Ricomporre la diaspora comunista.

di Gianni Fresu *
su la Rinascita della Sinistra del 27/02/2009


La ricomposizione della diaspora del ’98, per ricostruire insieme un’alternativa comunista forte e credibile in Italia, penso sarebbe la migliore risposta possibile ad una depressione economica mondiale che non è solo crisi del cosiddetto neo liberismo. La contraddizione è del capitalismo in quanto tale – delle sue regole di produzione, sfruttamento e appropriazione delle ricchezze – di ciò dobbiamo tenere conto, sapendo bene che la natura ciclica di queste crisi è fisiologica alle stesse modalità di espansione del capitalismo. Le ragioni della frattura sono state ampiamente superate su tutti i versanti e contro l’ipotesi del riavvicinamento non vale l’argomento sulle presunte diversità politiche e culturali che ancora sussistono. Già ora all’interno di PRC e PdCI sono presenti orientamenti diversi e ciò non è di certo un ostacolo, inoltre vale la pena ricordare che veniamo tutti dalla stessa scommessa: la rifondazione di una teoria e una prassi comunista in Italia come risposta alla svolta della Bolognina. È chiaro, pensare di fare una semplice fusione di gruppi dirigenti sarebbe un errore destinato a non produrre nulla di buono, la riunificazione deve partire dalla presentazione di liste unitarie per le europee per poi divenire processo organico di integrazione e riconoscimento reciproco, attraverso la diffusione orizzontale e collegiale degli strumenti di elaborazione e direzione politica.Il percorso di riunificazione deve essere necessariamente processuale ma non indefinito nel tempo, la difficile situazione interna ed internazionale non ce lo consentirebbe. La storia ci insegna che le recessioni hanno sempre dato luogo non solo al netto peggioramento delle condizioni di vita e lavoro delle masse popolari, ma a fasi tragiche di imbarbarimento delle relazioni sociali, di involuzione politica e culturale. Ci troviamo nel pieno di una fase di «crisi organica del capitalismo», ed è esattamente in simili contesti che hanno, in genere, luogo i peggiori processi di “modernizzazione” dei rapporti economici e sociali, attuati sempre attraverso la passivizzazione coatta delle grandi masse popolari, ciò che Gramsci definiva «rivoluzioni passive». A fronte di una situazione tanto complessa il cannibalismo del PD, che ha speso tutte le sue energie per mettere fuori causa la sinistra di classe, anziché impegnarsi in un’opposizione reale alla destra, si è ritorto contro chi l’ha praticato. L’illusione del PD – un “moderno” partito interclassista, che avrebbe dovuto congiungere gli interessi del capitale e del lavoro – si è schiantata sugli scogli di una realtà ben più complessa dei sogni veltroniani. Il PD si è rivelato, in tutta la sua fragilità, un immenso comitato elettorale strutturato per camarille, un agglomerato composto da consorterie condensate attorno a singole personalità che controllano partito, istituzioni e collegi senza alcun disegno complessivo. Già a fine Ottocento la dissoluzione del liberalismo italiano portò al tentativo di assemblaggio dei due raggruppamenti tradizionali della Destra storica e della Sinistra liberale per formare un unico «blocco costituzionale» presentato come baluardo contro le due ali estreme della reazione e della rivoluzione. Oggi come allora più che di “trasformazione del sistema politico” si deve parlare molto più prosaicamente di «trasformismo» e il divampare in tutta la sua virulenza della questione morale ne è una conferma. L’attuale inservibilità politica del PD dimostra ulteriormente quanto fosse avventata l’idea della “costituente della sinistra”, che puntava tutte le chanche di un rilancio della sinistra sul rapporto organico con il partito di Veltroni. Ricomporre la diaspora non significa e non deve significare però chiudersi in un recinto identitario, ma al contrario fare un investimento per l’unità della sinistra, mantenendo anche un interlocuzione dialettica, non subalterna, con le altre forze democratiche. Il PRC è nato sulla base del binomio autonomia e unità, quella deve tornare ad essere la nostra bussola di orientamento per rifuggire ogni tentazione di settarismo minoritario e insieme di opportunismo. Oggi più che mai si sente il bisogno di un partito comunista capace di porre, attraverso il conflitto, al centro dell’agenda politica le questioni del lavoro, di plasmarsi organicamente sulle esigenze delle masse popolari, da qui possiamo ripartire.


* Comitato politico nazionale PRC

In marcia per la salute di tutte e tutti.

La salute pubblica è un diritto di tutti. Per questo domani sabato 28.02.2009 davanti l'entrata dell'ospedale di Alcamo i circoli territoriali del PRC di Castellammare del Golfo e Calatafimi-Segesta diranno no ai tagli alla sanità e ribadirrano il loro si ad una sanità che non faccia distinzioni in base al reddito e che possa rispondere ai bisogni di tutte le persone.
Circolo PRC
Castellammare del Golfo.

Colpo di stato

I nuovi provvedimenti del Governo Berlusconi ledono uno dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra costituzione: il diritto allo sciopero. La carta dei diritti per il nostro premier equivale a carta straccia. Segue un'ampia rassegna stampa che delinea il quadro della situzione grave in cui tutti siamo coinvolti.



Sacconi se ne frega della Cgil
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 27/02/2009

Scontro tra Epifani e il ministro del lavoro. «Il governo stia attento a non introdurre forzature», ammonisce il leader sindacale. E oggi la controriforma sul diritto di sciopero approda al consiglio dei ministri
«Il governo stia molto attento perchè in questa materia che riguarda un diritto, una libertà costituzionalmente garantita, bisogna procedere con grande attenzione. E se l'intenzione è quella di ridurre una libertà fondamentale, partendo dal problema del rispetto dei diritti degli utenti, sappia che la Cgil si opporrà, ora e dopo». Le parole di Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, sono state accolte ieri nell'indifferenza del ministro del lavoro. Padre del disegno di legge che oggi arriva sul tavolo del consiglio dei ministri e che, dietro la bandiera del diritto alla circolazione, vuole fare piazza pulita di quello di sciopero (partendo dai trasporti). Se la cava così, Maurizio Sacconi: «Temo che manchi la Cgil. L'unanimità del resto non è di questo mondo, appartiene al mondo del nulla, del non fare».E infatti della rappresentatività - ossia di chi è titolato a parlare (firmare accordi o proclamare scioperi) a nome di qualcun'altro (i lavoratori) - al governo non importa nulla. Ne è un esempio la firma di un accordo sulle regole della contrattazione, senza quella dell'organizzazione maggiormente rappresentativa. E così è anche per la limitazione del diritto di sciopero - nel settore dei trasporti per ora - dove la soglia minima necessaria per la proclamazione sarebbe portata al 50%, trasformando così un diritto e una libertà individuale in un diritto a maggioranza, per cui il 49% dei lavoratori non avrebbe diritto a scioperare. Una delle ipotesi allo studio di Sacconi, ieri, era l'alternatività tra «un requisito minimo di rappresentatività degli attori proclamanti» - il 50% appunto - e il referendum preventivo tra i lavoratori: se cioè non si raggiunge la maggioranza più uno, si ricorre al referendum tra i lavoratori. Come si dovrebbe certificare questo 50%, e se ci si riferisca ai soli iscritti o a tutti i lavoratori di una certa azienda, non è chiaro. Ad ogni modo, non si può dire non essere stata tempisticamente perfetta la relazione al parlamento svolta ieri dalla Commissione di garanzia per gli scioperi (che nel ddl dovrebbe assumere compiti e funzioni di arbitrato). Ha introdotto i dati Gianfranco Fini, cercando di rendere istituzionalmente digeribile il disegno di legge del governo: «Il diritto di sciopero non si può soffocare ma lo si deve armonizzare con l'esercizio degli altri diritti in un'opera di bilanciamento che deve tenere conto dell'evoluzione sociale». «C'è da chiedersi - si domanda Fini se lo sciopero nei diritti essenziali possa configurarsi come un diritto che qualunque soggetto collettivo, anche non adeguatamente rappresentativo, può esercitare allo stesso modo».E si torna alla rappresentatività, senza mai dire come questa debba essere certificata. Prova a suggerirlo Antonio Martone, presidente della Commissione di garanzia, dopo essersi marcatamente sbilanciato verso la proposta del governo (che stupisce in un organismo che dovrebbe essere terzo e di garanzia appunto). Suggerisce Martone che una verifica sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali potrebbe essere affidata alla Commissione stessa. «La Commissione di garanzia è un organismo che non si presta a questo», trasecola Fabrizio Solari (Cgil), «abbiamo sempre detto che il nostro punto di riferimento erano le regole del pubblico impiego e su questo erano d'accordo anche Cisl e Uil».Ma ieri Cisl e Uil non hanno fiatato. L'unico punto su cui del resto avevano manifestato una qualche perplessità, due giorni fa, era stata l'obbligo di adesione individuale agli scioperi. «Necessaria perchè consente di dare certezza ai cittadini con riferimento ai mezzi che circoleranno», dice Sacconi. Necessaria soprattutto alle imprese che potranno così coprire programmaticamente le 'assenze', o più comodamente provvedere alla 'dissuasione' degli interessati.Via libera, da Cisl e Uil, anche allo sciopero virtuale (quella forma di agitazione - in cui il lavoratore resta al lavoro e l'azienda paga una sorta di penale, da contrattare volta per volta, il cui importo va in beneficienza). Una forma di protesta che nei fatti praticamente non esiste - essendo praticamente impossibile trovare un accordo su quanto debbano pesare le sanzioni sull'azienda - e che non a caso le aziende gradiscono assai.Giorgio Cremaschi (Rete 28 Aprile) non usa mezzi termini: «La legge anti sciopero è autentico fascismo». L'impressione che si stia scivolando verso un accordo politico, sulla scia di quello del 22 gennaio, cresce comunque trasversalmente a corso d'Italia. Insieme a quella che i trasporti non siano che l'apripista di una riforma che si vorrebbe almeno «per i servizi pubblici essenziali» e di qui, come ha già chiesto Confindustria, valida per tutti. «L'impressione è che si voglia fare un po' per volta», dice Fabrizio Solari (Cgil). Il ddl oggi all'esame dei ministri vieta anche tutte le forme di protesta, non solo per i trasporti, che possano ledere la libertà di circolazione (manifestazioni in strade, autostrade, porti e via dicendo). Calca la mano il ministro Brunetta: «Lo sciopero è un diritto tutelato dalla Costituzione ma anche la mobilità, la vita, il lavoro sono valori tutelati dalla Costituzione. Senza la Cgil? «Ce ne faremo una ragione».

«Il governo attacca la democrazia e salva le corporazioni»
di Francesco Piccioni
su Il Manifesto del 27/02/2009

La risposta di Cobas, SdL e Cub
Grazie alla formula «limitativa» scelta dal governo («nei servizi pubblici essenziali») il provvedimento antisciopero che oggi prenderà in esame il consiglio dei ministri ha un primo nemico chiaramente indicato: il sindacalismo di base. Ex quadri Cgil delusi da politiche «concertative» che facilitavano spesso il sistema clientelare, ex «nuova sinistra», lavoratori di un po' tutti i tipi. Negli anni hanno fatto la storia delle vertenze in Alitalia, Ferrovie dello stato, nella scuola, in molti comparti del pubblico impiego e della sanità; ma anche in Telecom o all'Enel, in Atesia.Insieme a questa componente politicamente chiara, sono esistite anche forme di microsindacalismo corporativo, spesso fatto di poche decine di iscritti, abilissimo nell'annunciare scioperi che non avrebbe poi mai fatto per meglio contrattare sottobanco privilegi e sinecure da «casta». Questi rimarranno vivi, naturalmente. Magari all'interno di quel più grande contenitore corporativo che è l'attuale Cisl di Bonanni.Il sindacalismo di base ha reagito ieri dimostrando di aver ben chiara la portata politica di questo provvedimento, che fa da apripista ad analoghi diktat sul settore privato (mettendo al muro anche la Cgil), con l'intento di metter fine a un diritto costituzionale (il diritto di sciopero, secondo la Carta, è individuale e non delegabile ad alcuna organizzazione, di qualunque entità). In una nota inviata alla stampa Cobas, Sdl e Cub lo definiscono «un attacco alla democrazia». La ragione è semplice: c'è la crisi, diventerà più pesante e questo esecutivo si prepara a governarla nell'unico modo che conosce, quello «militare». «Dietro un linguaggio formalmente tecnicistico - dicono i tre sindacati - il governo predispone la legislazione per gestire la fase attuale e futura di grave crisi economica e le conseguenti risposte dei lavoratori al tentativo di farne pagare a loro il costo». Non è un'illazione malevola, nel testo ci sono «norme che dovrebbero impedire di bloccare strade, aeroporti e ferrovie, forme di lotta utilizzate da tutti i lavoratori in casi particolarmente drammatici». Del resto, il combinato disposto di tutte le «novità» introdotte in materia di regolamentazione delle relazioni industriali appare decisamente a senso unico. E chiarissimo. «L'attacco al contratto nazionale, le nuove norme che si intendono introdurre sulla rappresentatività sindacale, la nuova concertazione tra governo, confindustria e sindacati confederali (meno la Cgil, ndr) che si è trasformata in una vera e propria alleanza neocorporativa, sono elementi finalizzati ad impedire le rivendicazioni e la difesa dei diritti dei lavoratori». Da un lato, dunque, si impedisce di fatto lo sciopero (comunque già più difficile, in tempi di crisi e disoccupazione crescente), dall'altra si dichiara preventivamente illegale qualsiasi altra forma di lotta «non virtuale».La memoria storica dei ferrovieri italiani, Ezio Gallori, ha facile gioco a ricordare che «per noi extra confederali, delle nuove regole oggi non ce n'era neppure bisogno: lo sciopero era quasi vietato». Tra differimenti di autorità, precettazioni, «procedure di raffreddamento» e via limitando. Con un messaggio finale al custode della Carta: «voglio ricordare ciò che diceva il mio concittadino Piero Calamandrei, padre della Costituzione: 'in una società dove esistono più classi, lo sciopero è un valor... per questo non va represso ma caso mai stimolato'. Oggi questo non è più vero perché c'è una classe sola: quella dei padroni». Naturalmente quella di Gallori & co. non è una resa. Il sindacalismo di base ha già convocato una manifestazione nazionale a Roma per 28 marzo. Mercoledì 4 ci sarà anche il secondo sciopero (in due mesi) dell'«era Cai». Non solo per dire «ci siamo», ma a costituire un punto di riferimento per chi, dentro le nuove gabbie, ci sta decisamente stretto.

Diritto di precedenza
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 27/02/2009

Il diritto di circolazione dei cittadini viene prima del diritto di sciopero dei lavoratori. In realtà, davanti ai lavoratori c'è una schiera di soggetti con diritto di precedenza, a partire naturalmente dai consumatori. Tutti hanno più diritti dei lavoratori, così dev'essere, e ha ragione il governo Berlusconi a lanciare prima anatemi e poi leggi pesanti come pietre per ridimensionarne le pretese. Ha ragione, visto che quasi nessuno nelle sfere della politica sembra indignarsi e due dei tre sindacati più rappresentativi si dicono disposti a discutere una legge che cancella il diritto di sciopero nei trasporti. Una volta ancora la Cgil viene lasciata sola, il neo segretario del Pd Franceschini ha problemi più seri di cui occuparsi e dunque il ministro Sacconi può dire tranquillamente che un accordo separato in più non gli farà perdere il sonno.Ma è proprio vero che i tranvieri ci impediscono di circolare? Non si direbbe, data la continua diminuzione del tasso di scioperosità. Né si può dire che vengano violate continuamente le regole ferree già esistenti per imbrigliare e rendere difficile la mobilitazione sindacale nei servizi di pubblica utilità: le contestazioni del comitato di garanzia riguardano lo 0,7% degli scioperi proclamati nel settore dei trasporti.Allora, di che cosa stiamo parlando? Del fatto che ogni volta che si vogliono cancellare diritti sociali, sindacali, civili, di cittadinanza si inventano emergenze a palazzo Chigi e si rafforzano con la collaborazione attiva della maggioranza dei media. Che si tratti di bastonare gli immigrati e i rom, di speculare sugli stupri o sul diritto di morire quando non c'è più vita. L'emergenza è una forma precisa - lucida, per quanto autoritaria e populista - del nostro governo.È scaltro Berlusconi, come scaltri sono i suoi ministri di punta. Partono dai sentimenti peggiori di una popolazione colpita dall'unica emergenza non riconosciuta, quella sociale. Parlano alla pancia, agli intestini del paese. Chi non ce l'ha con gli autisti degli autobus che non arrivano? Si comincia a colpire dove è più facile raccogliere consenso, per poi proseguire la caccia grossa contro tutti gli altri lavoratori. Il diritto di circolazione non è che un grimaldello per scardinare quel che resta in Italia del diritto del lavoro. Ha ragione uno dei più prestigiosi leader sindacali della stagione passata, il cislino Pierre Carniti, che in un'intervista al manifesto pubblicata a pagina 6, denuncia: dobbiamo smetterla di dire che quello che abbiamo è un governo cattivo, «è un governo di destra, è il governo dei padroni».Sta diventando prassi lanciare la polizia contro gli operai che scioperano o difendono le loro fabbriche e le loro macchine, all'Alfa di Pomigliano come all'Innse di Milano. Legge e manganello, sono due buoni sistemi di persuasione. Due rotaie per portare il trenino italiano verso un futuro più ingiusto, più classista, più autoritario. La democrazia, il diritto di chi lavora a dire la parola finale sugli accordi che li riguardino, è soltanto un freno alla corsa del trenino.Siamo matti noi, oppure è a rischio la democrazia di tutti?

«Sono degli incoscienti. Protesteremo comunque»
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del 27/02/2009

Le reazioni dei delegati dei vari settori: «La misura è colma»
«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione. «Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato». «I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita». Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma. «Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice. L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo». «In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi». Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta». Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».

Sciopera pure, ma "virtualmente"
di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 27/02/2009

Le vie della virtualità sono infinite, e così anche quelle del campo peggiorativo del complessivo mondo dei diritti che viene sempre più ridimensionato, vilipeso e sostituito con nuove categorie presuntamente fatte percepire come essenziali ai nuovi modelli e stili di vita sotto la cappa della crisi economica globale.Il governo ogni giorno suona una carica e va ad un attacco: quello annunciato per i prossimi giorni riguarda il diritto di sciopero dei lavoratori dei trasporti. Dice Palazzo Chigi: cari lavoratori e care lavoratrici, voi che guidate autobus, treni, e qualunque mezzo pubblico indispensabile per i quotidiani spostamenti dei cittadini, non siete come tutti gli altri, avete un obbligo in più e quindi dovete essere soggetti ad un regime differente di impostazione delle modalità di sciopero. Il governo, in sostanza, impone ai lavoratori uno "sciopero virtuale": si dichiara di voler asternersi dal lavoro ma al lavoro si deve andare ugualmente. Dovere civico, diranno i signori del centrodestra. Truffa, sfruttamento e abolizione di un diritto è il minimo che si possa dire per qualificare questa stretta che si vuole imporre con il placet, prontamente giunto, di Cisl, Uil e Ugl. La nuova formazione di rapporti sindacali, ormai consolidata sotto l'era terza del Cavaliere nero di Arcore, si consolida sulla base di assensi sempre più ostili verso il mondo del lavoro tanto da far apparire cislini e uillini non tanto come sindacati ma come associazioni di categoria di Confindustria e del governo: per la categoria del lavoro subordinato esclusivamente ai voleri e alle necessità imprenditoriali.La Cgil e i sindacati di base resistono e dicono di "no" a questa violenza nei confronti di un settore, quello dei trasporti, che non ha nessuna caratteristica da meno rispetto ad altre categorie (si pensi al settore sanitario o a quello della scuola) per essere classificato come "speciale" e per questo oggetto di una revisione della normativa che regola le agitazioni sindacali e le proteste operaie e di tutti i lavoratori su rotaia, gomma o altro mezzo che sia.L'azione governativa si mostra per quello che è: solamente un gravissimo attacco a diritti consolidati da anni di lotte e che ponevano come esclusiva "pregiudiziale" un preavviso abbastanza ampio per poter indire uno sciopero, ma mai e poi mai un esecutivo avrebbe potuto chiedere - con un sindacato veramente tale e unito su questioni così fondamentali per la tenuta di tutto il generale apparato dei diritti dei lavoratori - ai cittadini di esercitare "virtualmente" uno sciopero, di andare a lavorare ugualmente facendo finta di protestare. Io sciopero ma guido ugualmente l'autobus. Sarebbe come dire: io annuncio che faccio la dieta ma mangio ugualmente. Peccato che qui ad ingrassarsi siano sempre e solo le controparti padronali che, a fronte della rinuncia del salario per la giornata di sciopero (perchè lo sciopero sarà pure virtuale, ma il prelievo del salario è reale!), costringono il lavoratore a prestare comunque la sua manodopera, a fare ciò che invece la natura vera e primigenia dello sciopero impone di non fare: per l'appunto lavorare.Come è possibile classificare come "sciopero" la non interruzione della produttività in presenza comunque della decurtazione in busta paga delle ore esercitate come diritto di astensione dal lavoro?Come ci si può dichiarare "astenuti dal lavoro" e al contempo essere presenti sul proprio luogo di lavoro e, di più, pienamente operativi in tal senso?Il pacchetto di norme che il governo sta preparando non ha veramente alcun precedente in questo Paese, in Europa e nell'universo mondo.Negli anni passati attacchi su attacchi sono stati portati alla Legge 300, all'articolo 18, a mille altre garanzie che le lotte operaie avevano formato come terreno essenziale per un rapporto tra le parti in causa nel ciclo produttivo.Oggi questi attacchi sembrano piccole scaramuccie davanti ad una volontà governativa, ben protetta e diretta dagli ambiti confindustriali e dalla dirigenza nazionale di Cisl e Uil, che non tanto nega una forma, ma la vera e propria sostanza su cui poggia il sacrosanto diritto di protestare con l'unico mezzo che un lavoratore ha: incrociare le braccia e provare a modificare i rapporti di forza con questa lotta che ha avuto un riconoscimento secolare, che è stata adottata in tutto il mondo e che oggi diventa evidentemente troppo ingombrante, pericolosa e comprimente la necessità di espansione del mercato nel mezzo di una crisi economica che nessuno sa gestire se non con improvvisate dichiarazioni di nazionalizzazioni finte che, ogni volta che vengono nominate, hanno sempre più il gusto della cessione di denaro sonante pubblico ai privati e non di assunzione di responsabilità di gestione da parte dello Stato nei confronti di grandi gruppi bancari che oltre ad un fallimento economico dichiarano anche un fallimento di impresa, di gestione dei loro capitali.Nel bel mezzo di tutto questo disordine dell'economia, l'attacco al diritto di sciopero è un fattore di inquietudine che conferma l'analisi del deperimento democratico in ogni settore sociale di questo Paese.La risposta deve essere durissima: occorre chiamare alla mobilitazione non solamente i lavoratori interessati da queste modificazioni omicide del diritto allo sciopero, ma tutta la società civile e democratica. Dagli studenti ai pensionati, dai precari ai senza lavoro, dalle altre categorie lavorative al mondo dell'intellettualità. Dalla società organizzata in comitati e gruppi di protesta ai partiti della sinistra comunista, socialista, a quelli ecologisti e a tutti coloro che ancora giurano di voler salvaguardare la nostra Costituzione e quindi anche tutto quello che oggi viene messo in aperta, plateale discussione. Prima che sia veramente troppo tardi. Anzi, lo è già.

Scioperi nel mirino: si parte dai trasporti.

di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 26/02/2009


Un attacco in grande stile al diritto di sciopero. A fare da apripista, i «servizi pubblici essenziali», dove il governo vuole sperimentare la sterilizzazione di un diritto sancito dalla Costituzione, con la scusa di difenderne un altro, quello alla libera circolazione. Proclamare uno sciopero nel settore del trasporto pubblico sarà sempre più complicato, impossibile forse per i sindacati minoritari; superato eventualmente lo scoglio, ogni singolo lavoratore dovrà comunicare in anticipo la propria adesione (con quali conseguenze in termini di «dissuasione» da parte dell'azienda di turno, non è difficile immaginare); fino alla farsa dello «sciopero virtuale», che in alcuni settori rischia di diventare obbligatorio. Lo sciopero che, non per caso, tutte le aziende vorrebbero.Il disegno di legge «per la regolamentazione del diritto di sciopero» arriva domani all'esame dei ministri. «Non c'è nulla di definitivo e comunque si parla solo del settore dei trasporti», si sgolano dallo staff del ministro del lavoro Maurizio Sacconi. Forse per rassicurare le voci appena appena critiche che ieri si sono levate persino da Cisl e Uil, perplesse solo sull'adesione preventiva. La Cgil, che pure aveva dichiarato disponibilità a discutere di una regolamentazione, sente puzza di bruciato: «Il governo non impedisca la manifestazione del dissenso». Anche perchè, guarda caso, l'attacco al diritto di sciopero arriva proprio all'indomani dell'intesa sulle regole della contrattazione, raggiunta senza la firma del sindacato maggiormente rappresentativo.E veniamo al merito. Potranno proclamare uno sciopero nei trasporti pubblici solo le organizzazioni sindacali «complessivamente» rappresentative di oltre il 50 per cento dei lavoratori. Se tale soglia non sarà raggiunta, sarà obbligatorio «un referendum consultivo preventivo» tra i lavoratori. Per le organizzazioni 'minoritarie', in altre parole, proclamare un'astensione dal lavoro sarà quasi impossibile. Per non dire del fatto che lo sciopero è, costituzionalmente, un diritto individuale prima ancora che un esercizio collettivo. Obbligatoria sarà anche «la dichiarazione preventiva di adesione» del singolo lavoratore. Così che nella migliore delle ipotesi l'azienda possa tranquillamente variare i turni di lavoro e coprire le assenze, nella peggiore 'dissuadere' (certa del successo) il lavoratore dall'astensione. Fabrizio Solari (Cgil) parla di «uno strumento di coercizione delle libertà individuali». Ma la ciliegina è l'obbligatorietà dello «sciopero virtuale» che potrebbe arrivare per alcune categorie professionali, quelle dove l'astensione dal lavoro coincide con l'impossibilità di erogazione del servizio. La protesta virtuale funziona così: i sindacati proclamano lo sciopero, il lavoratore lavora ma non viene retribuito, mentre per l'azienda è prevista una sanzione economica. Un istituto che nei fatti non esiste, spiega Solari (Cgil), perchè quasi mai si riesce a trovare l'accordo su quanto debbano pesare le sanzioni per l'azienda, «ed è chiaro che se il servizio non viene interrotto e la sanzione è lieve, di scioperi virtuali te ne fanno fare quanti ne vuoi...».Ma non è tutto, perchè il governo sarà delegato anche alla revisione delle sanzioni, «con specifico riferimento al fenomeno degli scioperi spontanei». E ancora: nel progetto di Sacconi, la cosiddetta «Commissione di garanzia sugli scioperi» dovrebbe diventare una sorta di ufficio governativo «con funzioni anche di natura arbitrale e conciliativa, anche obbligatorie o su richiesta delle parti»: che significa che un organismo che dovrebbe essere di garanzia, e dunque terzo, rischia di essere messo alle dipendenze del ministro lavoro di turno, con in più il potere di dirimere un'eventuale controversia tra le parti (azienda e lavoratori). Infine, un primo allargamento fuori dal perimetro del trasporto pubblico: laddove si vietano forme di protesta o sciopero lesive del diritto alla mobilità e alla libera circolazione, «anche attraverso l'individuazione, nei contratti collettivi relativi a servizi non essenziali, di specifiche procedure per la proclamazione». Con esplicito riferimento a tutte quelle proteste arrivate sui binari di una stazione, o sul ciglio di una strada.«Tocca ricordare - conclude Solari - che la legge attualmente in vigore è la più severa d'Europa ed è anche una legge osservata visto che le contestazioni della Commissione di garanzia non vanno oltre lo 0,7% degli scioperi proclamati». «Su temi così delicati, il governo dovrebbe concertare di più», dice l'ex ministro del lavoro Cesare Damiano. L'extraparlamentare Claudio Fava (Sinistra democratica) parla di una «scorciatoia autoritaria per ridurre i diritti dei lavoratori». Mentre, al solito, i toni più accesi arrivano dall'Idv: «Giusto pensare alo sciopero virtuale, perchè siamo in una democrazia virtuale».

Sabato alle 11.oo davanti l'entrata dell'ospedale di Alcamo il circolo PRC darà luogo ad un volantinaggio contro i tagli e le privatizzazioni della sanità, per ampliare i servizi pubblici ovunque e senza distinzione di reddito. Chiunqua voglia unirsi con noi è invitato a partecipare.
Circolo PRC
Castellammare del Golfo

Dopo un lungo viaggio da Roma in pullman in circa 45 persone si sono recate al parlamento europeo per promuovere un incontro con i parlamentari: la particolarità è che più della metà sono utenti dei servizi di Salute mentale e anche familiari, che come si sa, hanno assunto ruoli “politici” nel senso di un protagonismo nella società civile per le questioni intorno alla salute mentale.
Già nel maggio 2005, organizzata da Psichiatria Democratica Lazio, anche allora “44 matti”, utenti, familiari, operatori e giornalisti si recarono a Strasburgo per sensibilizzare il Parlamento europeo affinché gli Stati membri adottassero misure di legge in linea con la nostra 180 del 1978, meglio conosciuta come “Legge Basaglia”.
In seguito, nel settembre 2006 il Parlamento europeo ha adottato una Risoluzione sul “miglioramento della salute mentale della popolazione – verso una strategia sulla salute mentale per l'Unione europea”.
Ancora, nel giugno 2008 a Bruxelles, l'Unione europea ha approvato il Patto europeo per la salute mentale. Più recentemente il Parlamento europeo, con una Proposta di Risoluzione ha sottolineato la necessità di un “Piano di azione europeo per la salute mentale e il benessere dei cittadini”.
In linea con queste iniziative e in netto contrasto con le proposte di legge che attualmente giacciono nel Parlamento italiano - tese ad una radicale riforma della legge 180 – il viaggio a Bruxell e l'incontro con i parlamentari della sinistra europea con utenti e familiari ha come scopo il sostegno del Piano di azione europeo e per difendere la 180 dagli attacchi attuali. La diffusione dei principi di democrazia, civiltà e pace, contenuti nella legge 180, così come la de-stigmatizzazione dei malati mentali - anche attraverso i mass media - incidono direttamente sulla salute dei cittadini italiani ed europei. L'iniziativa è degna di nota, soprattutto perché i protagonisti sono gli stessi utenti che non soltanto un tempo sarebbero stati “accantonati” in manicomio, ma anche perché insieme ai familiari sono diventati veri e propri soggetti “politici”, e in quanto tali, in grado di fare proposte di solidarietà nei confronti dei “colleghi” europei ancora rinchiusi nei loro manicomi. La spinta del primo viaggio a Strasburgo venne proprio dagli utenti che, venuto a sapere della sopravvivenza dei manicomi in Europa, vollero incontrare lo stesso Borrel allora Presidente e lasciargli un quadro con Franco Basaglia e Marco Cavallo di cartapesta costruito dai pazienti e simbolo della liberazione dal giogo manicomiale, chiedendogli di fare qualcosa di significativo per la loro sorte..
L’istituzione manicomiale vede negli anni ’50 oltre 100mila cittadini internati. I manicomi svolgono una funzione prevalente di contenitore sociale di una serie di problemi diversificati, la popolazione è costituita non soltanto da persone con disturbi mentali, ma anche da disabili gravi e gravissimi, disadattati sociali, emarginati, alcoolisti. C’è perfino chi nasce in manicomio e vi trascorre tutta la vita. Il ricovero, quasi sempre deciso da altri, è obbligatorio e spesso dura fino alla morte, in quanto non esistono stimoli o soluzioni alternative. Il criterio per l’internamento non è la malattia mentale ma la pericolosità o il "pubblico scandalo" ed è quindi evidente che la funzione del manicomio è solo in minima parte di "cura”.A partire dalla seconda metà degli anni ’50 le attività di assistenza psichiatrica in tutto l’Occidente sono attraversate dal movimento di de-istituzionalizzazione, che pone in discussione il manicomio e apre il dibattito rispetto a nuove modalità di presa in carico dei pazienti psichiatrici. In Italia il movimento anti-istituzionale nasce soprattutto a Gorizia e Trieste, grazie all’iniziativa di Franco Basaglia. Ciò che egli teorizza ed attua negli anni 60/70 diventa patrimonio della psichiatria internazionale La nuova cultura antimanicomiale introduce concetti quali il decentramento, la territorialità, la continuità terapeutica tra ospedale psichiatrico e territorio, il lavoro in équipe, la formazione per la creazione di nuove competenze professionali che mettano in grado gli operatori di lavorare sia nella struttura ospedaliera, che in ambulatorio, che al domicilio e nelle strutture di accoglienza intermedia fra l’ospedale e la famiglia. Si fa strada anche l’idea della prevenzione, con il lavoro nella comunità, nell’ambiente di vita e di lavoro dei cittadini, un lavoro rivolto non soltanto ai malati mentali ma anche alle cause che minacciano al salute mentale di tutti.
Emerge un’altra linea fondamentale, quella di partire dall’organizzazione sanitaria di base, e non dall’Ospedale Psichiatrico, fornendo alternative al ricovero in ospedale e collegando la lotta contro il manicomio con quella per il servizio sanitario nazionale e la riforma dell’organizzazione sanitaria. I protagonisti dell’esperienza italiana furono principalmente gli psichiatri; l’associazionismo dei familiari in Italia, contrariamente a quanto avviene in altri Paesi, nasce parecchi anni più tardi, al varo della 180. Nel 1968 la Casa Editrice Einaudi pubblica "L’Istituzione negata", vero e proprio manifesto del movimento antiistituzionale italiano.

« La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere » (Franco Basaglia).

La legge 180
La legge 180, Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia (dal suo promotore in ambito psichiatrico, Franco Basaglia) è una nota e importante legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente la legge confluì nella legge 833/78 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale.
La legge fu una vera e propria rivoluzione culturale e medica, basata sulle nuove (e più "umane") concezioni psichiatriche, promosse e sperimentate in Italia da Franco Basaglia.
Prima di allora i manicomi erano poco più che luoghi di contenimento fisico, dove si applicava ogni metodo di contenzione e pesanti terapie farmacologiche e invasive, o la terapia elettroconvulsivante (che per alcuni casi viene tuttora utilizzata).
Le intenzioni della legge 180 erano quelle di ridurre le terapie farmacologiche ed il contenimento fisico, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati da ambulatori territoriali.
La legge 180 demandò l'attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private (18%) o delle strutture di altre province (27%).
Di fatto solo dopo il 1994, con il Progetto Obiettivo e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la chiusura effettiva dei manicomi in Italia.
Nonostante critiche e proposte di revisione, la legge 180 è ancora la legge quadro che regola l'assistenza psichiatrica in Italia.

Sabato 21 febbraio ha avuto luogo un'assemblea del circolo PRC di Castellammare del Golfo. Molta la carne al fuoco. In particolare tre temi sono stati affrontati con passione: immigrazione, sanità siciliana e lavoro. Due di questi temi saranno oggetto di discussione, così come deciso dal circolo, durante un'assemblea pubblica che dovrebbe avere luogo tra due settimane: la questione della sanità siciliana e il problema dell'immigrazione. Contestualmente all'iniziativa pubblica sarà inaugurat la campagna tesseramentoal Partito della Rifondazione Comunista.

Segue un invito di Haidi Giuliani a tesserarsi per il PRC.

Non si risale una montagna da soli
di Haidi Gaggio Giuliani
su Liberazione del 22/02/2009

"Oggi sento la necessità di un partito organizzato e di farne parte"

Scorro in internet la rassegna stampa: la Palestina non si trova più nelle prime pagine dei grandi giornali, tra le notizie importanti. Nessuna sorpresa: altre popolazioni martoriate non ci sono addirittura mai arrivate. Quasi per caso nella vecchia posta ritrovo alcune foto scattate a Tulkarem, tre anni fa, quando sono andata ad assistere alle elezioni con ragazzi e ragazze dei Giovani Comunisti; siamo in gruppo e sorridenti, qualcuno tiene il braccio sollevato, la mano stretta a pugno: un gesto identitario? Sono successe molte cose in questi tre anni; i social forum, che erano la nostra speranza, nati dallo spirito di Genova 2001, si sono per lo più disciolti come neve al sole; alcuni di quei ragazzi sono andati "oltre", dove non mi è chiaro e, quel che è peggio, temo non sia chiaro neppure a loro stessi. Siamo di fronte a una gravissima crisi economica frutto di venti anni di politiche liberiste che hanno precarizzato il lavoro, tagliato i salari e accresciuta la ricchezza di ladri ed evasori. Le fabbriche chiudono; i lavoratori continuano a morire. Non c'è sicurezza per loro. Rischia di scomparire il Contratto nazionale di lavoro, scompaiono cioè le garanzie collettive sui salari e sui diritti, conquistate in tanti anni di lotte. In cambio ricompaiono i manganelli contro gli operai, a Pomigliano, contro i lavoratori dell'Innse a Milano. Non c'è sicurezza per chi difende il proprio territorio, la vita dei propri figli: linea dura delle forze dell'ordine contro i No dal Molin a Vicenza, città d'arte con coprifuoco militare. Come in Valsusa, si pretende di gestire con la forza la pacifica contestazione degli abitanti. Ma la "grande informazione" non ne parla. Non c'è sicurezza neanche per le donne nelle vie delle nostre città e, soprattutto tra le pareti domestiche, perché non saranno certamente leggi più repressive, a difenderle, bensì una cultura più diffusa, una maggiore attenzione ai problemi delle persone, maggiore partecipazione alla vita nelle città. «Ser culto es el único modo de ser libre» , ricordava José Martí nell'ottocento, ma qui la cultura viene umiliata ogni giorno, la scuola pubblica impoverita: è meglio non allevare giovani cittadini capaci di pensare con la propria testa perché potrebbero un giorno diventare uomini e donne davvero liberi. Non c'è più neppure la speranza di poter morire in pace. In cambio ritornano le leggi razziali. Assistiamo quotidianamente a colpi di mano contro la giustizia e la civiltà: medici trasformati in spioni contro gli ammalati più poveri, tanto poveri da non possedere nemmeno un documento; legalizzate le ronde; proibito indagare negli affari di lorsignori. Vengono votate in Parlamento leggi ordinarie che svuotano di significato la Carta costituzionale. In questo panorama l'opposizione a volte cinguetta con la maggioranza, a volte balbetta; quello che un tempo era il blocco sociale della sinistra si va sbriciolando.E allora io ho sentito, sento la necessità di un partito organizzato, e di farne parte. Un partito con le idee chiare. Che conosca le proprie radici e sappia anche riconoscere i propri errori; determinato a stare sempre dalla parte delle persone più deboli, sfruttate, derubate dei propri diritti, violentate nel corpo e nella vita. Voglio stare in un'organizzazione capace di discutere con forza al proprio interno e poi dichiarare apertamente quello che pensa e lavorare per raggiungere gli obiettivi individuati; capace di intervenire dove si apre un conflitto; e che quando decide di stare al fianco di grandi movimenti spontanei, come di piccole realtà, poi non li abbandona; capace altresì di denunciare le contraddizioni e di dare vita a nuovi conflitti. Voglio un partito determinato a risvegliare coscienze, disposto sempre a confrontarsi e a collaborare con altre organizzazioni, tutte le volte che è possibile; senza preconcetti ma senza nessun cedimento: un partito con le idee chiare, appunto. E voglio che il mio partito si faccia maestro e sappia fare scuola: deve sapere prima di tutto ascoltare i ragazzi e le ragazze, senza promettere facili carriere politiche ma insegnando con rigore sia la teoria come la pratica quotidiana. Perché è vero che moltissimi giovani sono nauseati dalla politica e pensano che non valga la pena di agire in una società come la nostra ma noi dobbiamo riuscire a dimostrare, come dicono le Madri argentine, che l'unica battaglia persa è quella che si abbandona. Ci riusciremo se sapremo essere onesti; se sapremo mettere da parte personalismi, leaderismi… Non si risale una montagna, non si conquista una cima da soli: si vince tutte e tutti insieme; ognuno con il proprio zaino, con il proprio carico di ricchezze e di errori, ma insieme. Ecco, così penso alla mia Rifondazione. Ma se voglio davvero che sia sempre più così, e sempre più grande, ci devo stare dentro. E lavorare.

Post più recenti Post più vecchi Home page

Scrivi al webmaster