Per riflettere e analizzare



Il 5 gennaio del 1948 nasce a Cinisi Giuseppe Impastato militante comunista antimafia ucciso il 9 maggio del 1978. Il 5 gennaio del 2010 a 32 dalla sua morte, il giorno del suo 62° compleanno si attiva Radio 100 passi , una web-radio. Le frequenze della radio prenderanno vita a casa memoria, la casa che ha visto Peppino lottare contro il potere mafia/padre/autorità , che ha ascoltato i silenzi di una famiglia lacerata dalla mafia .L’idea parte dall’ass. 100 passi o.n.l.u.s. ed è gestita dall’ass. 100 passi network .
Speriamo di rivedere in questa web-radio uno strumento non omologato, un antagonista di un sistema connotato da inquietanti , quanto pesanti presenze mafiose che vanno a concorrere con gli apparati deviati dello stato .
http://www.radio100passi.net/


E' nato alla regione Sicilia il governo Lombardo- Miccichè – PD. L’ipocrisia con la quale i dirigenti del Partito democratico stanno, maldestramente, cercando di coprire questa evidente realtà dietro assessori tecnici “informali” rappresenta un ulteriore elemento di degrado.

Le forze della federazione della sinistra denunciano da tempo la preparazione di questa gravissima operazione politica, da mesi sottolineiamo che l’assemblea regionale siciliana è stata trasformata in una palude e ne chiediamo lo scioglimento.

Si è determinato già all’indomani delle elezioni regionali del 2008 uno scenario caotico, disastroso per la società siciliana, ideale per le più spregiudicate operazioni.

Adesso il Partito democratico ha definito, un organico rapporto di potere, accettando di sostenere una giunta che ha dentro e dietro di sé non solo alcuni tra i settori più impresentabili della destra siciliana ma che conferma persino il famigerato assessore Armao, protagonista di un clamoroso caso di conflitto d’interessi sul delicatissimo tema dei termovalorizzatori, di cui lo stesso PD chiedeva fino ad ieri le dimissioni.

Bisogna leggere bene questa operazione , coglierne la pericolosità, oltre gli aspetti grotteschi, pur così numerosi. Si gioca una partita sulla ristrutturazione degli equilibri di un sistema di gestione di risorse e consenso(fondi europei,ciclo dei rifiuti, sanità tra i capitoli più importanti) ma anche l’apertura di una nuova stagione di consociativismo nella società, in una fase in cui- da Termini Imerese al mondo agricolo- si annunciano conflitti rilevanti.

Non è un caso che i massimi sponsor del nuovo governo siano Cisl e Confindustria.
Un laboratorio di affari e di subalternità sociale che guarda anche ad una fase di “inciuci” nella politica nazionale.

La costruzione di un vasto fronte di opposizione politica e sociale è quindi un compito urgente per contrastare questi progetti e per impedire che questa vicenda sia un nuovo, disastroso, incentivo alla passivizzazione dei cittadini e delle cittadine.

Le lotte contro la mafia, per il lavoro, per l’ambiente e i beni comunisono il terreno su cui si può invertire la tendenza.

Felice anno nuovo a tutte e tutti



Domani 29 dicembre 2009, alle ore 18.30, nei locali di via Ferrara (sede del circolo PRC di Castellammare del Golfo), avrà luogo un incontro con i tesserati e i simpatizzanti del PRC. Con l'occasione si tirerranno le somme dell'attività svolta durante il 2009.


Giacomo Galante, segretario circolo PRC Castellammare del Golfo.


Con la presente si coglie l'occasione per augurare a tutte e tutti un sereno anno nuovo nel segno del cambiamento e della alternativa.


Associazioni, comunità religiose, forze politiche e sindacali attive a Trapani e in Sicilia promuovono e organizzano per i giorni 27 e 28 dicembre 2009 alcune iniziative pubbliche in occasione del decimo anniversario del tragico rogo del Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani in cui persero la vita sei immigrati.


Domenica 27 si svolgerà un massiccio volantinaggio informativo lungo via G.B. Fardella a partire dalle ore 18.

Lunedì 28 sarà effettuato un presidio antirazzista davanti il Centro di Identificazione ed Espulsione “Serraino Vulpitta” con inizio alle ore 15.30.

Successivamente, con inizio alle ore 18, nei locali del Cine Teatro Don Bosco di via Marino Torre, n. 15 sarà proiettato un documentario al quale seguirà un’assemblea cittadina.

Di seguito, e in allegato, il documento politico di indizione delle iniziative e l’elenco dei soggetti promotori.
Dieci anni fa si consumava a Trapani la strage dell’allora Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta”. In seguito a una rivolta, sei immigrati detenuti nella struttura morirono a causa di un incendio divampato nella camerata in cui erano stati rinchiusi.

Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nassim – questi i loro nomi – persero la vita in un estremo tentativo di riprendersi la libertà che gli era stata negata.

Fin da subito apparvero evidenti le carenze strutturali del CPT “Vulpitta, un’ex casa di riposo per anziani adibita a campo di internamento per immigrati.

Dopo quei tragici fatti, anche grazie alla spinta degli antirazzisti trapanesi e di tutta la Sicilia che mantennero alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vicenda, fu istruito un processo che vide alla sbarra l’allora prefetto di Trapani Leonardo Cerenzìa, imputato – in qualità di responsabile amministrativo della struttura – di omissione di atti d’ufficio, omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, omessa cautela.

Da quel procedimento emersero elementi di negligenza e omissioni che dimostravano la generale inadeguatezza di chi – a tutti i livelli – gestiva il CPT.

Nell’aprile 2004, nel solco della peggiore tradizione delle stragi impunite di questo paese, Cerenzìa fu assolto da tutti i capi d’accusa e la sentenza fu confermata, un anno dopo, in appello. Nessun colpevole, dunque, tranne l’immigrato che materialmente appiccò l’incendio.

In questi dieci anni, la storia del CPT “Serraino Vulpitta” è stata continuamente scandita da episodi simili. Decine e decine di rivolte, di tentativi di fuga, di evasioni più o meno riuscite, di atti di autolesionismo, di tentati suicidi, di scioperi della fame, di proteste individuali e collettive. Per non parlare poi delle denunce degli immigrati che, in più occasioni, hanno puntato il dito contro l’invivibilità della struttura e le violenze delle forze dell’ordine deputate alla sorveglianza dei trattenuti.

Una storia, quella del “Serraino Vulpitta” in tutto simile a quella degli altri Centri di detenzione per immigrati sparsi per l’Italia. Galere etniche in cui le persone vengono rinchiuse solo perché classificate dalla legge come “irregolari” o “clandestine”.

A dieci anni dal rogo del “Vulpitta” – il primo Centro istituito in Italia dalla legge Turco-Napolitano del 1998 – il livello della repressione nei confronti degli immigrati in Italia è addirittura peggiorato.

Governi di centrodestra e di centrosinistra hanno garantito una sostanziale continuità nelle normative sull’immigrazione, sempre finalizzate a rendere difficilissimo l’ottenimento del permesso di soggiorno e a creare un’enorme massa di manodopera a basso costo esposta al ricatto della clandestinità, delle mafie e dei trafficanti di esseri umani.

Negli ultimi dieci anni le campagne di criminalizzazione promosse dalla classe dirigente nei confronti degli immigrati hanno spianato la strada a un razzismo diffuso, a un’aperta ostilità contro gli stranieri, accusati di essere gli artefici di tutti i mali della nostra società. Il cosiddetto pacchetto-sicurezza è, nell’ordine, l’ultimo atto di una politica fondata sulla paura e l’autoritarismo, improntata al restringimento delle libertà civili (come i divieti a manifestare o a vivere liberamente gli spazi urbani) in nome della “sicurezza” o, peggio, di un presunto “decoro”.


La legge Bossi-Fini sull’immigrazione è stata ulteriormente inasprita dalle norme contenute nel pacchetto-sicurezza in cui si dispone la costruzione di nuovi Centri di detenzione per immigrati, il prolungamento della detenzione fino a sei mesi, il carattere penale del reato di clandestinità, il respingimento in mare dei migranti.

A Trapani, città di frontiera già segnata dalla presenza del “Vulpitta”, è in fase avanzata di costruzione un nuovo e più grande Centro di identificazione ed espulsione in contrada Milo, all’estrema periferia della città, un nuovo lugubre monumento al razzismo di stato.


Negli ultimi dieci anni la migliore resistenza al razzismo è stata offerta proprio dagli immigrati, dalla loro autorganizzazione, dalla loro capacità di mobilitarsi per difendere i loro diritti. Le stesse rivolte, sempre frequenti in tutti i Centri di detenzione d’Italia (da Trapani a Caltanissetta, da Milano a Roma, da Modena a Bari, da Lampedusa a Gradisca d’Isonzo), sono la testimonianza più drammatica di quanto sia insostenibile la privazione della libertà quando si viene incriminati non per ciò che si fa ma per ciò che si è.


Nel decimo anniversario della strage del “Serraino Vulpitta”, il ricordo di quei fatti non può prescindere da una rinnovata opposizione all’esistenza di queste strutture e dal rifiuto netto di qualunque discriminazione e di ogni razzismo.


Non ci arrenderemo mai all’idea di vivere in un paese razzista, un paese in cui la libertà e i diritti vengono oltraggiati dall’arroganza del potere.

Non ci arrenderemo mai alla tentazione di considerare luoghi come il “Serraino Vulpitta” necessari o “normali”.


– Per ricordare Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim morti nel rogo del 1999 e tutti i migranti morti nei CPT, davanti le nostre coste, spariti nelle campagne o sepolti sotto le macerie dei nostri cantieri.

– Per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione “Serraino Vulpitta” e contro l’apertura del nuovo CIE di contrada Milo.

– Per la chiusura di tutti i CIE (ex CPT), per l’abolizione delle leggi razziste (Bossi-Fini e Turco-Napolitano) e del pacchetto-sicurezza.

– Per l’eliminazione del legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno.

– Per la libertà di movimento di tutte e tutti, in Italia e nel mondo.– Per il riconoscimento dei diritti fondamentali per tutti, immigrati e non.

– Per l’autonomia dei movimenti e l’autorganizzazione delle lotte.

– Per la solidarietà e la giustizia sociale, contro ogni razzismo.


Coordinamento per la Pace

- TrapaniAssociazione “Amici del Terzo Mondo”

- Marsala Ass. Italia-Tunisia

Ass. Senza SpondeAss.

Un legale per tutti

CGIL - Trapani

Chiesa Valdese di Trapani e Marsala

Coordinamento Anarchico Palermitano

Federazione Anarchica Siciliana

Federazione Siciliana FdCA

Libera - associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Movimento "Per Erice che vogliamo"Partito della Rifondazione Comunista - Circolo “M. Rostagno” TrapaniSinistra

Ecologia e Libertà - Trapani

Un’Altra Storia - Trapani

Lotta alla mafia e azioni politiche.

La lotta alla mafia deve essere un fatto sociale. Questo significa che la mafia va attaccata non solo attraverso forme di repressione del fenomeno malavitoso ma anche attraverso una efficace cultura della legalità. Politicamente significa tradurre tale cultura in azioni concrete: leggi.

Ecco perche gli sforzi delle tante associazioni che lottano contro la mafia, e che si definiscono a ragione apartitiche, necessitano di uno sbocco politico e di un impianto ideologico che deve mettere al centro del progetto la legalità e il rifiuto della mafia. Perchè, se è vero, come è vero, che la cultura della legalità non conosce steccati ideologici, allo stesso modo l'azione politica in parlamento deve basarsi su atti concreti volti a minare alla base il fenomeno mafioso attraverso norme che mettano in difficoltà chiunque voglia delinquere, pulire il denaro sporco, falsificare i bilanci. Tutte le leggi votate a maggioranza e proposte dall'attuale governo muovono nella direzione opposta favorendo chiunque voglia delinquere in genere e in particolare la mafia, vedi scudo fiscale, messa all'asta dei beni confiscati alla mafia, depenalizzazione del falso in bilancio.
Un motivo in più per dire ad alta voce che chi vota PDL, a meno che non si dissoci dagli atti ufficiali del partito, NON HA CREDIBILITA' PER FARE ANTIMAFIA.

Di seguito con una serie di domande e risposte viene chiarito il significato e l'importanza di norme in tema di beni confiscati alla mafia e la gravità dell'emendamento votato in senato che introduce la novità di potere mettere all'asta un bene confiscato con la possibilità che lo stesso ritorni attraverso prestanomi in mano mafiosa

Che cosa prevedono le attuali norme in tema di beni confiscati alla mafia?
La confisca dei beni ai mafiosi è prevista dalla legge Rognoni-La Torre, approvata il 17 settembre 1982 come risposta dello Stato dell’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Per la prima volta si aggrediscono i patrimoni di Cosa Nostra con l’obiettivo di sottrarre ai clan la forza finanziaria, ma non si prevedono procedure di riutilizzo degli immobili confiscati: appartamenti, ville, alberghi, magazzini, terreni agricoli.

Come si destinano gli immobili sequestrati alle attività sociali?
Un decreto legge del 1989 introduce le prime forme di destinazione e ammette la possibilità di vendita dei beni. La legge 109 del 1996 - approvata a seguito di una proposta di iniziativa popolare che raccolse oltre un milione di firme - esclude tassativamente la vendita e prevede l’assegnazione degli immobili a fini sociali (cioè alla realizzazione di scuole, comunità di recupero, case per anziani) istituzionali o di pubblica sicurezza. L’idea è di fare tornare alle comunità locali patrimoni accumulati in modo illecito.

Che cosa dice l’emendamento appena approvato dal Senato?
Stabilisce il termine di 90 giorni, centottanta nei casi più complessi, perché l’Agenzia del Demanio assegni agli enti locali gli immobili confiscati. Nel caso in cui questo non accada, introduce la possibilità di metterli all’asta. Eventualità concreta, visto che i tempi di destinazione sono di solito molto più lunghi di tre mesi e le procedure farraginose.

Quanti beni sono stati confiscati e assegnati?
Dalla legge del 1982 al 30 giugno del 2009, ultimo dato disponibile, sono stati confiscati 8.933 immobili. Ne sono stati assegnati 5.407, mentre ben 3.213 beni sono bloccati al Demanio, spesso per problemi di ipoteche o di proprietà indivise o non individuabili. A meno che non vengano assegnati entro novanta giorni, sono quelli che potrebbero essere venduti all’asta.

Come verrebbero utilizzati i proventi?
L'emendamento prevede che i soldi ricavati dalle vendite all’asta siano dati per metà al ministero degli Interni (alle forze di polizia), e per metà a quello della Giustizia. Il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, e diverse associazioni antimafia tra cui Libera di don Luigi Ciotti hanno lanciato l'allarme sul rischio che l'emendamento possa rappresentare un regalo alla mafia.

Perché potrebbe essere un regalo alla mafia?
Perché i clan mafiosi, attraverso prestanome, avrebbero la possibilità di riappropriarsi dei beni che hanno perduto. A favore della misura è invece l’associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, la quale spera che lo Stato trovi così i fondi da destinare ai parenti delle vittime di mafia.

Ci sono altre ragioni di opposizione?
Comuni e associazioni si chiedono come lo Stato ritenga di superare, con le aste, i problemi che hanno rallentato l’iter di assegnazione ai Comuni. Ipoteche e proprietà indivise sarebbero di ostacolo anche alle compravendite.

Che cosa sono gli 8.933 immobili confiscati?
La maggior parte dei beni, 4.702, sono case, ville, appartamenti. I terreni sono 2.287. Box, garage, autorimesse, cantine, posti auto ammontano a 1.075. I fabbricati in genere sono 474; gli impianti industriali, le cave, i capannoni, 190. Diciotto gli alberghi, le pensioni, gli impianti sportivi. Gli edifici non catalogati 187. Valgono più di 220 milioni di euro e si trovano nell'83 per cento dei casi in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Ma un significativo 7,2 per cento è in Lombardia.

Come si assegnano i beni confiscati?
Il Demanio chiede al Comune, e di recente anche alla Regione e alla Provincia in cui ricade il bene, di manifestare l’interesse a utilizzarlo per fini sociali, istituzionali o di sicurezza. Se c’è un’indicazione in tal senso, parte l’iter per l’assegnazione, definita anche destinazione. Se questo processo si conclude positivamente, si passa alla consegna, atto con cui l’immobile entra nel patrimonio indisponibile, quindi non vendibile, dell’ente locale. A quel punto, se il Comune non ha intenzione di utilizzare direttamente il bene per fini istituzionali, emana un bando aperto alle associazioni di volontariato o alle cooperative sociali che operano sul territorio.

Quali difficoltà hanno gli enti locali?
Quando entrano in possesso di beni sequestrati, la difficoltà maggiore è la mancanza di finanziamenti per la messa in sicurezza e la ristrutturazione del bene. Molti Comuni siciliani, per esempio, chiedono da tempo che l’immobile sia accompagnato da una «dote» finanziata con i soldi sequestrati alla mafia.

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