e in quella formale. Pensano ai loro ex compagni di lavoro, giovani precari e migranti rimandati a casa per primi perché non hanno diritti. Pensano all'edile romeno, arruolato al nero da un caporale, che è precipitato da un'impalcatura ma non può andare in ospedale a farsi curare perché rischierebbe di essere denunciato ed espulso con il marchio di clandestino. Pensano persino a Beppino Englaro e alle migliaia di uomini e donne, corpi e cervelli sequestrati dai padroni di uno stato che si pretende onnipotente («volete far vivere i morti e far morire i vivi»). Una volta, con un po' di retorica, si parlava dei lavoratori come classe generale, quelli che liberando se stessi dall'oppressione del capitale avrebbero liberato tutti. Ripartiamo da dov'eramo rimasti: lo sciopero e la manifestazione di ieri, organizzati con coraggio dagli operai metalmeccanici della Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil, sono gesti di grande generosità e, al tempo stesso, sono il primo atto d'opposizione di massa al peggior governo d'Europa, un governo che prima nasconde la crisi, poi la sottovaluta, quindi la usa per ridisegnare i rapporti di potere e redistribuire la ricchezza, taglieggiando i salari per ingrassare i profitti e le rendite. Ieri a Roma erano diverse centinaia dimigliaia le tute blu e i colletti bianchi che hanno compiuto questo gesto di generosità per difendere i diritti sociali, civili, di cittadinanza di tutti noi. Una speranza, una scommessa, un atto d'orgoglio hanno messo le gambe alla parte migliore del paese che ha attraversato Roma lungo tre direttrici, dalla Tiburtina, dall'Ostiense e dall'Esedra per convergere su piazza San Giovanni. Molte più persone di quante la piazza storica delle manifestazioni nazionali potesse accoglierne. C'erano tutte le facce del lavoro a Roma, uomini e donne con cittadinanza italiana, con visti di soggiorno osenza niente, con contratti di ogni tipo, colore e tutela, o senza alcun contratto. C'erano i sik di Reggio Emilia con il turbante il testa e la bandiera della Fiom in mano, qualche cordone più in là ecco i vigili di Bari e i dipendenti delle Finanze di Pistoia, le vittime e i parenti delle vittime e il popolo inquinato dalla diossina e dall'amianto dell'Italsider di Taranto o dei cantieri navali di Monfalcone. C'erano tanti cassintegrati delle famiglie bene del capitalismo italiano: Agnelli (dagli stabilimenti Fiat di tutta la penisola e della Sicilia), Marcegaglia (nelle cui fabbriche si continua amorire di lavoro), Merloni (i vari fratelli elettrodomestici uniti nei licenziamenti), Montezemolo (leggi Ferrari oppure Maserati, dove si espellonoi precari e si licenziano i delegati e i militanti Fiom che sostengono la lotta dei loro compagni meno «garantiti). C'erano le tante persone che si occupano di garantirci i beni comuni e quelli il cui lavoro è finalizzato alla cura di tutti noi, c'era anche chi ci fa lemulte e chi ci fa le lastre all'ospedale. Uguali e diversi, direbbe Moretti. I piemontesi, quelli che lavorano alla linea di montaggio gomito a gomito con quelli che prestano servizio nella corsia di un ospedale, scendono dalla stazione Ostiense verso la Piramide Cestia dietro uno striscione unitario con i simboli dei due sindacati promotori. Lo striscione dice ai romani che c'è chi cerca di dividere - i padroni e il governo - e chi unisce - la Fiom e la Funzione pubblica. E dire che una volta l'operaio alla linea dimontaggio e quello al pronto soccorso, o al catasto, si guardavano quasi in cagnesco. E' avvenuto un quasi miracolo. «Fannullone sarà lei», scrivono a Brunetta. Fanno tenerezza e danno speranza i due operai della Bonfiglioli di Bologna che alzano con rabbia e orgoglio le bandiere della Fim- Cisl. A chi si congratula con loro per il coraggio con cui hanno rotto una disciplina talmente ferrea da far pensare al sindacato bulgaro nel 1960 più che al sindacato cattolico italiano del 2009, rispondono «è un dovere e una scelta essere qui». All'esagitato che grida «buttate quella bandiera», invece, fanno notare: «siamo qui a lottare con voi, che vai cercando?». Per tutti suona la banda Bassamusica di Bari Carbonara. Uffici e officine, operai e impiegati: sono loro stessi un bene comune. Producono ricchezza per tutti, crisi permettendo, e pagano per tutti. Producono servizi e cioè maggiore ricchezza. Sono i lavoratori, quelli che per decreto di Bonanni e Angeletti non possono neanche dire la loro con un voto su un accordo separato che distrugge il sistema contrattuale italiano. Quelli che quando protestano vengono manganellati e denunciati dalla polizia, com'è capitato agli operai dell'Alfa di Pomigliano che rischiano il lavoro «in una regione in cui il lavoro è merce rara», o a quelli di Innse di Milano. Riescono persino a occuparsi dell'ambiente i dipendenti della Fiat: vorrebbero fondi per la ricerca per liberare l'automobile dal petrolio, non regalie a pioggia con la rottamazione. Non si accontentano di sopravvivere alla crisi, vogliono tentare di costruire un mondo post-crisi un po' più vivibile per tutti, meno puzzolente, meno disoccupato, meno ingiusto. Gli ospedalieri, dal canto loro, vorrebbero fare gli infermieri e i medici per curare i migranti malati, certo non i delatori per farli espellere da un governo razzista, «come dice Famiglia cristiana». Sono tutti molto, ma molto incazzati, non sono rassegnati né minoritari, anche se Cisl e Uil li hanno abbandonati per salire sul carro del vincitore, anche se la sinistra non c'è più, intendendo per sinistra una forza politica parlamentare solidale con il mondo del lavoro, dunque di parte, senza «ma anche». Ci sono frammenti di sinistra, qua e là si incontrano in corteo o sul palco, ma hanno altro a cui pensare: le elezioni europee. A un importante dirigente del Pd che guarda dal palco una piazza san Giovanni stracolma, rossa ed esperta, chiedo in amicizia e non da cronista: «Cosa pensa di tutto questo il tuo partito?». La risposta, in amicizia, è agghiacciante: «Dipende da come andranno le elezioni sarde. I sondaggi sono incoraggianti. Soru ha rimontato 10 punti». Nonostante lui e nonostante tutti gli assenti, ieri i lavoratori pubblici e i metalmeccanici scesi in campo per difendere salari e diritti, democrazia e Costituzione. Hanno battuto un colpo. Speriamo che non siano diventati tutti sordi.

Democrazia al lavoro
di Dino Greco
su Liberazione del 14/02/2009

Quello che speravamo e che era sommamente necessario per scuotere l'inquietante atmosfera in cui imputridisce la politica italiana è infine accaduto. Il lavoro, non nella sua astratta espressione sociologica, ma con i volti di donne e uomini "in carne ed ossa" ha fatto sentire la propria voce. Talmente forte e chiara da rendere risibile l'ennesima, stucchevole querelle sul numero dei partecipanti. Il fatto incontrovertibile è che per le vie di Roma è scorso un fiume in piena: lavoratrici e lavoratori sono scesi in sciopero nel bel mezzo di una crisi devastante che mette in gioco i loro posti di lavoro, la loro vita, il loro futuro, disposti a farsi carico di un'ulteriore decurtazione salariale per render chiaro a tutto il Paese, ad un governo imbelle e protervo, ad una tracotante Confindustria, che non sarà facile scaricare sui più deboli i costi del disastro economico. E che quanti hanno stipulato l'accordo separato che li deruba di salario, diritti, democrazia troveranno pane per i loro denti. Merito di Fiom e Fp quello di avere compreso la natura e la profondità di questo attacco. Rivolto, sì, in primo luogo, contro le persone che lavorano, ma luciferinamente organizzato anche per colpire quella parte del sindacato che non intende rinunziare ad un'autonoma rappresentanza del lavoro, che non si piega ad un ruolo servile nei confronti dell'impresa. La storia patria, da quella più antica a quella più recente, come quella continentale e d'oltre oceano, ci rende avvertiti che ogniqualvolta il sindacato è stato sconfitto (i controllori di volo nell'America di Ronald Reagan, i minatori di Arthur Scargill nell'Inghilterra di Margaret Thatcher) è l'insieme dei rapporti sociali che ne è uscito sconquassato, generando povertà, solitudine, disuguaglianza. E una drammatica implosione della democrazia. Oggi, siamo noi a vivere su questo crinale. Reso ancor più ripido dal più organico tentativo mai messo in atto, da sessant'anni a questa parte, di archiviare la Costituzione Repubblicana. Siamo cioè di fronte ad una riedizione di quella che lo storico Giovanni De Luna ha definito come «la latente tentazione antidemocratica della borghesia italiana», che oggi si sposa al sovversivismo clerico-fascista di una classe politica dirigente ignorante, corrotta e aggressiva. Credo che tutto questo abbiano capito - con quell'immediato istinto politico di cui tante volte hanno dato prova - le proletarie, i proletari che ieri sono così in tanti convenuti a Roma. Essi hanno avvertito il pericolo mortale, il bisogno di reagire direttamente, subito, in proprio, senza deleghe. Viene da lì un messaggio che è politico e morale insieme: provare ad ostruire una strada e ad indicarne un'altra, con una intelligenza dei fatti ed una determinazione che altrove latitano. Allora servono due cose: la continuità della lotta sociale, battendo colpo dopo colpo, ancora e poi ancora, finché il ferro è caldo. Ed un ruolo politico della sinistra, a partire dal Prc, sempre più necessario di fronte allo sconfortante cerchiobottismo del Pd.

Non ci fermiamo qui
di Antonio Sciotto
su Il Manifesto del 14/02/2009

Un fiume di persone, per la prima volta pubblici e metalmeccanici insieme. Un bel colpo d'occhio, soprattutto perché ieri non si manifestava solo per il salario e il contratto, contro la precarietà e la crisi, ma al centro delle preoccupazioni dei lavoratori ci sono anche i diritti, la Costituzione, il rispetto dei migranti. Tutto quello che il governo sta velocemente erodendo. Lo ha spiegato Gianni Rinaldini, leader della Fiom, nel suo intervento dal palco davanti a una piazza stracolma, almeno 700 mila persone secondo il sindacato: «Dobbiamo contrapporre la solidarietà all'odio, l'intolleranza e la divisione che diffondono il governo e la Confindustria: attaccano il diritto alla salute, con la misura sugli extracomunitari, manganellano gli operai di Pomigliano e dell'Innse, vogliono sterilizzare il Testo Unico sulla sicurezza perché - dicono - costa troppo alle imprese». E così il segretario della Fp, Carlo Podda, ha invitato i medici all'«obiezione di coscienza»: «Io curo, non denuncio», è l'efficace adesivo che i medici di tutta Italia sono invitati a esporre davanti agli ambulatori, per comunicare agli immigrati di non avere paura. E il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha detto che «la mobilitazione continuerà»: «Sciopero dopo sciopero riusciremo a far cambiare la politica economica del governo». Ed ecco i prossimi appuntamenti: «Il 5 marzo la manifestazione dei pensionati, poi uno sciopero della scuola, e il 4 aprile tutta la confederazione al Circo Massimo». A colpire la Cgil, in mattinata, le dichiarazioni del cislino Raffaele Bonanni, che aveva bollato lo sciopero come «politico, dal sapore di sinistra novecentesca». Epifani ovviamente non ha fatto nomi, ma dal microfono ha parlato di «qualche grillo parlante che non rispetta i lavoratori che fanno sciopero». Poi è passato a criticare il governo, ricordando lo «sciopero generale del 12 dicembre»: «Abbiamo chiesto tanti interventi, ma finora cosa abbiamo visto? La crisi è eccezionale, e tutti gli altri paesi hanno stanziato cifre molto più grandi del nostro: sta sbagliando tutto il mondo o sbaglia il nostro governo? Mancano sostegni a chi perde il lavoro: la gran parte dei lavoratori non ha sostegni dopo che perde il posto, e molti sono costretti a vivere con una cassa di 650 euro al mese per diversi mesi. Per loro che si sta facendo? Grazie anche alle nostre lotte, c'è un accordo sugli ammortizzatori, ma allora che siano subito esigibili questi 8 miliardi, non si aspettino i tempi della Ue». Epifani ha poi proposto che altre risorse vengano trovate «alzando la tassazione, anche solo per due anni, a chi ha redditi sopra i 150 mila euro annui», anche perché, sul fronte tasse, nel 2008 «quelli che hanno pagato di più sono stati dipendenti e pensionati, anche a causa del fiscal drag, mentre si allentano i controlli sugli evasori fiscali». Quanto al modello contrattuale, Epifani attribuisce la maggiore responsabilità al governo, «che ha voluto dividere», ma poi aggiunge che «lo ha voluto anche la Confindustria». «Entrambi - spiega - hanno fatto un errore imperdonabile». Su questo fronte ha insistito molto anche Rinaldini: «L'accordo firmato è brutto, e per quanto ci riguarda non siamo disponibili ad applicarlo. Però siamo venuti con spirito unitario: Cisl e Uil accettino di sottoporlo al voto dei lavoratori, e se loro diranno sì, allora noi firmeremo quell'accordo». Rinaldini ha aggiunto che «è importante che la Cgil abbia chiesto il referendum, e siamo a uno spartiacque: è chiaro che d'ora in poi tutti gli accordi, per tutte le categorie, dovranno essere chiusi con un voto unitario».Sul tema della democrazia, è tornato quindi anche Epifani, rivolgendosi a Cisl e Uil: «Possiamo avere opinioni diverse, ma è proprio questo il momento di andare davanti ai lavoratori e farli votare. Che senso ha chiamarli a esprimersi solo quando siamo d'accordo?». Sempre sul fronte democrazia, ma estendendola a tutto il Paese, Epifani ha attaccato la misura della Lega che permette di denunciare gli immigrati, e le ronde: «Chi mi assicura che una ronda non attaccherà l'altra? Avremo ronde di diversi partiti? Potenziamo piuttosto la sicurezza pubblica». Poi, contro le ultime uscite del presidente Berlusconi, ha detto che la Cgil «difenderà la Costituzione con le unghie e con i denti».Altri riferimenti ai progetti del governo li hanno fatti Rinaldini e Podda. Il segretario Fiom ha messo in guardia rispetto al consiglio dei ministri che si terrà tra 10 giorni, quello che si propone di riformare il diritto allo sciopero: «Vogliono far passare gli accordi separati inibendo anche il diritto di sciopero. E' un disegno contro la democrazia». E Podda: «Nel pubblico impiego i lavoratori stanno bocciando nei referendum gli accordi separati, ma il governo mantiene un'impostazione autoritaria, e ha in mente di dare gli aumenti solo se e quando sono disponibili delle risorse. Ma non faremo passare il ministro Brunetta. Ci devono dare risposte sui 60 mila precari che perderanno il posto in questi mesi: siamo per la stabilizzazione, ma intanto almeno proroghino i contratti ed estendano a tutti gli ammortizzatori».

Che gioco è questo?

Come ormai è conseutudine il Presidente del Consiglio prima spara a salve sul Presidente della Repubblica Napolitano e minaccia di cambiare la costituzione e poi come se nulla fosse smentisce quanto affermato. Bossi difende la carica istituzionale del Presidente ma nel contempo grida ogni giorno "Roma ladrona". D'Alema, a cui la figura di alter Veltroni sta piuttosto stretta, ritorna a parlare di riforme condivise. Ma a che gioco stiamo giocando?

ecco una breve rassegna del teatrino politico a cui abbiamo assistito in questi giorni dai palinsesti di programmi sempre più vuoti di contenuti e pieni di starlette, tette e culi.


Il premier Silvio Berlusconi, ospite di Maurizio Belpietro a 'Panorama del giorno' torna a specificare di non aver "mai attaccato né il il Capo il Stato né la Costituzione" a proposito del decreto, poi ritirato, sul caso Englaro. "Non c'è niente di più falso - prosegue Berlusconi - ho una cordialità di rapporti con Napolitano e il presidente del Consiglio non ha alcun interesse" che questo rapporto con "il Capo dello stato" si incrini.
Inoltre, il premier sottolinea di non aver mai attaccato la Costituzione: "Io non ho mai attaccato la Costituzione, anzi semmai l'ho difesa". Berlusconi, come già detto nei giorni scorsi, ribadisce che "la Costituzione non è un moloch" e che "i cassetti del Parlmento sono pieno di progetti per cambiarla fatti dalla sinistra" che, secondo il Cavaliere, "ancora una volta mistifica la realtà per nascondere la mancaza di progetti credibili per l'Italia e per la Sardegna".
Le dichiarazioni di Berlusconi arrivano dopo che ieri Umberto Bossi ha precisato che il presidenzialismo "è possibile solo a patto di mantenere l'equilibrio tra i poteri". "Noi - ricorda il leader della Lega - l'avevamo messo nella devolution perché c'era quell'equilibrio. La difficoltà è proprio realizzare questa condizione".
Sulle polemiche sull'uso dei decreti legge da parte del governo, il Senatur ha sottolineato che Giorgio Napolitano è "figura di garanzia". E' dunque giusto che il capo dello Stato "sia argine verso il governo e il potere di decretazione: c'è una storia - avverte il ministro per le Riforme - che non si può cancellare ed è giusto che ci sia un equilibrio dei poteri".
Quanto alla volontà del governo di cambiare la carta sul tema dei decreti, il leader della Lega assicura: "non ho mai sentito Berlusconi dire che voleva cambiare la Costituzione" in questo campo.
Sulla necessità delle riforme è tornato ieri anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale il Paese ha bisogno "di una corale assunzione di responsabilità da parte della generalità delle forze politiche, nel rispetto della distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, per la realizzazione delle riforme che sono necessarie, indispensabili al Paese".
Un invito a riprendere la strada del dialogo è venuto ieri anche dal presidente di Italianieuropei, Massimo D'Alema, che ricordando l'azione politica di Giuseppe Tatarella, ha rimarcato: 'Bisogna allora che i riformisti riprendano il cammino se vogliamo che quell'arrivederci alle riforme, con cui Tatarella salutò l'esito negativo della Bicamerale con un misto di amarezza e ottimismo diventi realtà. Bisogna ricominciare a dialogare - ha sottolineato l'ex ministro degli Esteri - non per il gusto del dialogo ma guardando ai grandi problemi del Paese e cercando di ascoltare e di capire le ragioni degli altri''.
Ribadisco, ma a che gioco stiamo giocando?


Per comprendere la commedia dell'equivico che ha come attore principale il Berluska, riporto quanto affermato dal premier circa una riforma della Carta costituzionale:
"è necessaria perché è una legge fatta molti anni fa sotto l'influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello". Serve un chiarimento sulla lettura della Costituzione, ha proseguito, ma non per andare verso una riforma presidenziale, "casomai è l'inverso, e dall'altra parte che si vogliono attribuire dei poteri che secondo l'interpretazione mia e del governo non sono del capo dello Stato ma semmai spettano al governo".


Sapreste dirmi a che gioco stiamo giocando

L'Italia khomeinista di Berlusconi

Tutti gli italiani che ancora conoscono il significato della parola "umanità", in questi giorni si stringono con tutto il loro affetto intorno a Beppino Inglaro, quest'uomo coraggioso e senza retorica, che per amore della figlia (e della moglie) ha sacrificato diciassettenne anni della sua vita, anni che lo segneranno per sempre.L'Italia della barbarie, invece, ha scatenato contro quest'uomo coraggioso e senza retorica una campagna inqualificabile di odio e di linciaggio morale, arrivando alla mostruosità di dargli dell' "assassino" per l'amore con cui, sacrificando diciassette anni della propria vita, ha voluto tener fede alla volontà di sua figlia.Questa campagna di odio e di linciaggio morale, questa ingiuria abominevole di "assassino", è dilagata dai pulpiti dei cardinali di santa romana chiesa, dai talk show catodici di neo predicatori fondamentalisti e perfino, con una irresponsabilità che lascia sbigottiti, dal parlamento della Repubblica, che pure nella sua Costituzione garantisce a ciascuno l'inviolabilità del proprio corpo, il rifiuto di qualsiasi intervento sanitario, ne dovesse andare della propria vita. Perché la tua vita non appartiene allo Stato e non appartiene alla Chiesa, la tua vita appartiene solo a te che la vivi.Ma Sacconi e Berlusconi proprio questo elementare diritto hanno voluto e vogliono calpestare, in una dismisura di servilismo verso la Chiesa gerarchica di Ratzinger. Il decreto legge prima e il disegno di legge poi impongono infatti il sondino obbligatorio al malato che non è in grado di provvedere a se stesso, quale che sia la volontà del paziente. Contro ogni sua espressa, reiterata, solenne, gridata e implorata volontà, dunque. Per ottenere questo obiettivo khomeinista, che renderà la Chiesa e lo Stato sovrani sul tuo corpo, Berlusconi (e i suoi yes-men and women) è pronto a fare a pezzi la Costituzione. Sovrano infatti è chi decide sullo stato di eccezione, come si sa, e sullo "stato di eccezione" di una situazione come quella di Eluana o di Welby o di una vita terminale, che tragicamente dovesse accaderti, o colpire la persona a te più cara, vita che per te o per lei fosse ormai solo tortura, non sarai tu e non sarà questa persona a decidere, la tua tortura sarà prolungata per legge con la nutrizione artificiale, dalla violenza anticostituzionale di una maggioranza asservita all'oscurantismo ecclesiastico.Non basta. Berlusconi e i suoi yes-men hanno utilizzato il dramma di Eluana per sovvertire gli equilibri tra i poteri dello Stato garantiti nella costituzione (garantiti a garanzia dei cittadini, tutti e singolarmente presi).


Articolo apparso sulla prima pagina di Liberazione di Paolo Flores d'Arcais

Odg della Direzione nazionale dell'11.2.2009


Le prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi della globalizzazione capitalista conferma la scelta riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC, ovvero quella del rilancio del progetto strategico della rifondazione comunista e di ripresa del percorso cominciato a Genova e proseguito con la grande esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della sua internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e la crisi economica che questa ha prodotto.

In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica. L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una costruzione fondata sul primato del mercato sulla democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare su tutto il continente, congiuntamente alla precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei mercati e alla discriminazione dei migranti. Una discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie “leggi razziali”.
Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i popoli europei che hanno potuto pronunciarsi. Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’ Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il potere è sempre di più nei governi e sempre meno in assemblee democraticamente elette. Un’Europa che è stata fin qui subalterna alla Nato e complice della guerra preventiva, incapace di proporre una politica di pace e di disarmo.
Questa Europa si è retta su una grande coalizione, formata dai più grandi partiti europei, in primis popolari e socialisti, che sono responsabili di queste politiche liberiste e che hanno praticato una costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’ dunque necessario contrastare fortemente questa grande coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione del neoliberismo.
La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un percorso di costruzione della lista in vista delle elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e le forze del movimento altermondialista, anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ, ambientalista, sindacale. Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione nazionale decide pertanto di promuovere una lista da presentare alle prossime elezioni europee che, partendo dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al GUE-NGL, unisca tutte le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione Europea.
La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato, vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che sia un concreto segnale di unità della sinistra di alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne, giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e la libertà femminile, che sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra, le spese militari e per il disarmo europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e sostanza all’idea di un’altra Europa possibile.
Una lista da costruire attraverso una grande partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le forze che in Europa si battono per una uscita da sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e alle fallimentari politiche della grande coalizione fra popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle libertà.
In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle iniziative di movimento già in cantiere e decise dal forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.
Partito della Rifondazione Comunista
Direzione nazionale






















Care compagne, cari compagni,
a giorni verrà aperta la campagna di tesseramento al Partito della Rifondazione Comunista, circolo di Castellammare del Golfo.
Oggi occorre investire nuovamente con forza nel progetto della Rifondazione Comunista perché senza una forza politica organizzata non si riesce a sostenere e dare continuità ed efficacia ad alcun progetto politico e perché senza una connotazione nettamente anticapitalista, quindi comunista, è inevitabile il risucchio nell'alternanza bipolare del partito contenitore senza contenuti.
In questo momento le nostre tesi, che per anni abbiamo cercato di divulgare, di deriva capitalista e neoliberista della società e che hanno portato alla crisi economica si sono rivelate valide. Per questo dobbiamo con coraggio e forza rilanciare un modo diverso di fare politica dove si qualificano a vicenda Rifondazione e Comunista: il tentativo ambizioso, cioè, di coniugare da un lato la critica del comunismo reale e dello stalinismo e dall’altro un orizzonte comunista inteso come movimento operaio anticapitalista, non soltanto ideologico ma di trasformazione della società. Nel momento in cui, infatti, le destre hanno riorganizzato la società attorno a modelli securitari, familisti e razzisti, un punto di vista alternativo e comunista rappresenta l’elemento fondamentale su cui raccogliersi e cominciare a lottare.
E’ necessario invertire la piramide indicando il percorso di una ricostruzione dal basso del Partito della Rifondazione Comunista iniziando dal potenziamento dei circoli territoriali. Riteniamo sia più produttivo ed efficace, infatti, un percorso che dal rifiuto della delega e del verticismo conduca a pratiche di democrazia partecipata in cui vengano coniugate nella sua interezza la capacità di mettere assieme innovazione, sperimentazione e anticapitalismo. Sono le forme di democrazia partecipata, a nostro avviso, le uniche che riescono a coinvolgere le persone e avvicinarle alla politica.
Diventa necessario, pertanto, attivarsi al fine di realizzare forme di partecipazione alla politica realmente alternative ai partiti del centrodestra, al fine di promuovere nella nostra realtà iniziative che contrastino la deriva antidemocratica causata dall’azione dei governi nazionale, regionale, provinciale e comunale, sul tema del diritto all’istruzione, sulla sicurezza, sulla politica economica, sui migranti, sulla sanità, sui diritti civili, sulla disabilità, sulle differenze sessuali, sulla difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, sulla precarietà. Su questi temi e sulle vertenze territoriali si può e si deve costruire nel Paese, a partire da Castellammare del Golfo, un vasto movimento che proponga programmi alternativi a quelli fallimentari attualmente dominanti.
Per questo ti invitiamo ad aderire al Partito della Rifondazione Comunista per fronteggiare con la forza delle idee una deriva qualunquista che sta determinando il sottosviluppo culturale ed economico del nostro paese. Ti invitiamo, inoltre, a coinvolgere anche i simpatizzanti, le persone che credono nel cambiamento, tutte quelle sensibilità che vogliono costruire insieme a noi un altro modello di società: più giusta, più equa, più solidale. L'invito è rivolto anche ai giovani che all'interno della sezione dei giovani comunisti possono promuovere pratiche che favoriscano l'inserimento dei giovani alla politica e discutere delle problematiche giovanili. L'invito è esteso a tutte le donne che rifiutano modelli maschilisti e familisti della società e che all'interno del nostro partito possono promuovere un osservatorio sulle donne che discuta sulla questione femminile ancora aperta nella nostra comunità.
Partito della Rifondazione Comunista
Direttivo del circolo di Castellammare del Golfo


Il partito a Castellammare del Golfo
Direttivo
Segretario Giacomo Galante
Presidente collegio di garanzia: Mazzara Salvatore (Salvino)
Tesoriere: Pietro Ingoglia
Coordinatore Giovani Comunisti: Ruben Stabile
Giusi Fontana
Matteo Coppola
Antonina Cascio

Un fascismo senza divisa.

Dopo la morte di Eluana Englaro e i provvedimenti del governo in materia di sicurezza sempre più preoccupante si fa la situazione in Italia. Pubblico di seguito un articolo di Massimo Ottolenghi (Torino 1915), decano dell’Ordine degli avvocati di Torino.

"Situazione triste e allarmante quella in cui versa il nostro Paese: sono angoscianti le analogie con le vicende che io, testimone ultranovantenne, ho già vissuto sotto il fascismo, e che oggi non posso e non devo tacere.
La grave crisi finanziaria si presenta di nuovo come occasione per scardinare lo Stato di diritto. E offre la tentazione di svincolare il potere da qualsiasi ostacolo e controllo conclamando, nel caso di Eluana Englaro, il trionfo di un’invocata legge naturale o divina in spregio alle sentenze definitive dei supremi organi giudiziari.
La crisi si presta a individuare come nemici la Costituzione e i “diversi”, che appaiono come la fonte di tutti i guai, mentre il Parlamento è costituito da rappresentanti designati dalle segreterie di partiti anziché essere eletti dal popolo, così come era costituita la Camera delle Corporazioni durante il Fascismo.
Inoltre, con i nuovi provvedimenti avviati dal governo, la giustizia viene spogliata dal potere di avviare le indagini su notizie di reato; potere che viene invece conferito alla polizia giudiziaria, soggetta direttamente all’esecutivo. Nel contempo la polizia, depotenziata di mezzi, viene umiliata dal controllo di costituende ronde di volontari designati dai partiti: una nuova milizia costituita da squadre di tifosi e di facinorosi così come è accaduto sotto il Fascismo. E per controllare l’opinione pubblica e trasformare l’informazione in propaganda, non sarà più permesso divulgare prima del processo i contenuti delle intercettazioni sebbene messe a disposizione delle parti.
Si tende infine a trasformare i cittadini in delatori, a cominciare dai medici, che ora sono indotti a denunciare gli immigrati irregolari, in violazione dei loro principi deontologici. Mancano solo i capifabbricato e la taglia sui diversi. Non occorre neppure la marcia su Roma né il Concordato: bastano un nuovo uomo della Provvidenza e un Papa Re."

Care compagne, cari compagni,
come sapete abbiamo aperto la campagna di tesseramento ed i segnali sono incoraggianti, sia per le tante iniziative organizzate nei giorni scorsi che per la partecipazione alle due giornate di mobilitazione del 24 e 25 gennaio. Avvertiamo inoltre una crescente mobilitazione per lo sciopero del 13 febbraio. In un contesto di difficoltà e con una ennesima scissione, che riteniamo sbagliata, è necessario mobilitare il Partito. Da quando abbiamo aperto il tesseramento numerosi compagni e compagne hanno chiesto l'iscrizione online attraverso il nostro sito. Sono significative anche le richieste di reiscrizione di chi si era allontanato dal Partito negli anni passati. Questa attenzione nei nostri confronti deve essere messa a frutto. Oggi occorre investire nuovamente con forza nel progetto della Rifondazione comunista perché senza una forza politica organizzata non si riesce a sostenere e dare continuità ed efficacia ad alcun progetto politico e perché senza una connotazione nettamente anticapitalista, quindi comunista, è inevitabile il risucchio nell'alternanza bipolare. Chiediamo quindi alle federazioni e ai circoli un nuovo sforzo collettivo per organizzare la settimana straordinaria del tesseramento. Vi proponiamo l’ultima settimana di febbraio. Occorre preparare questa settimana con il massimo di apertura, coinvolgendo il più ampio numero di compagne/ i e simpatizzanti possibile, prestando una particolare attenzione ai migranti ed organizzando attivi di circolo, cene e feste del tesseramento, banchetti e comizi in piazza, etc…
Per l'occasione i dirigenti nazionali del Partito saranno a disposizione per partecipare alle iniziative. Entro la prima settimana di febbraio inoltre verranno distribuiti altri 20.000 manifesti sul tesseramento.
Fateci avere il calendario delle iniziative entro giovedì 19 febbraio alle ore 15, all’indirizzo mail organizzazione.prc@rifondazione.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo affinché si possa organizzare la presenza delle/dei compagne/i del nazionale e possa essere data ampia propaganda di tutte le iniziative anche attraverso un paginone su Liberazione.
Nel fare tutto questo non dobbiamo però dimenticarci di Liberazione. Il nostro quotidiano sta attraversando un momento delicato, ma non possiamo farne a meno. E' uno strumento fondamentale, dobbiamo sostenerlo e aiutare la nuova Direzione che sta ottenendo già importanti risultati per rilanciarlo. Lo possiamo fare concretamente, anche durante la settimana di mobilitazione sul tesseramento, comprando il giornale, facendo in modo che ogni circolo sottoscriva un abbonamento, riprendendo la diffusione militante (Ufficio diffusione diffusione@liberazione.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo tel. 06/44183226/8).

Investiamo tutti sul rilancio di Rifondazione comunista!
Roma, 29 gennaio 2009
Saluti comunisti
Claudio Grassi
Responsabile nazionale Area Organizzazione
Beppe Fazzese
Responsabile nazionale Tesseramento

Post più recenti Post più vecchi Home page

Scrivi al webmaster