A forza di voler correre da solo il PD ha distrutto la sinistra e rafforzato il PDL da cui si distingue solo per una L in meno. Da quì la necessità di uscire a sinistra rafforzando il progetto di una forza volta alla trasformazione della società. Segue un'ampia rassegna stampa.
La sconfitta elettorale in Sardegna dimostra che l'ondata berlusconiana non solo non si arresta ma che è lungi dall'infrangersi e che se mancano risposte di uscita da sinistra dalla crisi economica i risultati, come dimostrano i dati del Pd, non possono che essere disastrosi.
Il risultato ottenuto dalla lista di Rifondazione comunista è buono ma soprattutto è da sottolineare come l'esito delle elezioni sarde dimostri che la sinistra che vuole fare la sinistra e che vuole dire la sua, dall'Italia all'Europa, e unire tutta la sinista in una prospettiva comunista, anti-liberista e anticapitalista è abbondantemente sopra la soglia di sbarramento del 4% visto che tali sono i risultati delle forze che si richiamano a questa prospettiva.
Del tutto incosistenti, invece, risultano tutte le ipotesi che volevano fare da ponte verso il Pd, prive di progetto, identità e forza.
Ufficio stampa Prc
Le radici lontane della sconfitta
di Giuseppe Quaranta
su Aprile online del 17/02/2009
Non è più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico. Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale. Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale.
Renato Soru è stato sconfitto. Anche la Sardegna sarà governata da Berlusconi. Il vento di destra continua a soffiare, forte più che mai. Il Pd e il suo progetto ignavo e bipartisan vengono per l'ennesima volta sconfitti. Le liste comuniste e di sinistra, tutto sommato mostrano timidi segnali ripresa, anche se il travaglio interno alle stesse ne ostacola il rafforzamento politico-elettorale. Ma non è a causa di errori soggettivi che le ultime elezioni sono state regolarmente vinte dalla destra. In Italia si è creata l'ennesima anomalia: negli ultimi anni nella gran parte del resto d'Europa, il governante viene sconfitto e vince l'opposizione. A prescindere da chi sia l'uno piuttosto che l'altro. In Italia no. Ormai vince sempre la destra e non più solo la destra politica, ma la cultura di destra, vera ed unica vincitrice in questa fase storica. E' evidente come sia quanto mai urgente e necessaria una forte riflessione, nelle forze della sinistra come nel Pd. Limitarsi ad analizzare la superficie non serve a niente. Il problema non è più del singolo candidato, della singola campagna elettorale o del fatto che i partiti sono divisi e litigiosi. Credo che non sia più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico (elementi che pure hanno nella loro reale e concreta quotidianità la loro importanza, sia chiaro). Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale.Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale, ma ha origini ben più lontane. E' il prodotto di diversi errori e sconfitte, politiche come culturali degli ultimi venti-trent'anni. O proviamo - in un percorso lungo e difficile - a ribaltare la "cultura" degli italiani - e specie dei ceti che vogliamo rappresentare - a partire ovviamente da noi e dalle nostre pratiche concrete o non saranno sufficienti cambi di linea politica, se non per risultati di mera e fragile resistenza, fragile quanto vacua. Nell'epoca della massmediacità eletta ormai a collante di un popolo, del trionfo del voyerismo televisivo, del singolo che mette se stesso davanti anche a...se stesso ( ! ) è dura far vivere un pensiero ed una cultura di sinistra, di sincera solidarietà.
Questa cultura, questo trionfo dell' "io " sopra ogni cosa, ha permeato tutti i settori della società. E dato che anche i partiti, comunisti, di sinistra, di centro-sinistra sono un pezzo reale della società, ne hanno subito l'attacco e in parte ne sono anche stati permeati, chi in misura maggiore e chi in misura minore, naturalmente. L'individualismo, anche " collettivo " è ormai insito anche dentro noi. Non è un caso quindi che le cordate, le fazioni presenti nei partiti - spesso senza reale ragione d'essere - sono a volte strumenti per salvaguardare "singoli interessi collettivi" del tal gruppo a scapito dell'altro. Ma in realtà, sono entrambe destinate ad essere sconfitte. Quindi è fondamentale partire dal ricostruire una idea di cultura di sinistra viva, che per essere tale deve essere diffusa, radicata. Nelle coscienze, nella vita anche privata, nei rapporti personali. Oggi purtroppo non è cosi. E il problema è che tutti noi stiamo provando, ciascuno dal suo punto di vista e di azione politica, ad utilizzare "ricette " più o meno vecchie in una società che è ormai completamente diversa, altra rispetto a quella in cui quelle " ricette" sono nate. Dobbiamo sì lavorare per dare concrete risposte politiche ai problemi reali, ma se questo lavoro non viene affiancato ad una analisi ed un lavoro più profondo, più sottile, ma sicuramente più strategico, saremo destinati per chissà quanto tempo alla sconfitta. E a fare la nostra, forse ultima battaglia contro la peggiore delle riforme: quella che definitivamente toglierà il "noi" dal nostro vocabolario.
Grassi: «La sinistra comunista supera la soglia del 4%»
Dichiarazione di Claudio Grassi
Il risultato elettorale in Sardegna con la sconfitta di Soru è una ulteriore conferma di un forte consenso politico/culturale a Berlusconi ed alle politiche del centro/destra. Tutto ciò è favorito dalla mancanza di una opposizione portatrice di un forte progetto alternativo di risposta alla crisi e di trasformazione della società.
La pesante sconfitta del PD ne è una evidente dimostrazione. Ma anche il risultato delle forze di sinistra di alternativa, se pur registra una tenuta nel dato percentuale, è segnato nei voti assoluti da un aumento dell'astensionismo. Perciò lancio un allarme a tutta la sinistra: sediamoci intorno ad un tavolo e verifichiamo seriamente sulla base di alcune chiare discriminanti programmatiche alternative alle politiche neoliberiste la possibilità di dar vita alle Europee ad un cartello elettorale unitario per ridare voce e speranze ai tanti che non si vogliono arrendere.
Ufficio stampa Prc
Esprimo innanzitutto la mia solidarietà umana a Walter Veltroni. Le sue dimissioni da segretario del Pd non rappresentano il fallimento di una persona, ma di un progetto politico. E cioè il fallimento di quel progetto cominciato con lo scioglimento del Pci e che ha scelto la strada del progressivo spostamento in ambito sempre più moderato e liberale dei Ds prima e del Pd poi.
Il fatto è che le destre si sono nutrite dell'insicurezza prodotta dalla globalizzazione e poi aggravata dall'attuale crisi prodotta da quegli stessi effetti, per governare il Paese e che il Pd ha rinunciato a porsi il problema di qualsivoglia ipotesi di trasformazione sociale.
Oggi il problema che abbiamo di fronte è come aggregare una sinistra che sappia indicare con nettezza la via di uscita dalla crisi del capitalismo e dai suoi effetti. Non un accrocchio di piccoli ma un progetto politico serio e compiuto di una sinistra comunista e anticapitalista che non si fa ingabbiare nel terreno dell'alternanza ma si batte per il progetto politico di alternativa. La prima parola d'ordine di tale alternativa è una sola: la crisi la devono pagare i ricchi.
Ufficio stampa Prc
Il risultato elettorale della Sardegna conferma il fallimento del progetto veltroniano proprio perchè strutturalmente legato agli interessi del mercato e speculativi quali quelli che hanno costretto Soru alle dimissioni.
Le diverse forze della Sinistra debbono decidere se avanzare in ordine sparso con risultati risibili o decidere finalmente per un processo di aggregazione su una piattaforma anticapitalista libertaria e imperniata sulla difesa della uguaglianza della libertà e della democrazia repubblicana. Occorre dare un segnale immediato per evitare che il crollo del PD trascini anche la Sinistra verso un tunnel senza uscita.
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«Disagio e cultura non spiegano lo stupro. Il nodo è il maschilismo»
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di Tonino Bucci
su Liberazione del 17/02/2009
Intervista a Abdel Jabbar, sociologo, docente all'università di Torino.
Gli stupri non sono un'emergenza di questi giorni. L'anno scorso in Italia sono stati denunciati 4.465 casi di violenza sessuale. Le vittime sono per il 68 per cento donne di nazionalità italiana. Nei casi restanti il 9,4 sono rumene e il 2,7 marocchine. Il dato significativo è che il 58 per cento degli stupratori sono italiani mentre i rumeni sono il 9,2. Gli aggressori rumeni sono pari alle donne rumene vittime di violenza sessuale.I numeri stridono con l'ondata di xenofobia montata dopo i casi di stupri di questi giorni. Il populismo del governo rischia di saldarsi con la reazione emotiva, gli immigrati diventano per il senso comune portatori di culture minacciose, nemici di un'Italia dei territori assediata. Ne abbiamo parlato con Abdel Jabbar, sociologo e studioso dei processi migratori, membro del comitato scientifico e docente al master di comunicazione e mediazione interculturale all'università di Torino.
Il rischio è che la questione degli stupri sia usata per costruirci un discorso "neocoloniale". C'è uno spostamento nel senso comune, il problema sono gli immigrati e le culture straniere propense per definizione allo stupro. Quanto c'è di falso in questa associazione tra stupro e provenienza culturale?
La violenza contro le donne va condannata e punita.Questo deve essere chiaro. Non si può minimizzare o fare finta di nulla. Ma utilizzare il tema dello stupro in termini strumentali contro gli stranieri e gli immigrati è altrettanto inaccettabile. La storia ha dimostrato che i maschi hanno esercitato violenza nei confronti delle donne indipendentemente dalla cultura d'appartenenza. Se si leggono i dati sugli stupri in Italia e non si vuole fare solo della demagogia, ci si rende conto che la maggioranza delle violenze avviene tra le mura domestiche e sono commessi da maschi italianissimi e cattolici.
Nell'anno scorso sono state denunciate quasi 4500 violenze. Quelle commesse da rumeni sono poco più del nove per cento. Quindi non è questione di nazionalità. O no?
Vero, ma oggi nel mercato della politica lo stupro commesso da uno straniero è molto più spendibile. In una fase di crisi caratterizzata dalla paura e dall'insicurezza si cerca di indicare un capro espiatorio. Non si parla più di politiche migratorie se non in termini, appunto, di repressione e discriminazione. E così i casi che possono suscitare una reazione di sdegno e di odio verso gli immigrati diventano materia prima per legittimare una politica securitaria. Non si vuole affrontare la questione della migrazione in termini di diritti, come un tema sociale e politico. Si parla solo di strumenti repressivi. Ma così non si migliorerà certo la qualità di vita né delle donne né della società nel suo insieme. Si lavora soltanto alla produzione dell'odio, del rancore, di recinti. Il diverso diventa una patologia, un nemico, una fonte di pericolo.
Si riduce lo stupro a un problema esclusivo di ordine pubblico e di quanti poliziotti si possono schierare agli angoli della strada. Ma possono funzionare queste ricette?
Non credo che la presenza delle forze dell'ordine possa funzionare da deterrente per queste orribili pratiche. Ci vuole una grande politica. Occorrono, da un lato, leggi severissime, ma dall'altro anche interventi sociali e culturali. Ma le donne devono essere messe anche in grado di denunciare gli stupri perché sono ancora tantissime quelle che subiscono in silenzio.
Le politiche securitarie scavano solchi. Qui invece occorre più integrazione. Lo stupro non è la manifestazione più brutale e odiosa di chi vive e lavora segregato ai margini della società, quasi una sorta di forma disumana di rivalsa, un degrado innescato dal degrado?
Lo stupro è trasversale a tanti contesti culturali e nello stesso tempo è condannato da tutte le culture. Non c'è nessun contesto culturale che legittimi o permetta lo stupro, come qualcuno vorrebbe farci credere. Quindi lasciamo perdere le spiegazioni culturali. Il degrado spesso favorisce ceoncezioni degradate delle relazioni umane. Però è anche vero che tante persone vivono situazioni di esclusione ma non vanno in giro a stuprare. Non c'è nessun automatismo tra degrado e violenza sulle donne. Spesso è un problema di personalità. Né la cultura di provenienza, né la condizione sociale di degrado sono sufficienti per produrre l'atto dello stupro. La spiegazione che gli immigrati sono di culture diverse e quindi commettono stupri è una spiegazione fasulla. Alcuni stupratori sono rumeni, ma ci sono tantissimi rumeni che non compiono violenze. Non c'è automatismo. Il degrado sì, va preso in considerazione, ma l'elemento determinante è la responsabilità soggettiva, la personalità, le caratteristiche individuali. Le generalizzazioni vanno evitate. Certo che se mettiamo le persone problematiche in contesti degradati la probabilità delle violenze sulle donne aumenta. Il degrado può far precipitare determinate caratteristiche in individui con una certa personalità. Ma altra cosa sono le schematizzazioni, il ricorrere all'appartenenza culturale per spiegare lo stupro, il dire che l'immigrato è stupratore perché è culturalmente diverso. Sono falsità. Non c'è automatismo, l'albanese o il rumeno non commette stupro in quanto albanese o rumeno. Ci sono italiani stupratori che non vivono neppure in contesti degradati.
Non c'è relazione tra stupro e cultura o tra stupro e condizione sociale. Però una componente culturale c'è ed è il maschilismo. O no?
Un retaggio maschilista c'è. Trovo più corretto parlare di cultura maschilista che appartiene anche alla storia europea. Fino a non molto tempo fa in Italia c'era l'attenuante del delitto d'onore. Il maschilismo è un elemento trasversale che attraversa culture e contesti sociali differenti. Discutiamo allora tutti, italiani e non, del potere maschile sul corpo della donna. Non c'è nessuno immune.
C'è Forza Nuova che condanna le violenze solo in quanto a compierle sono stranieri che vengono a violentare "le nostre donne". Questo è un esempio del maschilismo di quella destra che fomenta campagne di odio verso gli immigrati. E' così?
L'estrema destra non solo fa riferimento alla cultura della virilità, ma vede nello straniero un pericolo che minaccia la purezza delle "nostre donne".
Persino l'opinione progressista sembra cedere al populismo. Un commento di ieri su "Repubblica" a firma di Michele Serra invitava a trasformare la scomposta paura popolare in forme proficue di controllo sul territorio. Come si può pensare di democratizzare le ronde leghiste?
Oggi c'è un rischio di tribalizzazione della società. Tutto è tribalizzato, l'acqua, la sanità, la scuola e anche la sicurezza. Ma così si dà a una forza politica e ideologica come la Lega la legittimità di esercitare una sovranità sul territorio. Ciò che ha caratterizzato gli Stati democratici è stato il monopolio della forza e della violenza quando è necessaria. Oggi c'è un ritorno alla tribalizzazione, al comunitarismo, all'identarismo, al localismo, alla piccola patria. Ogni gruppo pretende di esercitare la sovranità sul proprio territorio in base a riferimenti ideologici. A questo dobbiamo esser capaci di contrapporre forme di organizzazione dal basso. Ma questo è un altro ragionamento. Vuol dire organizzarsi per sostenere gli anziani, per produrre maggiore solidarietà con le persone in difficoltà. I territori oggi sono attraversati dal rancore. Le ronde simboleggiano la paura e invece abbiamo bisogno di più legami all'interno dei quartieri e dei territori, di una comunità in cui tutti possano vivere bene. Qui sì, la società civile deve assumersi le sue responsabilità senza delegare la sicurezza alle ronde, a gruppi che hanno una visione ostile verso l'altro, verso l'immigrato. Giusto che si organizzi, ma non per formare ronde armate che difendono il proprio recinto rancoroso. Altrimenti andremo verso una società fatta di gruppi in perenne conflitto tra loro.
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Campagna straordinaria di tesseramento al PRC, sostegno a liberazione e orientamenti politici verso le elezioni europee di giugno.
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Dopo aver realizzato il 24 e il 25 gennaio scorsi due giornate per il tesseramento, sulla base del positivo riscontro che abbiamo avuto, riteniamo utile darvi continuità. Proponiamo una settimana - dal 23 febbraio al 1 marzo - di mobilitazione straordinaria di tutti i circoli. Avanzando questa proposta, non vogliamo solo sollecitare assemblee degli iscritti per rinnovare la adesione al Partito, cosa di per sé importantissima, ma fare qualcosa di più. La situazione che stiamo vivendo, infatti, è eccezionale e non può che essere affrontata come tale.In primo luogo vi è la drammaticità della crisi economica. Berlusconi dopo aver sostenuto che con un po' di ottimismo si sarebbe risolto tutto, oggi si dice "molto preoccupato". Naturalmente ciò non significa che i provvedimenti che il governo sta prendendo siano adeguati. Anzi. A fronte di un aumento enorme della cassa integrazione, della cessazione del contratto di lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori precari, non si vede all'orizzonte alcun intervento serio che non sia il solito contributo, attraverso la rottamazione, per l'industria automobilistica. Alla drammatica situazione di numerose famiglie che si trovano a dover fare i conti con un proprio componente che perde il lavoro o che va in cassa integrazione, non viene dato alcun aiuto. Ai giovani precari viene negata qualsiasi prospettiva che non sia quella di svolgere - nella migliore delle ipotesi - lavori saltuari. Mentre avviene tutto questo abbiamo una "opposizione" parlamentare inesistente. Il Partito Democratico, diviso su tutto, non va al di là di qualche critica, ma non organizza nel Paese e in Parlamento una opposizione degna di questo nome. D'altra parte come potrebbe farlo visto che in questi anni ha spesso sostenuto quei provvedimenti economici che sono all'origine della crisi e cioè privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e contenimento dei salari? Ma anche Di Pietro sulla crisi non alza la voce. Anche per lui, come per il Pd, sembra valere la regola che si può parlar male di Berlusconi, ma, quando ci sono di mezzo i padroni e la Confindustria, è meglio tacere. La partita tuttavia è aperta perché, come si è visto dallo sciopero di venerdì, vi è una reazione del mondo del lavoro forte e combattiva e vi è un impegno non solo di alcune categorie o del sindacalismo di base a sostenerla, ma di tutta la Cgil.
In secondo luogo siamo già entrati in una importantissima campagna elettorale. Ci andiamo con una legge elettorale voluta dal Partito Democratico e votata da tutti i partiti presenti in Parlamento, Italia dei Valori compresa, che introduce una soglia di sbarramento del quattro per cento. Veltroni, che in passato aveva criticato Berlusconi per aver cambiato all'ultimo momento la legge elettorale per ricavarne un vantaggio di parte, si è comportato esattamente nello stesso modo pensando di ridurre per questa via il calo di consensi del Pd. Non ci riusciranno. Rifondazione Comunista supererà la soglia perché la netta impressione che si percepisce è che questa volta il voto utile sarà "alla rovescia". Questa volta, poiché non si vota per il governo del Paese, non c'è lo spauracchio di Berlusconi e una Sinistra debole, come si è visto in questi mesi, determina un Pd sempre più centrista e priva di rappresentanza il mondo del lavoro più combattivo. Quello che era in piazza venerdì, per intenderci. Inoltre questa volta non ci presenteremo agli elettori con un simbolo sconosciuto e un programma indefinito, come avvenne il 13 e 14 aprile scorsi. Come ha deciso infatti la Direzione, mercoledì scorso, ci proponiamo di costruire una convergenza con le altre forze comuniste, anticapitaliste, di movimento, sulla base di un programma nettamente di sinistra, che abbia come sbocco naturale il Gue del Parlamento europeo, a partire dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista.
In terzo luogo dobbiamo fare tutto questo mentre una parte dei compagni che al congresso avevano sostenuto la mozione di Nichi Vendola è uscita dal Partito e sta dando vita ad un nuovo movimento politico, il Movimento per la Sinistra. Questi compagni stanno costruendo un cartello elettorale con Sinistra Democratica, i Verdi e i Socialisti. Ci criticano perché non abbiamo accettato anche noi di farne parte. A parte che è un po' singolare fare una scissione e contemporaneamente fare assieme una lista elettorale, ma ciò che proprio non condividiamo è ripetere l'esperimento dell'Arcobaleno e cioè quello di pensare che si supera lo sbarramento facendo un'ammucchiata per dividersi subito dopo il voto.
Sono questi i motivi che ci spingono a sollecitare nel Partito una mobilitazione vera, non rituale, partecipata, aperta. I modi con cui realizzarla possono essere molteplici, essi vanno dall'assemblea pubblica per discutere delle nostre proposte contro la crisi, all'iniziativa in difesa dei beni comuni, dalla presenza in piazza con la vendita del pane, al volantinaggio davanti ad un supermercato o ad una fabbrica, da un presidio antifascista, alla raccolta di fondi per la Palestina. Chiediamo ad ogni circolo di muoversi in questa direzione raccogliendo e sollecitando nel vivo dell'azione politica l'iscrizione a Rifondazione Comunista. Senza dimenticarci di Liberazione . Dal ventitré febbraio al primo marzo è anche la sua settimana. Quindi in ognuna di queste iniziative non ci si dimentichi di prenotare le copie di Liberazione e di diffonderle. Come si è visto dallo straordinario successo che ha avuto la diffusione del nostro quotidiano nella manifestazione di venerdì, si può fare.
Paolo Ferrero risponde a Mirko Lombardi, che definisce “boria di partito” (questo il succo della lettera) la proposta di Rifondazione di presentare una lista unitaria alle Europee, costituita da movimenti, comitati, centri sociali, associazioni, partiti, compagni e compagne con l’obiettivo chiaro di rafforzare la sinistra in Europa, di rafforzare il Gue. Un’occasione in più per chiarire la scelta di campo del Prc, anche alle prossime elezioniMi sembra interessante, questa settimana, rispondere a questa presa di posizione di Mirko Lombardi. Trascurerò i toni delicati e i sinceri apprezzamenti per il «Prc di Ferrero» e la «maggioranza di Ferrero». Ciò su cui invece merita insistere è che la posizione politica contro cui Lombardi polemizza non esiste, se la è inventata lui. Lombardi afferma infatti: «La boria di partito (come la bollerebbe Gramsci) ha mosso il Prc di Ferrero a scegliere la rottura a sinistra con la decisione di presentarsi da soli alle elezioni».
Colgo quindi l'occasione per segnalare a Lombardi che la Direzione nazionale di Rifondazione, che è l'organismo democraticamente eletto dal nostro partito e non un accrocchio di sodali del «Prc di Ferrero», ha deciso di avanzare la proposta di costruire una lista unitaria della sinistra per le elezioni europee. Noi non ci vogliamo presentare da soli e non ci presenteremo da soli; abbiamo proposto una lista unitaria. Una lista che abbia un punto fermo, inequivoco: la scelta di avere nel gruppo unitario della sinistra il proprio riferimento al Parlamento Europeo. Proponiamo cioè una lista in cui tutti gli eletti vadano a far parte del Gue. Questo è il punto discriminante della proposta politica di Rifondazione, perché il Gue rappresenta a livello europeo il punto di riferimento di tutta la sinistra anticapitalista, comunista, ambientalista. Il Gue, di cui siamo stati convinti soci fondatori, è l'unico gruppo che a livello europeo si oppone fermamente alle politiche liberiste costruite e gestite dal consociativismo tra popolari, socialisti e liberali e, in qualche occasione, sostenute dall'interclassismo dei verdi. Il Gue è a livello europeo il punto di riferimento della sinistra di alternativa, contro la grande coalizione che ha nei fatti gestito l'Europa dalla sua nascita producendo, da Maastricht in poi, l'Europa liberista governata dal monetarismo della Banca Centrale Europea. Il Gue ha messo in discussione i contenuti di quella Carta costituzionale europea che i Socialisti hanno glorificato e che i popoli europei, dove hanno potuto esprimersi, hanno bocciato.
La Linke, il Sinaspismos, Izquierda Unida, la Sinistra Verde Nordica, il Partito del Pomodoro Olandese, tutti i partiti comunisti europei stanno nel Gue e si battono in tutta Europa per avere abbastanza deputati per poter ricostituire il gruppo. Noi ci battiamo per lo stesso principalissmo obiettivo: avere un gruppo di sinistra vera, autonomo dal Partito socialista, a livello europeo.
Sottolineo la questione dell'appartenenza al Gue perché, nella proposta di costruire una lista genericamente di sinistra che Lombardi caldeggia, il punto centrale è che gli eventuali eletti sceglierebbero poi individualmente in quale gruppo andare: nei Verdi, nel gruppo socialista, nel Gue o da qualche altra parte. Quando si propone di fare una lista che unifichi tutta la sinistra, bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di chiarire questo punto per non prendere in giro la gente.In tutta franchezza a me pare che questa proposta sia insostenibile.
Almeno chi votava Sinistra Arcobaleno sapeva che avrebbe votato qualcuno che andava a fare l'opposizione. Adesso invece si vorrebbe una lista in cui chi prende più preferenze va a sedere dove vuole, magari nel gruppo socialista, a fianco di Piero Fassino, per votare il 60 o il 70% delle volte con il gruppo popolare (di cui faranno parte Fini e Berlusconi) le direttive europee che produrranno ulteriori disagi sociali in Italia e in tutta Europa. Lascio perdere lo spettacolo della campagna elettorale con una guerra di preferenze tra candidati che non solo fanno parte di partiti diversi ma appartengono a diversi schieramenti a livello europeo. Ci troveremo a rimpiangere la Sinistra Arcobaleno.
Per questo motivo noi proponiamo una lista unitaria, costituita da movimenti, comitati, centri sociali, associazioni, partiti, compagni e compagne, ma che abbia un obiettivo chiaro: rafforzare la sinistra in Europa; rafforzare il Gue.
A tal fine mettiamo a disposizione il simbolo di Rifondazione Comunista che è, fino a prova contraria, il simbolo che dopo lo scioglimento del Pci ha caratterizzato la presenza di una sinistra degna di questo nome nel nostro Paese. Lo mettiamo a disposizione, non lo imponiamo; lo discuteremo, con due attenzioni: sapendo che, in primo luogo le improvvisazioni dei simboli in campagna elettorale si pagano care. In secondo luogo per noi la falce e martello, la parola comunismo, non è un peso; anzi pensiamo che, nella situazione disastrosa in cui è ridotta la sinistra in Italia, sia un risorsa. Proponiamo quindi per le europee una lista unitaria di sinistra che sappia dire a cosa serviranno i voti che chiediamo. Non è boria di partito, ma la volontà di ricostruire un minimo di chiarezza, di moralità nella politica; la volontà di stare a sinistra, anche in Europa.
15 Febbraio 2009
Etichette: partito della rifondazione comunista
UNITI CONTRO GOVERNO CHE SEPARA: valutazioni e riflessioni sullo scopero della FIOM e della CGIL.
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Di seguito riporto alcuni articoli che danno un quadro generale sulla giornata di sciopero di ieri 13 febbraio e che analizzano gli scenari e le preoccupazioni conseguenziali alle politiche del governo Berlusconi che attentano all'unità sindacale eche metteno in risalto come l'unià dei lavoratori con le forze politiche radicali sia la base per iniziare una lotta efficace.
Una giornata particolare
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 14/02/2009
Democrazia al lavoro
di Dino Greco
su Liberazione del 14/02/2009
Non ci fermiamo qui
di Antonio Sciotto
su Il Manifesto del 14/02/2009
Un fiume di persone, per la prima volta pubblici e metalmeccanici insieme. Un bel colpo d'occhio, soprattutto perché ieri non si manifestava solo per il salario e il contratto, contro la precarietà e la crisi, ma al centro delle preoccupazioni dei lavoratori ci sono anche i diritti, la Costituzione, il rispetto dei migranti. Tutto quello che il governo sta velocemente erodendo. Lo ha spiegato Gianni Rinaldini, leader della Fiom, nel suo intervento dal palco davanti a una piazza stracolma, almeno 700 mila persone secondo il sindacato: «Dobbiamo contrapporre la solidarietà all'odio, l'intolleranza e la divisione che diffondono il governo e la Confindustria: attaccano il diritto alla salute, con la misura sugli extracomunitari, manganellano gli operai di Pomigliano e dell'Innse, vogliono sterilizzare il Testo Unico sulla sicurezza perché - dicono - costa troppo alle imprese». E così il segretario della Fp, Carlo Podda, ha invitato i medici all'«obiezione di coscienza»: «Io curo, non denuncio», è l'efficace adesivo che i medici di tutta Italia sono invitati a esporre davanti agli ambulatori, per comunicare agli immigrati di non avere paura. E il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha detto che «la mobilitazione continuerà»: «Sciopero dopo sciopero riusciremo a far cambiare la politica economica del governo». Ed ecco i prossimi appuntamenti: «Il 5 marzo la manifestazione dei pensionati, poi uno sciopero della scuola, e il 4 aprile tutta la confederazione al Circo Massimo». A colpire la Cgil, in mattinata, le dichiarazioni del cislino Raffaele Bonanni, che aveva bollato lo sciopero come «politico, dal sapore di sinistra novecentesca». Epifani ovviamente non ha fatto nomi, ma dal microfono ha parlato di «qualche grillo parlante che non rispetta i lavoratori che fanno sciopero». Poi è passato a criticare il governo, ricordando lo «sciopero generale del 12 dicembre»: «Abbiamo chiesto tanti interventi, ma finora cosa abbiamo visto? La crisi è eccezionale, e tutti gli altri paesi hanno stanziato cifre molto più grandi del nostro: sta sbagliando tutto il mondo o sbaglia il nostro governo? Mancano sostegni a chi perde il lavoro: la gran parte dei lavoratori non ha sostegni dopo che perde il posto, e molti sono costretti a vivere con una cassa di 650 euro al mese per diversi mesi. Per loro che si sta facendo? Grazie anche alle nostre lotte, c'è un accordo sugli ammortizzatori, ma allora che siano subito esigibili questi 8 miliardi, non si aspettino i tempi della Ue». Epifani ha poi proposto che altre risorse vengano trovate «alzando la tassazione, anche solo per due anni, a chi ha redditi sopra i 150 mila euro annui», anche perché, sul fronte tasse, nel 2008 «quelli che hanno pagato di più sono stati dipendenti e pensionati, anche a causa del fiscal drag, mentre si allentano i controlli sugli evasori fiscali». Quanto al modello contrattuale, Epifani attribuisce la maggiore responsabilità al governo, «che ha voluto dividere», ma poi aggiunge che «lo ha voluto anche la Confindustria». «Entrambi - spiega - hanno fatto un errore imperdonabile». Su questo fronte ha insistito molto anche Rinaldini: «L'accordo firmato è brutto, e per quanto ci riguarda non siamo disponibili ad applicarlo. Però siamo venuti con spirito unitario: Cisl e Uil accettino di sottoporlo al voto dei lavoratori, e se loro diranno sì, allora noi firmeremo quell'accordo». Rinaldini ha aggiunto che «è importante che la Cgil abbia chiesto il referendum, e siamo a uno spartiacque: è chiaro che d'ora in poi tutti gli accordi, per tutte le categorie, dovranno essere chiusi con un voto unitario».Sul tema della democrazia, è tornato quindi anche Epifani, rivolgendosi a Cisl e Uil: «Possiamo avere opinioni diverse, ma è proprio questo il momento di andare davanti ai lavoratori e farli votare. Che senso ha chiamarli a esprimersi solo quando siamo d'accordo?». Sempre sul fronte democrazia, ma estendendola a tutto il Paese, Epifani ha attaccato la misura della Lega che permette di denunciare gli immigrati, e le ronde: «Chi mi assicura che una ronda non attaccherà l'altra? Avremo ronde di diversi partiti? Potenziamo piuttosto la sicurezza pubblica». Poi, contro le ultime uscite del presidente Berlusconi, ha detto che la Cgil «difenderà la Costituzione con le unghie e con i denti».Altri riferimenti ai progetti del governo li hanno fatti Rinaldini e Podda. Il segretario Fiom ha messo in guardia rispetto al consiglio dei ministri che si terrà tra 10 giorni, quello che si propone di riformare il diritto allo sciopero: «Vogliono far passare gli accordi separati inibendo anche il diritto di sciopero. E' un disegno contro la democrazia». E Podda: «Nel pubblico impiego i lavoratori stanno bocciando nei referendum gli accordi separati, ma il governo mantiene un'impostazione autoritaria, e ha in mente di dare gli aumenti solo se e quando sono disponibili delle risorse. Ma non faremo passare il ministro Brunetta. Ci devono dare risposte sui 60 mila precari che perderanno il posto in questi mesi: siamo per la stabilizzazione, ma intanto almeno proroghino i contratti ed estendano a tutti gli ammortizzatori».
Come ormai è conseutudine il Presidente del Consiglio prima spara a salve sul Presidente della Repubblica Napolitano e minaccia di cambiare la costituzione e poi come se nulla fosse smentisce quanto affermato. Bossi difende la carica istituzionale del Presidente ma nel contempo grida ogni giorno "Roma ladrona". D'Alema, a cui la figura di alter Veltroni sta piuttosto stretta, ritorna a parlare di riforme condivise. Ma a che gioco stiamo giocando? Inoltre, il premier sottolinea di non aver mai attaccato la Costituzione: "Io non ho mai attaccato la Costituzione, anzi semmai l'ho difesa". Berlusconi, come già detto nei giorni scorsi, ribadisce che "la Costituzione non è un moloch" e che "i cassetti del Parlmento sono pieno di progetti per cambiarla fatti dalla sinistra" che, secondo il Cavaliere, "ancora una volta mistifica la realtà per nascondere la mancaza di progetti credibili per l'Italia e per la Sardegna".
Le dichiarazioni di Berlusconi arrivano dopo che ieri Umberto Bossi ha precisato che il presidenzialismo "è possibile solo a patto di mantenere l'equilibrio tra i poteri". "Noi - ricorda il leader della Lega - l'avevamo messo nella devolution perché c'era quell'equilibrio. La difficoltà è proprio realizzare questa condizione".
Sulle polemiche sull'uso dei decreti legge da parte del governo, il Senatur ha sottolineato che Giorgio Napolitano è "figura di garanzia". E' dunque giusto che il capo dello Stato "sia argine verso il governo e il potere di decretazione: c'è una storia - avverte il ministro per le Riforme - che non si può cancellare ed è giusto che ci sia un equilibrio dei poteri".
Quanto alla volontà del governo di cambiare la carta sul tema dei decreti, il leader della Lega assicura: "non ho mai sentito Berlusconi dire che voleva cambiare la Costituzione" in questo campo.
Sulla necessità delle riforme è tornato ieri anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale il Paese ha bisogno "di una corale assunzione di responsabilità da parte della generalità delle forze politiche, nel rispetto della distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, per la realizzazione delle riforme che sono necessarie, indispensabili al Paese".
Un invito a riprendere la strada del dialogo è venuto ieri anche dal presidente di Italianieuropei, Massimo D'Alema, che ricordando l'azione politica di Giuseppe Tatarella, ha rimarcato: 'Bisogna allora che i riformisti riprendano il cammino se vogliamo che quell'arrivederci alle riforme, con cui Tatarella salutò l'esito negativo della Bicamerale con un misto di amarezza e ottimismo diventi realtà. Bisogna ricominciare a dialogare - ha sottolineato l'ex ministro degli Esteri - non per il gusto del dialogo ma guardando ai grandi problemi del Paese e cercando di ascoltare e di capire le ragioni degli altri''.
Ribadisco, ma a che gioco stiamo giocando?
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Tutti gli italiani che ancora conoscono il significato della parola "umanità", in questi giorni si stringono con tutto il loro affetto intorno a Beppino Inglaro, quest'uomo coraggioso e senza retorica, che per amore della figlia (e della moglie) ha sacrificato diciassettenne anni della sua vita, anni che lo segneranno per sempre.L'Italia della barbarie, invece, ha scatenato contro quest'uomo coraggioso e senza retorica una campagna inqualificabile di odio e di linciaggio morale, arrivando alla mostruosità di dargli dell' "assassino" per l'amore con cui, sacrificando diciassette anni della propria vita, ha voluto tener fede alla volontà di sua figlia.Questa campagna di odio e di linciaggio morale, questa ingiuria abominevole di "assassino", è dilagata dai pulpiti dei cardinali di santa romana chiesa, dai talk show catodici di neo predicatori fondamentalisti e perfino, con una irresponsabilità che lascia sbigottiti, dal parlamento della Repubblica, che pure nella sua Costituzione garantisce a ciascuno l'inviolabilità del proprio corpo, il rifiuto di qualsiasi intervento sanitario, ne dovesse andare della propria vita. Perché la tua vita non appartiene allo Stato e non appartiene alla Chiesa, la tua vita appartiene solo a te che la vivi.Ma Sacconi e Berlusconi proprio questo elementare diritto hanno voluto e vogliono calpestare, in una dismisura di servilismo verso la Chiesa gerarchica di Ratzinger. Il decreto legge prima e il disegno di legge poi impongono infatti il sondino obbligatorio al malato che non è in grado di provvedere a se stesso, quale che sia la volontà del paziente. Contro ogni sua espressa, reiterata, solenne, gridata e implorata volontà, dunque. Per ottenere questo obiettivo khomeinista, che renderà la Chiesa e lo Stato sovrani sul tuo corpo, Berlusconi (e i suoi yes-men and women) è pronto a fare a pezzi la Costituzione. Sovrano infatti è chi decide sullo stato di eccezione, come si sa, e sullo "stato di eccezione" di una situazione come quella di Eluana o di Welby o di una vita terminale, che tragicamente dovesse accaderti, o colpire la persona a te più cara, vita che per te o per lei fosse ormai solo tortura, non sarai tu e non sarà questa persona a decidere, la tua tortura sarà prolungata per legge con la nutrizione artificiale, dalla violenza anticostituzionale di una maggioranza asservita all'oscurantismo ecclesiastico.Non basta. Berlusconi e i suoi yes-men hanno utilizzato il dramma di Eluana per sovvertire gli equilibri tra i poteri dello Stato garantiti nella costituzione (garantiti a garanzia dei cittadini, tutti e singolarmente presi).
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Direzione Prc: il programma di Rifondazione per le elezioni europee
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 01:24
Odg della Direzione nazionale dell'11.2.2009
Le prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi della globalizzazione capitalista conferma la scelta riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC, ovvero quella del rilancio del progetto strategico della rifondazione comunista e di ripresa del percorso cominciato a Genova e proseguito con la grande esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della sua internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e la crisi economica che questa ha prodotto.
In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica. L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una costruzione fondata sul primato del mercato sulla democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare su tutto il continente, congiuntamente alla precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei mercati e alla discriminazione dei migranti. Una discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie “leggi razziali”.
Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i popoli europei che hanno potuto pronunciarsi. Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’ Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il potere è sempre di più nei governi e sempre meno in assemblee democraticamente elette. Un’Europa che è stata fin qui subalterna alla Nato e complice della guerra preventiva, incapace di proporre una politica di pace e di disarmo.
Questa Europa si è retta su una grande coalizione, formata dai più grandi partiti europei, in primis popolari e socialisti, che sono responsabili di queste politiche liberiste e che hanno praticato una costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’ dunque necessario contrastare fortemente questa grande coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione del neoliberismo.
La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un percorso di costruzione della lista in vista delle elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e le forze del movimento altermondialista, anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ, ambientalista, sindacale. Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione nazionale decide pertanto di promuovere una lista da presentare alle prossime elezioni europee che, partendo dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al GUE-NGL, unisca tutte le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione Europea.
La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato, vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che sia un concreto segnale di unità della sinistra di alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne, giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e la libertà femminile, che sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra, le spese militari e per il disarmo europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e sostanza all’idea di un’altra Europa possibile.
Una lista da costruire attraverso una grande partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le forze che in Europa si battono per una uscita da sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e alle fallimentari politiche della grande coalizione fra popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle libertà.
In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle iniziative di movimento già in cantiere e decise dal forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.
Etichette: partito della rifondazione comunista
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