Attraverso un articolo di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazone Comunista, integrato da alcune informazioni storiche su alcune tappe fondamentali riguardanti i movimenti rivoluzionari di massa dell'est Europa, vi invitiamo a riflettere sul significato delle radici storiche del comunismo e sui principi di rifondazione del comunismo che danno significato alla presenza di una forza come Rifondazione Comunista nel panorama della politica attuale dominata dal pensiero unico.

Ottantantotto anni fa nasceva a Livorno il partito Comunista d’Italia, sezione dell’internazionale comunista. Dopo la sconfitta del biennio rosso e del movimento di occupazione delle fabbriche, l’incapacità del partito Socialista di dirigere positivamente il movimento di massa veniva sancito da questa rottura. Il movimento operaio italiano non nasceva in quel passaggio, ma li si decise una svolta, si decise il cambiamento del nome: da li in poi, anche in Italia, i rivoluzionari si sarebbero chiamati comunisti.

Il cambio del nome nacque dalla necessità di distinguersi dai partiti socialisti. Questi erano stati travolti; prima dall’incapacità di tenere una posizione autonoma dalle varie borghesie nazionali nella gigantesca carneficina che fu la prima guerra mondiale; poi dall’incapacità a definire uno sbocco rivoluzionario alla crisi post bellica. I partiti socialisti si erano rivelati una guida fallimentare per i lavoratori e così, i rivoluzionari, dopo la vittoria in Russia, decisero di segnare nettamente la differenza, addirittura con il cambio del nome.

La presa della sede degli Zar (anche se lo Zar era ormai caduto) fu il momento simbolico culminante, e al tempo stesso l'azione decisiva, per la rottura dello stato di cose esistenti in Russia alla fine del 1917 e per l'instaurazione del potere bolscevico. Se è evidente che quest'azione ebbe caratteri militari, non è possibile ridurre tutta la complessa rivoluzione russa a quest'evento, né d'altro canto vedere la vittoria di Lenin come risultante del solo "colpo di mano" dell'ottobre (novembre, secondo il calendario occidentale). Si perderebbe così di vista il movimento di organizzazione dei soldati, dei contadini e dei lavoratori dell'immenso impero e la complessa dialettica dei partiti e delle correnti rivoluzionarie che hanno avuto luogo in nome della pace, della “terra ai contadini”, dell’autodeterminazione dei popoli.

Quaranta anni fa Jan Palach si dava fuoco in piazza Venceslao a Praga per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.
Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969 Jan Palach si recò in piazza San Venceslao, al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Rimase lucido durante i tre giorni di agonia. Ai medici disse d'aver preso a modello i buddisti del Vietnam. Al suo funerale, il 25 gennaio, parteciparono 600 mila persone, provenienti da tutto il Paese.

Quel’invasione, che seguiva di 12 anni l’invasione dell’Ungheria, metteva la parola fine alla primavera di Praga. Chiudeva brutalmente il più importante tentativo di autoriforma avvenuto nei paesi a socialismo reale. I sistemi politici nati con la rivoluzione russa evidenziavano in modo drammatico di essere entrati in contraddizione totale con le aspirazioni che li avevano generati. La speranza di trasformazione sociale che il comunismo aveva portato al punto più alto nel mondo moderno, con una rivoluzione che aveva sovvertito completamente l’ordine sociale, veniva annichilita sotto i cingoli dei carri armati.
Per questo il nostro partito oggi si chiama Partito della Rifondazione Comunista. Perché ci sentiamo in piena sintonia con quei rivoluzionari che assaltarono il palazzo d’inverno e che diedero vita al Partito Comunista d’Italia e perché siamo consapevoli che i sogni e le speranze di quei rivoluzionari sono stati negati, calpestati ed offesi a Praga, a Bucarest come a Berlino nel 1953.
I moti operai del 1953 in Germania Est si svolsero nel giugno e luglio del 1953. Uno sciopero degli operai edili si trasformò in una rivolta contro il governo della Germania Est. A Berlino la rivolta venne schiacciata con la forza dal Gruppo delle Forze Sovietiche in Germania.

Rifondazione Comunista, due termini che si sostengono e si qualificano a vicenda. L’uno senza l’altro perdono di significato, non possono esprimere il senso del nostro progetto, sono muti. Rifondazione Comunista non è solo il nome del partito ma il nostro progetto strategico: rendere attuale il comunismo attraverso il suo processo di rifondazione, che matura e cresce interagendo con le soggettività antagoniste.
Da qui ripartiamo oggi. Nella consapevolezza che gli ultimi tempi il progetto della rifondazione comunista è stato pesantemente attaccato e messo in discussione da chi ha proposto di abbandonare ogni riferimento al Comunismo. La rifondazione senza il comunismo non è l’approdo naturale della nostra storia ma la negazione radicale della nostra ragione di esistenza. La rifondazione senza il comunismo è la pura riedizione dell’occhettismo, cioè l’innovazione senza principi e la perdita di ogni autonomia politica.

Ricordiamo quindi oggi quel lontano 21 gennaio 1921, nella piena consonanza di ideali e di propositi, per proporre il rilancio del progetto della rifondazione comunista. Questo non avviene nel vuoto pneumatico, non avviene nel cielo delle ideologie; avviene nel bel mezzo di una gravissima crisi economica che mostra, una volta di più, il volto distruttivo del capitalismo. Quella in cui siamo entrati è una crisi pesantissima, che durerà a lungo e che cambierà profondamente il nostro modo di vivere. E’ una crisi “costituente” in cui si intrecciano crisi economica, crisi sociale e crisi della politica. Il parallelo storico che salta agli occhi è quello con la Germania della repubblica di Weimar, in cui identità sociali e politiche consolidate si sfaldarono e il disagio e le paure sociali vennero egemonizzate dalla barbarie razzista.

Ricostruire una speranza. Ricostruire un efficace conflitto di classe, forme di solidarietà e di mutualismo, evitare le guerre tra i poveri. Far vivere nel conflitto la lotta per le libertà e per l’eguaglianza. Prospettare una uscita da sinistra da questa crisi, in termini di intervento pubblico per la ristrutturazione ambientale e sociale dell’economia e di redistribuzione del reddito e del potere. Queste sono le sfide a cui dobbiamo saper rispondere nella costruzione dell’opposizione. Non si tratta di proseguire come ieri. Rifondazione Comunista non si salva conservandola ma spendendola nella capacità di dare una risposta alla crisi, sommando spirito unitario e determinazione, nella forte sintonia che ci lega alle esperienze latinoamericane. Il Partito Comunista Italiano seppe costruire il suo ruolo e la sua ragion d’essere politica nella lotta partigiana, nell’abbattimento del regime fascista e nella costruzione della democrazia in Italia. Noi oggi vogliamo rilanciare il nostro progetto di rifondazione comunista nella capacità di dare una risposta, in basso a sinistra, a questa crisi.

Economia e lavoro: sale solo la disoccupazione.

di Roberto Tesi
su Il Manifesto del 20/01/2009


Per la Commissione il 2009 sarà un anno terribile in tutta Europa. In Italia il Pil diminuirà del 2%. Boom del deficit e debito pubblico
I numeri della crisi sono neri perché, per dirlo con il commissario Ue agli affari economici Almunia, il futuro è decisamente «nero» e la recessione sarà durissima, soprattutto nel primo semestre. E non solo in Italia, per la quale, confermando le previsioni della Banca d'Italia, la Ue prevede una caduta del Pil del 2,0% nel 2009. Ma, come avverte il rapporto presentato ieri con un mese di anticipo rispetto alla scadenza tradizionale di febbraio, le cose potrebbero andare anche peggio delle già nere previsioni perché «ci troviamo di fronte alla peggiore crisi che l'economia mondiale abbia attraversato dalla seconda guerra mondiale».Secondo il Rapporto della Commissione Ue, quest'anno nei 16 paesi dell'euro il Pil segnerà complessivamente una caduta dell'1,9%. A diminuire saranno i consumi, ma soprattutto gli investimenti. E uno dei tonfi maggiori sarà registrato in Germania: quella che un tempo era la locomotiva d'Europa, con una discesa del prodotto lordo del 2,3% nel 2009, sta trascinando ora tutti gli altri paesi all'ingiù. Il paese più colpito dalla recessione sarà l'Irlanda (-5%), massacrata dalla crisi finanziaria. In Spagna, la crisi del settore delle costruzioni, spingerà il Pil al ribasso del 2%, mentre in Francia la discesa sarà dell'1,8%.A fronte della caduta del prodotto, in tutti i paesi aumenterà il deficit pubblico che nell'eurozona si attesterà al 4% rispetto al Pil, con voragini in Irlanda (11%), Spagna (6,2%) e Francia (5,4%). Il crollo più preoccupante è però quello dei posti di lavoro: la disoccupazione è prevista in forte crescita sia quest'anno che nel 2010. Solo nel 2009 andranno distrutti 3,5 milioni di posti di lavoro. Secondo le stime dalla Commissione, il numero delle persone senza lavoro nei 16 paesi dell'euro salirà dal 7,5% del 2008 al 9,3% del 2009, per portarsi al 10,2% nel 2010. Nell'insieme dei 27 membri dell'Unione, dove lo scorso anno il tasso di disoccupazione si è attestato a quota 7%, si prevede che nel 2009 si passerà all'8,7% e nel 2010 al 9,5 per cento. Il paese più colpito dalla disoccupazione sarà la Spagna: nel 2010 il tasso di disoccupazione salirà a quasi il 19%, che significa un disoccupato ogni 5 lavoratori. In questa situazione recessiva, ovviamente l'inflazione (3,3% nel 2008) è attesa per quest'anno in discesa (all'1,0%), mentre se a fine 2009 dovesse esserci una leggera ripresa, l'inflazione risalirebbe all'1,8% nel 2010 (3,3% nel 2008). Ma veniamo all'Italia. I pessimi numeri italiani non sono peggiori rispetto a quelli degli altri paesi di Eurolandia. Forse perché un paese che in condizioni normali cresce meno degli altri, risente in modo più contenuto degli sbalzi dovuti alla crisi. Ad ogni buon conto, la decrescita nel 2009 (dopo il -0,6% del 2008) è fissata al 2%, mentre per il 2010 si attende una modesta ripresa dello 0,3%, comunque minacciata da mille variabili negative. Sul fronte dei conti pubblici, non stupisce che il deficit tornerà in forte crescita e quest'anno schizzerà - sforando il parametro di Maastricht del 3% al 3,8% (un punto in più rispetto al 2008), scendendo appena di un decimale (cioè al 3,7%) alla fine del 2010. La crescita del deficit sarà accompagnata da un fortissimo aumento del debito pubblico - il più alto d'Europa - che nel 2008 è arrivato al 105,7% del Prodotto interno lordo, nel 2009 schizzerà al 109,3% e nel 2010 continuerà la sua corsa toccando il 110,3%. E questo, a meno di un nuovo crollo dei tassi di interesse - costerà molto caro all'erario. Inoltre, avverte Bruxelles, il debito potrebbe ulteriormente lievitare nel caso lo stato si trovi costretto a «ricapitalizzare» qualche banca in crisi. Come per il resto dell'Europa, la discesa del Pil sarà accompagnata da una forte crescita del tasso di disoccupazione che passerà dal 6,7% dello scorso anno all'8,7% del 2010. Il che significa che avremo almeno un milione di nuovi disoccupati, visto che accorre aggiungere a chi perde il posto anche le nuove forze di lavoro giovanili che non riusciranno a trovare occupazione. La misura della crisi è stata data dal commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, che presentando a Bruxelles le sue previsioni economiche straordinarie ha indicato che il primo semestre del 2009 «sarà la fase peggiore della recessione, quindi nella seconda metà dell'anno dovrebbe esserci una ripresa, anche se modesta e graduale». Almunia ha annunciato una raffica di procedure per deficit eccessivo, spiegando che il 18 febbraio inoltrerà al consiglio dei ministri delle finanze Ue (Ecofin) una serie di rapporti sulla situazione (anticamera del procedimento). Ma, rispetto al passato, per non mettere il cappio al collo di chi sta male, le procedure non imporranno risanamenti immediati e non dovrebbero scatenare scontri con i governi. Almunia ha anche detto di non vedere un rischio deflazione (1% nel 2009 per zona euro, 1,2% per l'Italia) e ha definito irrealistica la possibilità che gli stati messi peggio vadano in default o escano dalla zona euro.

Con un'ordinanza il sindaco Bresciani informa i cittadini sul corretto conferimento dei rifiuti, il cui servizio di raccolta e smaltimento è stato affidato all’Agesp S.p.a. e su alcune novità introdotte, allo scopo di migliorare il servizio, quali la raccolta differenziata, che, secondo quanto riportato dall'addetto stampa del Sindaco, partirà a breve per i cittadini, mentre è già attiva per gli esercizi commerciali. Sul fatto che la raccolta differenziata sia già stata attivata per gli esercizi commerciali manifestiamo perplessità e chiediamo alcuni chiarimenti. Ci risulta difficile pensare, infatti, che questa raccolta differenziata possa essere efficace, in quanto il servizio di raccolta dei rifiuti non viene espletato la domenica. Si capisce bene come la maggior parte dei rifiuti si accumuli il sabato notte proprio quando le pizzerie, i pub e i bar lavorano di più e fino a tarda notte. Per questo chiedamo che il servizio di raccolta sia attivo anche la domenica. Non dimentichiamo che entro il 2006 era obbligo di tutti i Comuni raccogliere in maniera differenziata almeno il 35% dei rifiuti (in origine tale percentuale era da raggiungere nel 2003); la nuova normativa prevede l'obbligo di raggiungere il 65% entro il 2010. In molti dei Comuni che primeggiano nella raccolta differenziata viene applicato un incentivo diretto alla selezione. In pratica viene applicato il principio "più inquini più paghi". Per contro più ricicli più risparmi. Per applicare una misura precisa di quanto il cittadino sia bravo il comune vende gli unici sacchetti abilitati allo smaltimento dei rifiuti non riciclabili al costo del sacchetto più il costo dei rifiuti che questo contiene. Quindi se un cittadino differenzia bene i suoi rifiuti dovrà acquistare meno sacchi. Questo principio basato sull'incentivazione ad inquinare di meno potrebbe essere applicato da subito e, in un primo momento, in via sperimentale ai pubblici esercizi.

L’ordinanza del sindaco, in particolare, prevede anche una serie di divieti che riguardano l’abbandono indiscriminato di rifiuti, ingombranti e non, per strada o accanto ai cassonetti già pieni. Su questo punto non possiamo che trovarci daccordo con le disposizioni del Sindaco, vorremmo però che venissero disciplinate, previa una buona pubblicizzazione, attraverso un progetto di educazione ambientale che inizi con le scuole fino a coinvolgere i genitori.

L’ordinanza, inoltre, stabilisce che dal 15 maggio al 15 settembre, i rifiuti urbani vanno conferiti negli appositi cassonetti, in sacchetti chiusi, tutti i giorni della settimana, dal lunedì alla domenica, dalle 19 alle ore 6 del giorno successivo; mentre dal 16 settembre al 14 maggio, i rifiuti vanno conferiti negli appositi cassonetti, dal lunedì al sabato, dalle 17 alle 6 del giorno successivo. Negli altri orari non è consentito disfarsi dei rifiuti.

Per i cittadini serviti con il sistema della raccolta porta a porta, dal 15 maggio al 15 settembre è previsto di esporre il sacchetto contenente rifiuti, debitamente legato, dinanzi la propria abitazione, in tutti i giorni della settimana, dalle 6 alle 9. Dal 16 settembre al 14 maggio il sacchetto potrà essere esposto dal lunedì al sabato, dalle 6 alle 9. In questo caso si riproponerebbe il problema della raccolta di rifiuti nelle domeniche del mese con i conseguenziali disagi.

I cittadini potranno conferire i rifiuti elencati nell’ordinanza(carta e cartone, vetro e lattine, plastica), escluso gli imballaggi in legno, tutti i giorni ed in tutte le ore, nei cassonetti della raccolta differenziata appositamente contrassegnati e dislocati nell'abitato.

I rifiuti urbani pericolosi (farmaci scaduti – siringhe…), negli appositi contenitori, tutti i giorni ed in tutte le ore. Per le attività commerciali(bar - ristoranti – pizzerie… ), il conferimento dei rifiuti differenziati, che è già attivo, dovrà essere effettuato mediante l’utilizzo dei contenitori concessi. L'esposizione del contenitore dovrà avvenire secondo il seguente calendario, escluso i festivi: il cartone sarà raccolto il martedì e venerdì, e dovrà essere esposto dalle 6 alle 9. Stessa ora per gli altri materiali: la plastica sarà raccolta il mercoledì, il vetro e le lattine il giovedì; la carta il lunedì; gli imballaggi in legno, invece, saranno raccolti il sabato e dovranno essere esposti davanti gli esercìzi commerciali, dalle 6 alle 11. L’umido sarà raccolto dal lunedì al venerdì ed il contenitore dovrà essere esposto dalle 6 alle 9. Non comprendiamo il significato dell'esposizione del contenitore su cui chiediamo chiarimenti.

I rifiuti ingombranti, i beni durevoli di uso domestico ed i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), dovranno essere conferiti direttamente al personale dell'Agesp, che ha attivato un servizio gratuito per il ritiro a domicilio, previo appuntamento telefonico(0924-31724). Il ritiro avverrà dalle 6 alle 9, secondo il seguente calendario: il lunedì i materassi, il mercoledì le apparecchiature elettriche ed elettroniche, tranne frigoriferi, televisori e monitor, che saranno raccolti il giovedì. Sabato: beni durevoli in legno(poltrone, sedie, tavoli…). I produttori di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, non assimilabili agli urbani (materiali provenienti da lavori edili o stradali, parti di autoveicoli, oli esausti, pneumatici fuori uso, scarti di macellazione…), devono provvedere a loro cura e spese ad un adeguato smaltimento, recupero o trattamento.

Tante le raccomandazioni dell’ordinanza: conferire nei bidoni della raccolta differenziata, bottiglie, scatolette, buste, lattine… opportunamente svuotate (per evitare cattivi odori), ed opportunamente schiacciate o piegate (per ridurne l’ingombro). Non conferire nei bidoni della raccolta differenziata i bicchieri, i piatti e le posate in plastica, perché si tratta di plastica non riciclabile. A tutti i concessionari di suolo pubblico, ed in particolare agli esercenti di alimenti e bevande (baristi), l’ordinanza ricorda che, in virtù del regolamento comunale per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche e per l'applicazione della relativa tassa, "devono mantenere costantemente pulita l'area loro assegnata". I trasgressori dell’ordinanza saranno puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria che va da 25 a 155 euro. Auspichiamo che tutte queste raccomandazione siano ampiamente pubblicizzate al fine di rendere più efficente un servizio che negli ultimi anni è stato molto scadente arrecando un'immagine negativa al Paese.





Il Partito della Rifondazione Comunista
circolo di Castellammare del Golfo.

Mike Davis: Il mondo è diventato infiammabile.

L'analisi di quello che sta accadendo nel vasto mondo dei movimenti riteniamo sia necessaria per potere comprendere quali trasformazioni stanno caratterizzando la nostra società.
Attraverso questo articolo apparso sul Manifesto di 50 euro speriamo di contribuire a creare un momento di riflessione attraverso il punto di vista di Mike Davis.
Mike Davis (1946) è teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Molto conosciuto per le sue prese di posizione politiche, ha al suo attivo numerosi libri. Insegna alla University of California. Tra le sue opere più apprezzate: Città di quarzo (manifestolibri 1991); Cronache dall’Impero (manifestolibri 2004); Geografie della paura (Feltrinelli 1999); I latinos alla conquista degli Usa (Feltrinelli 2001); Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli 2002); Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli 2002).



"Penso che le nostre società siano ormai oltre modo sature di una rabbia non riconosciuta, che può improvvisamente cristallizzarsi intorno a un abuso di polizia o a una repressione di stato. Il seme della rivolta ha già palesemente dato il suo frutto, ma la società borghese a malapena riconosce il suo raccolto.
A Los Angeles, nel 1992, ad esempio, ogni adolescente in strada (o, inversamente, ogni poliziotto di ronda) sapeva che la battaglia conclusiva stava arrivando. Tra i giovani e il governo cittadino si stava aprendo una spaccatura sempre più ampia, tale da essere ben evidente anche per l’osservatore meno accorto: arresti di massa settimanali, innumerevoli pestaggi di ragazzi disarmati da parte della polizia, la schedatura ingiustificata dei giovani black, l’esercizio vergognoso di una giustizia a due pesi e due misure, e così via. Eppure, una volta arrivati allo scoppio decisivo, sulla scia della sentenza giudiziaria che assolse la polizia colpevole di aver picchiato Rodney King fin quasi alla morte, le élite politiche e mediatiche reagirono quasi come se una forza segreta e imprevedibile si fosse liberata dalle profondità della terra.
I media (che perlopiù osservavano dall’alto degli elicotteri) in seguito cercarono di far passare nell’opinione pubblica una percezione della rivolta basata sulla drastica semplificazione e stereotipizzazione: gangs di neri appiccavano fuoco nelle strade e depredavano. In realtà la sentenza del caso Rodney King divenne il nucleo attorno al quale istanze di lotta, fra loro molto diverse, coalizzarono. Delle migliaia di arrestati solo pochi erano davvero membri di gang, e addirittura appena un terzo erano afro-americani. La maggioranza era composta di poveri immigrati o dei loro figli arrestati per furto di pannolini, scarpe e televisori nei negozi di quartiere. L’economia di Los Angeles attraversava allora (esattamente come oggi) una forte recessione, che colpiva maggiormente i quartieri «latinos» a sud e a ovest di downtown; ma la stampa non si era mai occupata della loro miseria esistenziale, così l’esistenza di una «rivolta del pane» all’interno del movimento fu quasi completamente ignorata.
In maniera simile, oggi, in Grecia, un’«ordinaria» atrocità della polizia finisce per scatenare una rivolta che viene etichettata come rabbia inspiegabile e attribuita ad oscuri anarchici: mentre, in realtà, una «guerra civile a bassa intensità» sembra aver caratterizzato da tempo la relazione tra la polizia e diversi strati giovanili.
Non ho alcuna qualificazione per esprimermi sulla specificità della situazione greca, ma ho l’impressione che ci siano qui importanti discontinuità rispetto alla Francia del 2005. La segregazione spaziale degli immigrati e delle fasce povere giovanili appare meno estrema che a Parigi, mentre le prospettive di lavoro per i figli della piccola borghesia sono considerevolmente peggiori: l’intersezione di queste due circostanze porta nelle strade di Atene una miscela più varia di studenti e giovani disoccupati. Inoltre i giovani greci appartengono a una tradizione di protesta continua e a una cultura di resistenza che è unica in Europa.
Quali sarebbero le richieste avanzate dai manifestanti greci? Sicuramente percepiscono con chiarezza spietata che la depressione globale preclude le riforme tradizionali del sistema educativo e del mercato del lavoro. Perché dovrebbero aver fiducia in un’iterazione del Pasok e delle sue promesse mancate? Ma è vero anche che si tratta di una tipologia originale di rivolta, prefigurata dagli scoppi precedenti di Los Angeles, Londra, e Parigi, ma derivante da una nuova e più profonda consapevolezza: che il futuro è già stato derubato in anticipo. Infatti, quale generazione nella storia moderna (a parte i figli dell’Europa del 1914) è mai stata così globalmente tradita dai propri padri?
Mi angoscio su questo punto perché ho quattro figli, e anche il più giovane di loro comprende che il loro futuro potrebbe essere radicalmente diverso dal mio passato. La mia generazione di «baby-boomers» consegna ai suoi eredi un’economia mondiale collassata, un picco stupefacente di disuguaglianza sociale, guerre brutali combattute sulle frontiere imperiali, e un clima planetario fuori controllo.
Atene è considerata da molti come la risposta alla domanda: «dopo Seattle, cosa ancora?» Il riferimento è alle dimostrazioni anti-Wto e alla «battaglia di Seattle» del 1999, quando si aprì una nuova era di protesta non violenta e di attivismo civile. L’incredibile popolarità dei social forum mondiali, i milioni scesi in strada nel 2003 contro l’invasione dell’Iraq da parte di Bush, il supporto diffuso al protocollo di Kyoto, tutto ciò aveva alimentato l’enorme speranza che un «altro» mondo fosse possibile
Eppure la guerra non è finita, le emissioni di gas serra sono aumentate, e il movimento dei social forum sta languendo. Un intero ciclo di proteste è giunto al termine proprio quando le caldaie del capitalismo globale di Wall Street sono esplose, rivelando in un sol colpo problemi radicali insieme a nuove opportunità per il radicalismo.
La rivolta di Atene mette fine a un lungo periodo di aridità e di rabbia. Il suo nucleo sembra insofferente agli slogan speranzosi e alle soluzioni ottimistiche - distinguendosi così dalle spinte utopistiche del 1968 e dallo spirito fiducioso del 1999. L’assenza di domande di riforma, di sicuro, è ciò che scandalizza di più, non i cocktail di molotov o lo vetrine rotte dei negozi. Non somiglia granché alla sinistra studentesca degli anni ‘60, né alle rivolte intransigenti dei sottoproletari anarchici di Montmartre alla fine dell’Ottocento, e neanche al «Barrio Chino» di Barcellona durante i primi anni ‘30.
Alcuni attivisti, naturalmente, considerano i fatti di Atene come una riproposizione dello stile di protesta di Seattle, alterato da un certo quoziente di «passionalità mediterranea». Questa interpretazione funziona all’interno del paradigma «Obama-porterà-il-cambiamento», che legge il presente come un ritorno dei movimenti di riforma politica degli anni ‘30 e degli anni ‘60.
Ma altri giovani attivisti di mia conoscenza rifiutano questa lettura. Si identificano piuttosto (così come fecero gli anarchici fin de siècle) con una «generazione perduta», e vedono nelle strade di Atene il metro appropriato alla loro rabbia. È sicuramente pericoloso sopravvalutare l’importanza di una rivolta che ha uno specifico contesto nazionale, ma il mondo è diventato infiammabile, e Atene è la prima scintilla.
(Trad. Nicola Vincenzoni)".

DURANTE L'ASSEMBLEA DI CIRCOLO DI VENRDI' 16 GENNAIO 2009 IL SEGRETARIO DEL CIRCOLO PRC DI CASTELLAMMARE DEL GOLFO HA SOTTOPOSTO ALL'ATTENZIONE DELL'ASSEMBLEA UN DOCUMENTO POLITICO CHE VERRA' EMENDATO E APPROVATO NELLA PROSSIMA RIUNIONE.


DOCUMENTO POLITICO:
Il configurarsi della scissione di una componente importante del PRC pone degli interrogativi sui quali è opportuno riflettere. Per anni si è tentato di tenere insieme due anime tra loro diverse ma che erano riuscite a lavorare in sinergia ottenendo, prima che si consumasse la negativa esperienza nel Governo Prodi, buoni risultati. La scissione è quindi la sconfitta del tentativo ambizioso di coniugare da un lato la critica del comunismo reale e dello stalinismo e dall’altro un orizzonte comunista inteso come movimento operaio anticapitalista, non meramente ideologico ma di trasformazione. Il rischio che corriamo con la scissione è quello di avere da una parte una rifondazione comunista intesa come pura innovazione e sperimentazione di nuove pratiche politiche in cui paradossalmente è indicibile l’aggettivo comunista e dall’altra una rifondazione comunista generosa e puramente identitaria dove è indicibile, invece, l’aggettivo rifondazione. Ci si dimentica forse che il Partito della Rifondazione Comunista ha significato soltanto se viene qualificato da entrambi gli aggettivi che diventano nel contempo forma e sostanza: Rifondazione e Comunista. Il punto su cui si è discusso fino al logoramento è l’attualità del comunismo in questo contesto storico dominato dalla globalizzazione dei mercati. Questo elemento, nel momento in cui la destra ha riorganizzato la società attorno a modelli securitari, familisti e razzisti, invece che rappresentare un punto fondamentale su cui raccogliersi e cominciare a lottare, assumendo un punto di vista comunista, è diventato l’elemento su cui si è consumata la scissione. Lo scenario che si configura esige, a mio parere, la ricostruzione di un partito di forte ispirazione sociale che deve rifiutare i due modelli, entrambi fallimentari, di una riproposizione di cartelli elettorali calati dall’alto, da una parte, o di autosufficienze proclamate e puntualmente disattese, rifugiandosi in certezze identitarie, dall’altra. E’ necessario invertire la piramide indicando il percorso di una ricostruzione dal basso del Partito della Rifondazione Comunista iniziando dal potenziamento dei circoli territoriali. La scelta della componente “vendoliana” di lasciare il partito non viene condivisa perché antitetica al principio fondante della stessa seconda mozione che riconosceva la centralità del PRC nella ricostruzione della sinistra. Pur tuttavia non viene condivisa del tutto neanche la linea politica dell’attuale classe dirigente guidata dal neo segretario Paolo Ferrero perché poco aperta all’innovazione e alla sperimentazione di nuove pratiche politiche e di nuovi linguaggi. Troppo spesso, infatti, viene riproposto un modo vecchio e talora anacronistico di comunicare con i cittadini non tenendo conto delle trasformazioni della società. Soltanto se riusciremo a liberarci dal politicismo, l’omologazione e il verticismo potremo ritornare ad essere un Partito diverso dagli altri. Un partito dove la base, fatta di militanti, uomini e donne libere, conti di più del vertice e che già da ora sta dimostrando maggiore maturità dei suoi dirigenti ed ex dirigenti. Credo, infatti, che la scissione stia interessando più i vertici del Partito che la base a causa di vecchi rancori, ambizioni personali e delusioni esaltate dopo la sconfitta elettorale del 2008. In fondo però la crisi può e deve diventare anche una grande opportunità per rimettersi in gioco purchè venga letta in termini politici al di là dei rancori personali. La crisi del Partito della Rifondazione Comunista si inquadra, infatti, nella generale crisi della sinistra che a sua volta sottende alla crisi più generale della politica tutta. Per questo è inopportuno cercare scorciatoie ma risulta di contro più produttivo ed efficace un percorso che dal rifiuto della delega e del verticismo conduca a pratiche di democrazia partecipata in cui vengano coniugate nella sua interezza sia Rifondazione che Comunista, intese come capacità di mettere assieme innovazione, sperimentazione e anticapitalismo. Di fronte al tentativo di cancellare definitivamente ogni opposizione sociale e politica al sistema dominante, perseguito tenacemente con l’approvazione di tutti i deputati dell’ARS, a partite da quelli del PD, della legge che stabilisce lo sbarramento al 5% anche nell’elezioni amministrative, occorre mobilitarsi per contrastare la possibilità, terribilmente concreta, della scomparsa di ogni voce libera dalle assemblee elettive. Diventa necessario, pertanto, attivarsi al fine di realizzare forme di coordinamento permanente di tutte le soggettività politiche e dell’associazionismo democratico realmente alternative ai partiti del centrodestra, al fine di costruire in ogni realtà iniziative e movimenti che contrastino la deriva antidemocratica causata dall’azione dei governi nazionale, regionale, provinciale e comunale, sul tema del diritto all’istruzione, sulla sicurezza, sulla politica economica, sui migranti, sulla sanità, sui diritti civili, sulla disabilità, sulle differenze sessuali, sulla difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, sulla precarietà.Su questi temi e sulle vertenze territoriali si può e si deve costruire nel Paese, a partire da Castellammare del Golfo, un vasto movimento che proponga classi dirigenti e programmi alternativi a quelli attualmente dominanti.
Galante Giacomo
segretario circolo PRC
Castellammare del Golfo
Venerdì 16 Gennaio 2009.

La figura del Poeta Castrenze Navarra.

Recuperare la memoria di personaggi come il poeta Castrenze Navarra, che tanto ha dato alla comunità castellammarese, assume un significato sociale per due ordini di motivi: da un lato per il grande valore artistico che connota gran parte della sua produzione letteraria, dall'altro per gli ideali di amore, di fratellanza universale e di pace che le poesie e le opere in prosa propugnano e sottopongono alla riflessione di tutti.
Per chi volesse approfondire la conoscenza e le opere in prosa del poeta Castrenze Navarra esiste una completa antologia delle opere edite ed inedite curata da Francesco Leone.
Di seguito pubblichiamo i versi siciliani tratti dai dialoghi "VIDDANU 'NGANNATU".


SCHIAVU ADDIVENTI


I
- Ddocu vossia si sbaglia, baruneddu;
li comunisti non ni vonnu guerra;
'ddifènninu a cù zappa e 'un havi terra,
a l'operaiu sfruttatu e puvureddu.

Contru la burghisia fannu ribbeddu
pirchì lu fruttu nostru idda s'afferra.
-Turi, lu ciricoppulu ti sferra;
ti pigghianu pi fissa, gnuranteddu.

Si vìncinu addiventi un cannavazzu:
ti lèvanu lu sceccu e li zappuna,
ti levanu pagghiaru e matarazzu.

Schiavu addiventi comu lu sumeri.
Sta attentu sai, poi chissi sù patruna
di la figghiuzza tua e di to mugghieri.-



T'AMU - TI DUGNU..

II
- Turi, si chissi acchiananu a putiri,
sì scarsu e spranza 'un n'hai di migghiurari;
sempri na lu me feu tu pò manciari
ma sutta ad iddi fami e gran suspiri.

Eu t'haiu vulutu beni e lu pò diri.
Eu si ti mannu tu nun pò campari.
-E' vveru e nun lu pozzu mai nijari:
m'hau sfamatu vossia, mèrita firi.

-Chianci?! - addiuna l'haiu la famigghia.
- Ti dugnu un tummineddu di furmentu,
manna lu sacchiteddu cu to figghia.

- Subitu, si. E' omu di cuscenza
e havi cori bonu e sintimentu
Baciu li manu. Diu lu ricumpenza -.



RICATTO

IV
- Pirmissu?.. - Avanti Rosa, 'un t'affruntari.
- Purtavi un sacchiteddu...- Guarda a mia:
sempri t'affrittu cori t'addisia
e tu nun mi vò mancu taliari.

Però sta vota sì ch t'è vasari.
Ora ti unciau lu pettu, nica mia...
- Eu sugnu onesta. - Ma senti, talia...
- Pietà baruni; mi lassasi stari.

- Ma si t'abbrazzu anticchiae si ti vasu
tu forsi perdi summu di dinari?
- Li manu a postu! pezzudi vastasu!...

- Allura eu furmentu un ti ni dugnu.
- Patruni bonu, m'avi a pirdunari...
- Te ccà na vasatedda. Ti pirdugnu.



SDEGNU

VIII
- Sasà, mugghieri mia, sì frasturnata
ed a la chiesa chiù nun ci vò' jri.
- Sì, sì, Turiddu, pirch'è senza firi
lu preti! è cuntru nui genti sfruttata.

E' ddifenni dda classi vili e sgrata
chi n'usurpa lu drittu a lu Putiri,
classi ch'a dannu nostru sciala e riri
cu la ingiustizia sò legalizzata.

Idda ch'avi la scola na li manu,
'nsigna murali a binifizu so
ed è patruna di lu cori umanu.

Lu riccu sputrunia tra rosi e ciuri
e lu preti l'aiuta. Eu un pari to....
ti suca sangu e t'arrobba l'onuri!!! -



VINNITTA

IX
- Vossia a me figghia ci livau l'onuri
ma è viduvu e si l'havi a maritari!
- Sugnu baruni e nun lu pozzu fari...
E nun 'nsistiri chiù, ti dicu, Turi!

- Ma li me 'ntinzioni sunnu duri
e chiù nun pregu. Vegnu a ' mminazzari!
- Basta ti dicu, basta! E 'un ci stunari.
- Gran carogna! birbanti! Tradituri!

Ti scannu!! - No! no, no! chi vai 'ngalera.
No Turi bonu, no! Diu viri e senti..
- Diu vitti e 'ntisi quantu sì culera!!




Dummànnacci pirdunu, prestu e lestu,
chì t'haiu a livari di 'mmenzu li genti.
Tè!! crepa, sanguittuni disonestu!!-




Castrenze Navarra






Roma, 14 gennaio 2009.

Comunicato stampa.
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc.


PROBLEMA DELLA GOVERNABILITA' IN EUROPA NON ESISTE. OPPOSIZIONE DEL PRC SARA' DURISSIMA.


Le notizie che arrivano in queste ore di un possibile stravolgimento della legge elettorale per le elezioni europee su iniziativa del Pd equivarrebbe a un vero e proprio colpo di Stato. L'unico obiettivo che cerca il Pd, nel perseguire una malefatta di tal genere sta nel tentativo di ammazzare tutti i partiti presenti alla sua sinistra e di far scattare di nuovo il meccanismo del voto utile, proprio come alle politiche. Se il Pd è in netto calo nei consensi e nei sondaggi non è certo colpa nostra, ma non si può pensare di risolvere i propri problemi e portare a casa quattro voti in più distruggendo la sinistra. Peraltro, e come è evidente, non c'è una ragione al mondo per voler introdurre una soglia di sbarramento, di qualsiasi tipo, per il Parlamento europeo, visto che lì non c'è il problema della governabilità, come si è detto per le elezioni politiche. Si tratterebbe dunque solo dell'ennesima truffa ai danni dei cittadini e degli elettori italiani. Vogliamo dire a Veltroni che questo modo di trattare la democrazia è l'essenza del berlusconismo: piegare le istituzioni ai propri destini politici individuali e di bottega.


Dipartimento naz. Organizzazione
Ufficio stampa Prc

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