Il dramma di Lampedusa e gli errori di Maroni.
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 12:51Russo Spena: Lampedusa, gravi responsabilità Maroni
mercoledì 18 febbraio 2009
Dichiarazione di Giovanni Russo Spena, responsabile Giustizia del Prc.
I gravi fatti accaduti oggi (ieri per chi legge) a Lampedusa sono esclusiva responsabilità del governo. Gli errori del ministro Maroni sono enormi. In nome di una propaganda securitaria e razzista da rivendicare al suo operato, mette in pericolo persone e vite umane. E' stato Maroni a volere, di fatto, il sovraffollamento del cpt di Lampedusa e permettere che crescessero in esso disperazione e disordini. Quando la delegazione di parlamentari europei aveva visitato il cpt giorni fa aveva subito parlato di emergenza umanitaria, denunciando la assoluta mancanza del rispetto delle più elementari norme di sicurezza, all'interno di quella struttura.Maroni deve rispettare i termini degli accordi internazionali cui aderisce l'italia, così come l'accoglimento delle richieste di asilo politico e di ricongiungimento familiare. Lampedusa è un dramma figlio della propaganda razzista del governo.
Ufficio stampa Prc
Dire che le manovre di questo governo sono razziste è troppo? o troppo poco?
Ecco cosa è successo ieri nel "lager" di Lampedusa.
Lampedusa, scontri tra migranti e polizia. Un incendio devasta il Cie (ex cpt): 24 feriti
Sedata la rivolta, ma i danni alle strutture sono ingenti. La tensione nata dopo il rimpatrio coatto di 107 tunisini.
Tensione a Lampedusa, con una nuova tentata rivolta degli immigrati chiusi nel Centro di identificazione ed espulsione. Nella struttura sono scoppiati violenti scontri tra immigrati e forze dell'ordine, quando alcuni tunisini hanno tentato di sfondare i cancelli per scappare. I feriti sono 24: 22 tra poliziotti e carabinieri hanno riportato contusioni o sono rimasti intossicati; due immigrati sono invece ricoverati per le esalazioni del fumo. Dopo gli stranieri hanno ammassato materassi, cuscini e arredi dando fuoco alla struttura in tre punti diversi: si è sviluppato un vasto incendio che ha causato molti danni. Il capannone centrale è stato distrutto e l'incendio ha colpito anche altri edifici. Sei le squadre in azione, oltre a un elicottero della Guardia di finanza: le fiamme sono state domate con grossi sforzi, a causa del vento.
RIMPATRIO COATTO - Nella confusione alcuni ospiti del Cie, forse alcune decine, sono scappati ed è scattato l'inseguimento. La rivolta, poi sedata, è nata dalla protesta di circa 300 tunisini, che hanno anche iniziato uno sciopero della fame contro il rimpatrio coatto di 107 loro connazionali, avvenuto martedì. Nella struttura di Lampedusa, trasformata dal Viminale da Centro di prima accoglienza e soccorso a Centro di identificazione ed espulsione, si trovano 863 immigrati, in gran parte tunisini
SINDACO: «COLPA DEL GOVERNO» - Il sindaco De Rubeis accusa il governo e chiede la rimozione del ministro dell'Interno Maroni, «responsabile del fallimento totale dell'operazione»: «Le fiamme sono arrivate a 10 metri di altezza, una nube tossica sprigionata dai pannelli coibentati sta raggiungendo il paese, chiedo l'immediata evacuazione della struttura. Grazie all'opera svolta dal ministro Maroni si è corso il rischio che a Lampedusa potesse accadere una strage sia tra gli immigrati, sia tra le persone che lavorano all'interno del centro e tra la popolazione. Ha trasformato il centro in un lager, gli immigrati sono esasperati». Il sindaco sta predisponendo un'ordinanza per vietare l'uso dell'acqua potabile piovana, raccolta nelle cisterne, «in quanto potrebbe essere stata inquinata dalla nube tossica sprigionata dall'incendio». De Rubeis è stato sentito martedì nella Procura di Agrigento in merito all'inchiesta relativa alle condizioni di vita e di salute nel Cie di Lampedusa.
APPELLO DELL'UNHCR - Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr (l'agenzia dell'Onu per i rifugiati) ha fatto un appello al governo: «Abbiamo sollecitato un intervento del Viminale perché è pericoloso lasciare nel Cie migranti e operatori vicino alle fiamme e al fumo. È necessario approntare misure urgenti per spostare le persone per ridurre il numero intossicati e ustionati. È una situazione che covava da settimane, fin dagli atti di autolesionismo. C’è una grossa tensione per i rimpatri, i migranti si sentono persi e tentano il tutto per tutto».
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Riporto le dichiarazioni di Enrico Letta (esponente di spicco del PD) che auspica un accordo con l'UDC per fare uscire il PD dalla crisi. In Sicilia significherebbe accordarsi con Cuffaro, Mannino e tanti altri. Moriranno tutti democristiani? Cerco un centro di gravità permanente.
Il ministro ombra del Lavoro (esponente di spicco del PD) non nasconde le critiche non solo alla gestione del partito in questi mesi, ma anche alle regole interne del partito. «Sabato - spiega - parleranno tutti gli eletti dell'assemblea costituente: sono i portatori, insieme a Veltroni, di quel volere dei 3 milioni e mezzo di italiani che votarono alle primarie. Il potere è nelle mani dell'assemblea, purtroppo in questi mesi tra i tanti errori c'è stato anche quello di approvare uno statuto barocco e schizofrenico, un mix di masochismo e di autolesionismo, che è parte integrante di questo psicodramma». «Anche questa dello statuto -sottolinea Letta- è un esempio di una storia nella quale abbiamo inanellato errori che puntualmente vengono fuori: errori di posizionamento politico, di amalgama che non è riuscito come è stato detto, di disattenzione del partito verso i suoi militanti ed errori di alleanze». A questo punto però non c'è tempo per il congresso e si andrà al voto per rinnovare il Parlamento europeo con un reggente: «Temo di sì, ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Se è così andiamo alle europee con Franceschini e dopo al congresso».
«Senza un'alleanza con l'Udc non andiamo da nessuna parte - ha detto Letta - Tra le ultime ultime elezioni, l'unica che abbiamo vinto è stata quella della Provincia di Trento, ed eravamo alleati con l'Udc. La politica ha delle regole molto ferree».
Seguono le dichiarazioni del segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero
Fallimento di una politica, non di un uomo.
mercoledì 18 febbraio 2009
di Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc
Il risultato delle elezioni sarde ha reso evidente il fallimento del progetto politico del Pd. Non l'errore di un leader, ma la crisi organica di un progetto politico che copre un arco temporale lungo. E' la strategia nata dal progetto occhettiano di scioglimento del PCI e caratterizzata da un progressivo spostamento al centro che si mostra fallimentare. Con questo fallimento occorre fare i conti in modo non propagandistico. Anche perché il risultato sardo colpisce pesantemente un'esperienza di governo che nel bene e nel male non rappresenta certo uno dei frutti peggiori del Pd. Anzi. Il centrosinistra ha fallito non per imperizia di qualche dirigente ma proprio perché il suo progetto politico non è in grado di prefigurare una via di uscita dalla crisi. Così, anche le cose buone fatte da Soru - penso alla legge sulla tutela del territorio - si sono ritorte contro un centrosinistra che non è riuscito a dare uno sbocco positivo al drammatico problema della disoccupazione. Anche la speculazione edilizia può essere vista come un'ancora di salvezza in una condizione in cui manca il lavoro.
La sconfitta sarda ci pone quindi il problema di fondo. Il centrosinistra è nato e cresciuto in simbiosi con la globalizzazione capitalistica. Di quella globalizzazione ha assunto le culture e i valori: dal liberismo temperato alla centralità dell'impresa. Di fronte alla crescente insicurezza sociale prodotta dal quel modello di sviluppo, insicurezza diventata vero e proprio terrore dentro la crisi economica, il centrosinistra non è stato in grado di dare alcuna risposta credibile. Al contrario la destra ha usato l'insicurezza sociale come un'arma per fomentare la guerra tra i poveri e costruire su queste basi il suo consenso. La destra, di fronte alla crisi ha detto: la coperta è corta, è bene che restino fuori i piedi degli altri, immigrati in primo luogo; se si deve sacrificare un po' di libertà e democrazia, pazienza. Su questo ha vinto la destra.
Di fronte alla crisi la destra propone uno sbocco barbarico. il Pd non ha proposto nulla. Nel suo ultimo piano contro la crisi non è nemmeno stato in grado di porre la questione della redistribuzione del reddito, che è con ogni evidenza il problema più grande che abbiamo dinnanzi.
In questa situazione è bene, a sinistra, evitare illusioni che vedo pericolosamente affacciarsi.
Da questa crisi non si esce con un cambio di leadership. Non è un problema di nomi, né è sufficiente, come al gioco dell'oca, tornare indietro di qualche casella, magari riscoprendo i Ds al posto del Pd. Il problema è che tutto il gruppo dirigente che ha operato per sciogliere il Pci si è identificato con la gestione della globalizzazione liberista ed è andato in crisi proprio nella crisi della globalizzazione.
Un anno e mezzo fa è saltato Prodi, oggi Veltroni, domani chi? Questa crisi strategica non si risolve con i giochi di sponda con le correnti interne al Pd o con qualche belletto. Questa crisi non si risolve nemmeno con una rinnovata intesa tra Pd e sinistra. Il fallimento dei due governi Prodi, così come la giunta di Soru è li a dimostrarlo. Quello che manca oggi non sono le relazioni tra le due sinistre o un nuovo centrosinistra. Quello che manca è la credibilità di una sinistra di alternativa che sappia elaborare e declinare credibilmente una proposta di uscita dalla crisi. Una proposta alternativa alle ricette liberiste e "riformiste". Per questo Rifondazione Comunista lavora alla costruzione di una sinistra di alternativa, anticapitalista e comunista, non subalterna alla crisi del Pd, capace di costruire con la Cgil, il sindacalismo di base, la moltitudine di comitati locali, l'opposizione sociale nel Paese. E formulare proposte che diventino parole d'ordine di massa: redistribuzione del reddito, ammortizzatori sociali per tutti, intervento pubblico nell'economia, rilancio del welfare. Si tratta di promuovere un movimento generale, consapevole che dalla crisi non si esce con i sacrifici, ma con la radicale messa in discussione degli attuali assetti di reddito e di potere.
Nessuna scorciatoia, quindi. Il gruppo dirigente del Pd non ha sbagliato linea, ma la strategia di fondo, da vent'anni a questa parte. Costruire un progetto e una sinistra alternativi a questa fallimentare strategia è il compito che noi di Rifondazione abbiamo dinnanzi, sul piano sociale, su quello culturale come su quello elettorale. Lavorarci da subito è tanto più necessario per costruire un punto di riferimento che alla crisi del Pd opponga una risposta in avanti, in Italia come in Europa.
Etichette: Politica nazionale
A forza di voler correre da solo il PD ha distrutto la sinistra e rafforzato il PDL da cui si distingue solo per una L in meno. Da quì la necessità di uscire a sinistra rafforzando il progetto di una forza volta alla trasformazione della società. Segue un'ampia rassegna stampa.
Sardegna, Berlusconi vince, sinistra anticapitalista oltre il 4%
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc
La sconfitta elettorale in Sardegna dimostra che l'ondata berlusconiana non solo non si arresta ma che è lungi dall'infrangersi e che se mancano risposte di uscita da sinistra dalla crisi economica i risultati, come dimostrano i dati del Pd, non possono che essere disastrosi.
Il risultato ottenuto dalla lista di Rifondazione comunista è buono ma soprattutto è da sottolineare come l'esito delle elezioni sarde dimostri che la sinistra che vuole fare la sinistra e che vuole dire la sua, dall'Italia all'Europa, e unire tutta la sinista in una prospettiva comunista, anti-liberista e anticapitalista è abbondantemente sopra la soglia di sbarramento del 4% visto che tali sono i risultati delle forze che si richiamano a questa prospettiva.
Del tutto incosistenti, invece, risultano tutte le ipotesi che volevano fare da ponte verso il Pd, prive di progetto, identità e forza.
Ufficio stampa Prc
La sconfitta elettorale in Sardegna dimostra che l'ondata berlusconiana non solo non si arresta ma che è lungi dall'infrangersi e che se mancano risposte di uscita da sinistra dalla crisi economica i risultati, come dimostrano i dati del Pd, non possono che essere disastrosi.
Il risultato ottenuto dalla lista di Rifondazione comunista è buono ma soprattutto è da sottolineare come l'esito delle elezioni sarde dimostri che la sinistra che vuole fare la sinistra e che vuole dire la sua, dall'Italia all'Europa, e unire tutta la sinista in una prospettiva comunista, anti-liberista e anticapitalista è abbondantemente sopra la soglia di sbarramento del 4% visto che tali sono i risultati delle forze che si richiamano a questa prospettiva.
Del tutto incosistenti, invece, risultano tutte le ipotesi che volevano fare da ponte verso il Pd, prive di progetto, identità e forza.
Ufficio stampa Prc
Le radici lontane della sconfitta
di Giuseppe Quaranta
su Aprile online del 17/02/2009
Non è più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico. Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale. Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale.
Renato Soru è stato sconfitto. Anche la Sardegna sarà governata da Berlusconi. Il vento di destra continua a soffiare, forte più che mai. Il Pd e il suo progetto ignavo e bipartisan vengono per l'ennesima volta sconfitti. Le liste comuniste e di sinistra, tutto sommato mostrano timidi segnali ripresa, anche se il travaglio interno alle stesse ne ostacola il rafforzamento politico-elettorale. Ma non è a causa di errori soggettivi che le ultime elezioni sono state regolarmente vinte dalla destra. In Italia si è creata l'ennesima anomalia: negli ultimi anni nella gran parte del resto d'Europa, il governante viene sconfitto e vince l'opposizione. A prescindere da chi sia l'uno piuttosto che l'altro. In Italia no. Ormai vince sempre la destra e non più solo la destra politica, ma la cultura di destra, vera ed unica vincitrice in questa fase storica. E' evidente come sia quanto mai urgente e necessaria una forte riflessione, nelle forze della sinistra come nel Pd. Limitarsi ad analizzare la superficie non serve a niente. Il problema non è più del singolo candidato, della singola campagna elettorale o del fatto che i partiti sono divisi e litigiosi. Credo che non sia più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico (elementi che pure hanno nella loro reale e concreta quotidianità la loro importanza, sia chiaro). Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale.Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale, ma ha origini ben più lontane. E' il prodotto di diversi errori e sconfitte, politiche come culturali degli ultimi venti-trent'anni. O proviamo - in un percorso lungo e difficile - a ribaltare la "cultura" degli italiani - e specie dei ceti che vogliamo rappresentare - a partire ovviamente da noi e dalle nostre pratiche concrete o non saranno sufficienti cambi di linea politica, se non per risultati di mera e fragile resistenza, fragile quanto vacua. Nell'epoca della massmediacità eletta ormai a collante di un popolo, del trionfo del voyerismo televisivo, del singolo che mette se stesso davanti anche a...se stesso ( ! ) è dura far vivere un pensiero ed una cultura di sinistra, di sincera solidarietà.
Questa cultura, questo trionfo dell' "io " sopra ogni cosa, ha permeato tutti i settori della società. E dato che anche i partiti, comunisti, di sinistra, di centro-sinistra sono un pezzo reale della società, ne hanno subito l'attacco e in parte ne sono anche stati permeati, chi in misura maggiore e chi in misura minore, naturalmente. L'individualismo, anche " collettivo " è ormai insito anche dentro noi. Non è un caso quindi che le cordate, le fazioni presenti nei partiti - spesso senza reale ragione d'essere - sono a volte strumenti per salvaguardare "singoli interessi collettivi" del tal gruppo a scapito dell'altro. Ma in realtà, sono entrambe destinate ad essere sconfitte. Quindi è fondamentale partire dal ricostruire una idea di cultura di sinistra viva, che per essere tale deve essere diffusa, radicata. Nelle coscienze, nella vita anche privata, nei rapporti personali. Oggi purtroppo non è cosi. E il problema è che tutti noi stiamo provando, ciascuno dal suo punto di vista e di azione politica, ad utilizzare "ricette " più o meno vecchie in una società che è ormai completamente diversa, altra rispetto a quella in cui quelle " ricette" sono nate. Dobbiamo sì lavorare per dare concrete risposte politiche ai problemi reali, ma se questo lavoro non viene affiancato ad una analisi ed un lavoro più profondo, più sottile, ma sicuramente più strategico, saremo destinati per chissà quanto tempo alla sconfitta. E a fare la nostra, forse ultima battaglia contro la peggiore delle riforme: quella che definitivamente toglierà il "noi" dal nostro vocabolario.
Segreteria Prc-SE federazione di Bologna
Grassi: «La sinistra comunista supera la soglia del 4%»
Dichiarazione di Claudio Grassi
I risultati delle elezioni in Sardegna dimostrano, per quanto riguarda la sinistra, in modo evidente che - come e' gia' avvenuto in Abruzzo - i risultati delle formazioni che si richiamano alla sinistra comunista, anticapitalista e antiliberista superano abbondantemente la soglia di sbarramento del 4 per cento, surclassando ampiamente il dato complessivo della Sinistra arcobaleno alle ultime politiche". Lo dice Claudio Grassi, numero due del Prc, che aggiunge: "Un motivo in piu' per costruire la lista unitaria della sinistra comunista e anticapitalista alle elezioni europee, una lista aperta e unitaria che, a partire dal simbolo di Rifondazione, sappia portare in Europa le battaglie di tutta la sinistra".agenzia AGI :: 17/02/2009
I risultati della sinistra anticapitalista
Rifondazione comunista 3,09% 21.332
Rosso mori 2,36% 16.327
Comunisti italiani 1,97% 13.62o
La sinistra 1,53% 10.559
Rocchi: Sardegna, tenuta sinistra ma forte astensionismo. Serve cartello elettorale unitario su alcune discriminanti
Dichiarazione di Augusto Rocchi, esponente Rifondazione per la Sinistra e membro Direzione nazionale Prc
Il risultato elettorale in Sardegna con la sconfitta di Soru è una ulteriore conferma di un forte consenso politico/culturale a Berlusconi ed alle politiche del centro/destra. Tutto ciò è favorito dalla mancanza di una opposizione portatrice di un forte progetto alternativo di risposta alla crisi e di trasformazione della società.
La pesante sconfitta del PD ne è una evidente dimostrazione. Ma anche il risultato delle forze di sinistra di alternativa, se pur registra una tenuta nel dato percentuale, è segnato nei voti assoluti da un aumento dell'astensionismo. Perciò lancio un allarme a tutta la sinistra: sediamoci intorno ad un tavolo e verifichiamo seriamente sulla base di alcune chiare discriminanti programmatiche alternative alle politiche neoliberiste la possibilità di dar vita alle Europee ad un cartello elettorale unitario per ridare voce e speranze ai tanti che non si vogliono arrendere.
Ufficio stampa Prc
Ferrero: Veltroni, soldiarietà umana ma fallimento linea politica priva obiettivo cambiamento società. Ora aggregare sinistra comunista e anticapitalista
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc
Esprimo innanzitutto la mia solidarietà umana a Walter Veltroni. Le sue dimissioni da segretario del Pd non rappresentano il fallimento di una persona, ma di un progetto politico. E cioè il fallimento di quel progetto cominciato con lo scioglimento del Pci e che ha scelto la strada del progressivo spostamento in ambito sempre più moderato e liberale dei Ds prima e del Pd poi.
Il fatto è che le destre si sono nutrite dell'insicurezza prodotta dalla globalizzazione e poi aggravata dall'attuale crisi prodotta da quegli stessi effetti, per governare il Paese e che il Pd ha rinunciato a porsi il problema di qualsivoglia ipotesi di trasformazione sociale.
Oggi il problema che abbiamo di fronte è come aggregare una sinistra che sappia indicare con nettezza la via di uscita dalla crisi del capitalismo e dai suoi effetti. Non un accrocchio di piccoli ma un progetto politico serio e compiuto di una sinistra comunista e anticapitalista che non si fa ingabbiare nel terreno dell'alternanza ma si batte per il progetto politico di alternativa. La prima parola d'ordine di tale alternativa è una sola: la crisi la devono pagare i ricchi.
Ufficio stampa Prc
Bonadonna: Sardegna, fallimento progetto veltroniano. A sinistra serve processo di riaggregazione
Dichiarazione di Salvatore Bonadonna, membro Direzione e presidente del collegio nazionale di garanzia del Prc.
Il risultato elettorale della Sardegna conferma il fallimento del progetto veltroniano proprio perchè strutturalmente legato agli interessi del mercato e speculativi quali quelli che hanno costretto Soru alle dimissioni.
Le diverse forze della Sinistra debbono decidere se avanzare in ordine sparso con risultati risibili o decidere finalmente per un processo di aggregazione su una piattaforma anticapitalista libertaria e imperniata sulla difesa della uguaglianza della libertà e della democrazia repubblicana. Occorre dare un segnale immediato per evitare che il crollo del PD trascini anche la Sinistra verso un tunnel senza uscita.
Ufficio stampa Prc
Etichette: Politica nazionale
«Disagio e cultura non spiegano lo stupro. Il nodo è il maschilismo»
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 14:03
di Tonino Bucci
su Liberazione del 17/02/2009
Intervista a Abdel Jabbar, sociologo, docente all'università di Torino.
Gli stupri non sono un'emergenza di questi giorni. L'anno scorso in Italia sono stati denunciati 4.465 casi di violenza sessuale. Le vittime sono per il 68 per cento donne di nazionalità italiana. Nei casi restanti il 9,4 sono rumene e il 2,7 marocchine. Il dato significativo è che il 58 per cento degli stupratori sono italiani mentre i rumeni sono il 9,2. Gli aggressori rumeni sono pari alle donne rumene vittime di violenza sessuale.I numeri stridono con l'ondata di xenofobia montata dopo i casi di stupri di questi giorni. Il populismo del governo rischia di saldarsi con la reazione emotiva, gli immigrati diventano per il senso comune portatori di culture minacciose, nemici di un'Italia dei territori assediata. Ne abbiamo parlato con Abdel Jabbar, sociologo e studioso dei processi migratori, membro del comitato scientifico e docente al master di comunicazione e mediazione interculturale all'università di Torino.
Il rischio è che la questione degli stupri sia usata per costruirci un discorso "neocoloniale". C'è uno spostamento nel senso comune, il problema sono gli immigrati e le culture straniere propense per definizione allo stupro. Quanto c'è di falso in questa associazione tra stupro e provenienza culturale?
La violenza contro le donne va condannata e punita.Questo deve essere chiaro. Non si può minimizzare o fare finta di nulla. Ma utilizzare il tema dello stupro in termini strumentali contro gli stranieri e gli immigrati è altrettanto inaccettabile. La storia ha dimostrato che i maschi hanno esercitato violenza nei confronti delle donne indipendentemente dalla cultura d'appartenenza. Se si leggono i dati sugli stupri in Italia e non si vuole fare solo della demagogia, ci si rende conto che la maggioranza delle violenze avviene tra le mura domestiche e sono commessi da maschi italianissimi e cattolici.
Nell'anno scorso sono state denunciate quasi 4500 violenze. Quelle commesse da rumeni sono poco più del nove per cento. Quindi non è questione di nazionalità. O no?
Vero, ma oggi nel mercato della politica lo stupro commesso da uno straniero è molto più spendibile. In una fase di crisi caratterizzata dalla paura e dall'insicurezza si cerca di indicare un capro espiatorio. Non si parla più di politiche migratorie se non in termini, appunto, di repressione e discriminazione. E così i casi che possono suscitare una reazione di sdegno e di odio verso gli immigrati diventano materia prima per legittimare una politica securitaria. Non si vuole affrontare la questione della migrazione in termini di diritti, come un tema sociale e politico. Si parla solo di strumenti repressivi. Ma così non si migliorerà certo la qualità di vita né delle donne né della società nel suo insieme. Si lavora soltanto alla produzione dell'odio, del rancore, di recinti. Il diverso diventa una patologia, un nemico, una fonte di pericolo.
Si riduce lo stupro a un problema esclusivo di ordine pubblico e di quanti poliziotti si possono schierare agli angoli della strada. Ma possono funzionare queste ricette?
Non credo che la presenza delle forze dell'ordine possa funzionare da deterrente per queste orribili pratiche. Ci vuole una grande politica. Occorrono, da un lato, leggi severissime, ma dall'altro anche interventi sociali e culturali. Ma le donne devono essere messe anche in grado di denunciare gli stupri perché sono ancora tantissime quelle che subiscono in silenzio.
Le politiche securitarie scavano solchi. Qui invece occorre più integrazione. Lo stupro non è la manifestazione più brutale e odiosa di chi vive e lavora segregato ai margini della società, quasi una sorta di forma disumana di rivalsa, un degrado innescato dal degrado?
Lo stupro è trasversale a tanti contesti culturali e nello stesso tempo è condannato da tutte le culture. Non c'è nessun contesto culturale che legittimi o permetta lo stupro, come qualcuno vorrebbe farci credere. Quindi lasciamo perdere le spiegazioni culturali. Il degrado spesso favorisce ceoncezioni degradate delle relazioni umane. Però è anche vero che tante persone vivono situazioni di esclusione ma non vanno in giro a stuprare. Non c'è nessun automatismo tra degrado e violenza sulle donne. Spesso è un problema di personalità. Né la cultura di provenienza, né la condizione sociale di degrado sono sufficienti per produrre l'atto dello stupro. La spiegazione che gli immigrati sono di culture diverse e quindi commettono stupri è una spiegazione fasulla. Alcuni stupratori sono rumeni, ma ci sono tantissimi rumeni che non compiono violenze. Non c'è automatismo. Il degrado sì, va preso in considerazione, ma l'elemento determinante è la responsabilità soggettiva, la personalità, le caratteristiche individuali. Le generalizzazioni vanno evitate. Certo che se mettiamo le persone problematiche in contesti degradati la probabilità delle violenze sulle donne aumenta. Il degrado può far precipitare determinate caratteristiche in individui con una certa personalità. Ma altra cosa sono le schematizzazioni, il ricorrere all'appartenenza culturale per spiegare lo stupro, il dire che l'immigrato è stupratore perché è culturalmente diverso. Sono falsità. Non c'è automatismo, l'albanese o il rumeno non commette stupro in quanto albanese o rumeno. Ci sono italiani stupratori che non vivono neppure in contesti degradati.
Non c'è relazione tra stupro e cultura o tra stupro e condizione sociale. Però una componente culturale c'è ed è il maschilismo. O no?
Un retaggio maschilista c'è. Trovo più corretto parlare di cultura maschilista che appartiene anche alla storia europea. Fino a non molto tempo fa in Italia c'era l'attenuante del delitto d'onore. Il maschilismo è un elemento trasversale che attraversa culture e contesti sociali differenti. Discutiamo allora tutti, italiani e non, del potere maschile sul corpo della donna. Non c'è nessuno immune.
C'è Forza Nuova che condanna le violenze solo in quanto a compierle sono stranieri che vengono a violentare "le nostre donne". Questo è un esempio del maschilismo di quella destra che fomenta campagne di odio verso gli immigrati. E' così?
L'estrema destra non solo fa riferimento alla cultura della virilità, ma vede nello straniero un pericolo che minaccia la purezza delle "nostre donne".
Persino l'opinione progressista sembra cedere al populismo. Un commento di ieri su "Repubblica" a firma di Michele Serra invitava a trasformare la scomposta paura popolare in forme proficue di controllo sul territorio. Come si può pensare di democratizzare le ronde leghiste?
Oggi c'è un rischio di tribalizzazione della società. Tutto è tribalizzato, l'acqua, la sanità, la scuola e anche la sicurezza. Ma così si dà a una forza politica e ideologica come la Lega la legittimità di esercitare una sovranità sul territorio. Ciò che ha caratterizzato gli Stati democratici è stato il monopolio della forza e della violenza quando è necessaria. Oggi c'è un ritorno alla tribalizzazione, al comunitarismo, all'identarismo, al localismo, alla piccola patria. Ogni gruppo pretende di esercitare la sovranità sul proprio territorio in base a riferimenti ideologici. A questo dobbiamo esser capaci di contrapporre forme di organizzazione dal basso. Ma questo è un altro ragionamento. Vuol dire organizzarsi per sostenere gli anziani, per produrre maggiore solidarietà con le persone in difficoltà. I territori oggi sono attraversati dal rancore. Le ronde simboleggiano la paura e invece abbiamo bisogno di più legami all'interno dei quartieri e dei territori, di una comunità in cui tutti possano vivere bene. Qui sì, la società civile deve assumersi le sue responsabilità senza delegare la sicurezza alle ronde, a gruppi che hanno una visione ostile verso l'altro, verso l'immigrato. Giusto che si organizzi, ma non per formare ronde armate che difendono il proprio recinto rancoroso. Altrimenti andremo verso una società fatta di gruppi in perenne conflitto tra loro.
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Campagna straordinaria di tesseramento al PRC, sostegno a liberazione e orientamenti politici verso le elezioni europee di giugno.
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 14:01Attraverso gli articoli di Claudio Grassi, responsabile organizzazione del PRC e di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, riflettiamo sull'importanza di un tesseramento ad un partito di matrice comunista, della necessità di sostenere il giornale del partito (liberazione) e speghiamo gli orientamenti e le scelte per le elezioni europee.
23 febbraio-1° marzo: una settimana di campagna straordinaria: tutti i circoli mobilitati per il Prc e per «Liberazione»
di Claudio Grassi, responsabile
Organizzazione segreteria nazionale Prc
Dopo aver realizzato il 24 e il 25 gennaio scorsi due giornate per il tesseramento, sulla base del positivo riscontro che abbiamo avuto, riteniamo utile darvi continuità. Proponiamo una settimana - dal 23 febbraio al 1 marzo - di mobilitazione straordinaria di tutti i circoli. Avanzando questa proposta, non vogliamo solo sollecitare assemblee degli iscritti per rinnovare la adesione al Partito, cosa di per sé importantissima, ma fare qualcosa di più. La situazione che stiamo vivendo, infatti, è eccezionale e non può che essere affrontata come tale.In primo luogo vi è la drammaticità della crisi economica. Berlusconi dopo aver sostenuto che con un po' di ottimismo si sarebbe risolto tutto, oggi si dice "molto preoccupato". Naturalmente ciò non significa che i provvedimenti che il governo sta prendendo siano adeguati. Anzi. A fronte di un aumento enorme della cassa integrazione, della cessazione del contratto di lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori precari, non si vede all'orizzonte alcun intervento serio che non sia il solito contributo, attraverso la rottamazione, per l'industria automobilistica. Alla drammatica situazione di numerose famiglie che si trovano a dover fare i conti con un proprio componente che perde il lavoro o che va in cassa integrazione, non viene dato alcun aiuto. Ai giovani precari viene negata qualsiasi prospettiva che non sia quella di svolgere - nella migliore delle ipotesi - lavori saltuari. Mentre avviene tutto questo abbiamo una "opposizione" parlamentare inesistente. Il Partito Democratico, diviso su tutto, non va al di là di qualche critica, ma non organizza nel Paese e in Parlamento una opposizione degna di questo nome. D'altra parte come potrebbe farlo visto che in questi anni ha spesso sostenuto quei provvedimenti economici che sono all'origine della crisi e cioè privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e contenimento dei salari? Ma anche Di Pietro sulla crisi non alza la voce. Anche per lui, come per il Pd, sembra valere la regola che si può parlar male di Berlusconi, ma, quando ci sono di mezzo i padroni e la Confindustria, è meglio tacere. La partita tuttavia è aperta perché, come si è visto dallo sciopero di venerdì, vi è una reazione del mondo del lavoro forte e combattiva e vi è un impegno non solo di alcune categorie o del sindacalismo di base a sostenerla, ma di tutta la Cgil.
In secondo luogo siamo già entrati in una importantissima campagna elettorale. Ci andiamo con una legge elettorale voluta dal Partito Democratico e votata da tutti i partiti presenti in Parlamento, Italia dei Valori compresa, che introduce una soglia di sbarramento del quattro per cento. Veltroni, che in passato aveva criticato Berlusconi per aver cambiato all'ultimo momento la legge elettorale per ricavarne un vantaggio di parte, si è comportato esattamente nello stesso modo pensando di ridurre per questa via il calo di consensi del Pd. Non ci riusciranno. Rifondazione Comunista supererà la soglia perché la netta impressione che si percepisce è che questa volta il voto utile sarà "alla rovescia". Questa volta, poiché non si vota per il governo del Paese, non c'è lo spauracchio di Berlusconi e una Sinistra debole, come si è visto in questi mesi, determina un Pd sempre più centrista e priva di rappresentanza il mondo del lavoro più combattivo. Quello che era in piazza venerdì, per intenderci. Inoltre questa volta non ci presenteremo agli elettori con un simbolo sconosciuto e un programma indefinito, come avvenne il 13 e 14 aprile scorsi. Come ha deciso infatti la Direzione, mercoledì scorso, ci proponiamo di costruire una convergenza con le altre forze comuniste, anticapitaliste, di movimento, sulla base di un programma nettamente di sinistra, che abbia come sbocco naturale il Gue del Parlamento europeo, a partire dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista.
In terzo luogo dobbiamo fare tutto questo mentre una parte dei compagni che al congresso avevano sostenuto la mozione di Nichi Vendola è uscita dal Partito e sta dando vita ad un nuovo movimento politico, il Movimento per la Sinistra. Questi compagni stanno costruendo un cartello elettorale con Sinistra Democratica, i Verdi e i Socialisti. Ci criticano perché non abbiamo accettato anche noi di farne parte. A parte che è un po' singolare fare una scissione e contemporaneamente fare assieme una lista elettorale, ma ciò che proprio non condividiamo è ripetere l'esperimento dell'Arcobaleno e cioè quello di pensare che si supera lo sbarramento facendo un'ammucchiata per dividersi subito dopo il voto.
Sono questi i motivi che ci spingono a sollecitare nel Partito una mobilitazione vera, non rituale, partecipata, aperta. I modi con cui realizzarla possono essere molteplici, essi vanno dall'assemblea pubblica per discutere delle nostre proposte contro la crisi, all'iniziativa in difesa dei beni comuni, dalla presenza in piazza con la vendita del pane, al volantinaggio davanti ad un supermercato o ad una fabbrica, da un presidio antifascista, alla raccolta di fondi per la Palestina. Chiediamo ad ogni circolo di muoversi in questa direzione raccogliendo e sollecitando nel vivo dell'azione politica l'iscrizione a Rifondazione Comunista. Senza dimenticarci di Liberazione . Dal ventitré febbraio al primo marzo è anche la sua settimana. Quindi in ognuna di queste iniziative non ci si dimentichi di prenotare le copie di Liberazione e di diffonderle. Come si è visto dallo straordinario successo che ha avuto la diffusione del nostro quotidiano nella manifestazione di venerdì, si può fare.
di Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc
Paolo Ferrero risponde a Mirko Lombardi, che definisce “boria di partito” (questo il succo della lettera) la proposta di Rifondazione di presentare una lista unitaria alle Europee, costituita da movimenti, comitati, centri sociali, associazioni, partiti, compagni e compagne con l’obiettivo chiaro di rafforzare la sinistra in Europa, di rafforzare il Gue. Un’occasione in più per chiarire la scelta di campo del Prc, anche alle prossime elezioniMi sembra interessante, questa settimana, rispondere a questa presa di posizione di Mirko Lombardi. Trascurerò i toni delicati e i sinceri apprezzamenti per il «Prc di Ferrero» e la «maggioranza di Ferrero». Ciò su cui invece merita insistere è che la posizione politica contro cui Lombardi polemizza non esiste, se la è inventata lui. Lombardi afferma infatti: «La boria di partito (come la bollerebbe Gramsci) ha mosso il Prc di Ferrero a scegliere la rottura a sinistra con la decisione di presentarsi da soli alle elezioni».
Colgo quindi l'occasione per segnalare a Lombardi che la Direzione nazionale di Rifondazione, che è l'organismo democraticamente eletto dal nostro partito e non un accrocchio di sodali del «Prc di Ferrero», ha deciso di avanzare la proposta di costruire una lista unitaria della sinistra per le elezioni europee. Noi non ci vogliamo presentare da soli e non ci presenteremo da soli; abbiamo proposto una lista unitaria. Una lista che abbia un punto fermo, inequivoco: la scelta di avere nel gruppo unitario della sinistra il proprio riferimento al Parlamento Europeo. Proponiamo cioè una lista in cui tutti gli eletti vadano a far parte del Gue. Questo è il punto discriminante della proposta politica di Rifondazione, perché il Gue rappresenta a livello europeo il punto di riferimento di tutta la sinistra anticapitalista, comunista, ambientalista. Il Gue, di cui siamo stati convinti soci fondatori, è l'unico gruppo che a livello europeo si oppone fermamente alle politiche liberiste costruite e gestite dal consociativismo tra popolari, socialisti e liberali e, in qualche occasione, sostenute dall'interclassismo dei verdi. Il Gue è a livello europeo il punto di riferimento della sinistra di alternativa, contro la grande coalizione che ha nei fatti gestito l'Europa dalla sua nascita producendo, da Maastricht in poi, l'Europa liberista governata dal monetarismo della Banca Centrale Europea. Il Gue ha messo in discussione i contenuti di quella Carta costituzionale europea che i Socialisti hanno glorificato e che i popoli europei, dove hanno potuto esprimersi, hanno bocciato.
La Linke, il Sinaspismos, Izquierda Unida, la Sinistra Verde Nordica, il Partito del Pomodoro Olandese, tutti i partiti comunisti europei stanno nel Gue e si battono in tutta Europa per avere abbastanza deputati per poter ricostituire il gruppo. Noi ci battiamo per lo stesso principalissmo obiettivo: avere un gruppo di sinistra vera, autonomo dal Partito socialista, a livello europeo.
Sottolineo la questione dell'appartenenza al Gue perché, nella proposta di costruire una lista genericamente di sinistra che Lombardi caldeggia, il punto centrale è che gli eventuali eletti sceglierebbero poi individualmente in quale gruppo andare: nei Verdi, nel gruppo socialista, nel Gue o da qualche altra parte. Quando si propone di fare una lista che unifichi tutta la sinistra, bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di chiarire questo punto per non prendere in giro la gente.In tutta franchezza a me pare che questa proposta sia insostenibile.
Almeno chi votava Sinistra Arcobaleno sapeva che avrebbe votato qualcuno che andava a fare l'opposizione. Adesso invece si vorrebbe una lista in cui chi prende più preferenze va a sedere dove vuole, magari nel gruppo socialista, a fianco di Piero Fassino, per votare il 60 o il 70% delle volte con il gruppo popolare (di cui faranno parte Fini e Berlusconi) le direttive europee che produrranno ulteriori disagi sociali in Italia e in tutta Europa. Lascio perdere lo spettacolo della campagna elettorale con una guerra di preferenze tra candidati che non solo fanno parte di partiti diversi ma appartengono a diversi schieramenti a livello europeo. Ci troveremo a rimpiangere la Sinistra Arcobaleno.
Per questo motivo noi proponiamo una lista unitaria, costituita da movimenti, comitati, centri sociali, associazioni, partiti, compagni e compagne, ma che abbia un obiettivo chiaro: rafforzare la sinistra in Europa; rafforzare il Gue.
A tal fine mettiamo a disposizione il simbolo di Rifondazione Comunista che è, fino a prova contraria, il simbolo che dopo lo scioglimento del Pci ha caratterizzato la presenza di una sinistra degna di questo nome nel nostro Paese. Lo mettiamo a disposizione, non lo imponiamo; lo discuteremo, con due attenzioni: sapendo che, in primo luogo le improvvisazioni dei simboli in campagna elettorale si pagano care. In secondo luogo per noi la falce e martello, la parola comunismo, non è un peso; anzi pensiamo che, nella situazione disastrosa in cui è ridotta la sinistra in Italia, sia un risorsa. Proponiamo quindi per le europee una lista unitaria di sinistra che sappia dire a cosa serviranno i voti che chiediamo. Non è boria di partito, ma la volontà di ricostruire un minimo di chiarezza, di moralità nella politica; la volontà di stare a sinistra, anche in Europa.
15 Febbraio 2009
Etichette: partito della rifondazione comunista
UNITI CONTRO GOVERNO CHE SEPARA: valutazioni e riflessioni sullo scopero della FIOM e della CGIL.
0 commenti Pubblicato da PRC C/mare del Golfo alle 13:48
I lavoratori e le lavoratrici dimostrano che l'unità è possibile, soprattutto contro i contratti separati e i sindacati che li approvano.
Di seguito riporto alcuni articoli che danno un quadro generale sulla giornata di sciopero di ieri 13 febbraio e che analizzano gli scenari e le preoccupazioni conseguenziali alle politiche del governo Berlusconi che attentano all'unità sindacale eche metteno in risalto come l'unià dei lavoratori con le forze politiche radicali sia la base per iniziare una lotta efficace.
Di seguito riporto alcuni articoli che danno un quadro generale sulla giornata di sciopero di ieri 13 febbraio e che analizzano gli scenari e le preoccupazioni conseguenziali alle politiche del governo Berlusconi che attentano all'unità sindacale eche metteno in risalto come l'unià dei lavoratori con le forze politiche radicali sia la base per iniziare una lotta efficace.
Una giornata particolare
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 14/02/2009
Un operaio metalmeccanico che decide di scioperare, in piena crisi, paga un prezzo esorbitante. Non perde soltanto una giornata di salario: se l'azienda in cui lavora è in cassa integrazione - il beneamato ammortizzatore sociale che si mangia il 40% dello stipendio - consegna alla lotta anche un pezzo di tredicesima e di ferie. Un impiegato pubblico che sciopera, dopo un contratto separato siglato da Cisl e Uil e il taglio dello stipendio deciso dall'immarcescibile ministro Brunetta, fa una scelta quasi eroica. E se la tuta blu e il colletto bianco partono uno dal Sulcis in pullman, poi in nave e ancora in treno e l'altro viaggia per ore e ore da Aosta per venire a manifestare a Roma, vuol dire che non pensano solo al loro salario. Non pensano esclusivamente ai diritti di chi vive di sola busta paga con cui paga le tasse anche di chi vive del suo lavoro, o agli accordi separati e al contratto nazionale. Pensano all'intera collettività, a un paese che un governo autoritario e quasi golpista sta impoverendo e rendendo più ingiusto, un paese aggredito nella sua costituzione materiale e in quella formale. Pensano ai loro ex compagni di lavoro, giovani precari e migranti rimandati a casa per primi perché non hanno diritti. Pensano all'edile romeno, arruolato al nero da un caporale, che è precipitato da un'impalcatura ma non può andare in ospedale a farsi curare perché rischierebbe di essere denunciato ed espulso con il marchio di clandestino. Pensano persino a Beppino Englaro e alle migliaia di uomini e donne, corpi e cervelli sequestrati dai padroni di uno stato che si pretende onnipotente («volete far vivere i morti e far morire i vivi»). Una volta, con un po' di retorica, si parlava dei lavoratori come classe generale, quelli che liberando se stessi dall'oppressione del capitale avrebbero liberato tutti. Ripartiamo da dov'eramo rimasti: lo sciopero e la manifestazione di ieri, organizzati con coraggio dagli operai metalmeccanici della Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil, sono gesti di grande generosità e, al tempo stesso, sono il primo atto d'opposizione di massa al peggior governo d'Europa, un governo che prima nasconde la crisi, poi la sottovaluta, quindi la usa per ridisegnare i rapporti di potere e redistribuire la ricchezza, taglieggiando i salari per ingrassare i profitti e le rendite. Ieri a Roma erano diverse centinaia dimigliaia le tute blu e i colletti bianchi che hanno compiuto questo gesto di generosità per difendere i diritti sociali, civili, di cittadinanza di tutti noi. Una speranza, una scommessa, un atto d'orgoglio hanno messo le gambe alla parte migliore del paese che ha attraversato Roma lungo tre direttrici, dalla Tiburtina, dall'Ostiense e dall'Esedra per convergere su piazza San Giovanni. Molte più persone di quante la piazza storica delle manifestazioni nazionali potesse accoglierne. C'erano tutte le facce del lavoro a Roma, uomini e donne con cittadinanza italiana, con visti di soggiorno osenza niente, con contratti di ogni tipo, colore e tutela, o senza alcun contratto. C'erano i sik di Reggio Emilia con il turbante il testa e la bandiera della Fiom in mano, qualche cordone più in là ecco i vigili di Bari e i dipendenti delle Finanze di Pistoia, le vittime e i parenti delle vittime e il popolo inquinato dalla diossina e dall'amianto dell'Italsider di Taranto o dei cantieri navali di Monfalcone. C'erano tanti cassintegrati delle famiglie bene del capitalismo italiano: Agnelli (dagli stabilimenti Fiat di tutta la penisola e della Sicilia), Marcegaglia (nelle cui fabbriche si continua amorire di lavoro), Merloni (i vari fratelli elettrodomestici uniti nei licenziamenti), Montezemolo (leggi Ferrari oppure Maserati, dove si espellonoi precari e si licenziano i delegati e i militanti Fiom che sostengono la lotta dei loro compagni meno «garantiti). C'erano le tante persone che si occupano di garantirci i beni comuni e quelli il cui lavoro è finalizzato alla cura di tutti noi, c'era anche chi ci fa lemulte e chi ci fa le lastre all'ospedale. Uguali e diversi, direbbe Moretti. I piemontesi, quelli che lavorano alla linea di montaggio gomito a gomito con quelli che prestano servizio nella corsia di un ospedale, scendono dalla stazione Ostiense verso la Piramide Cestia dietro uno striscione unitario con i simboli dei due sindacati promotori. Lo striscione dice ai romani che c'è chi cerca di dividere - i padroni e il governo - e chi unisce - la Fiom e la Funzione pubblica. E dire che una volta l'operaio alla linea dimontaggio e quello al pronto soccorso, o al catasto, si guardavano quasi in cagnesco. E' avvenuto un quasi miracolo. «Fannullone sarà lei», scrivono a Brunetta. Fanno tenerezza e danno speranza i due operai della Bonfiglioli di Bologna che alzano con rabbia e orgoglio le bandiere della Fim- Cisl. A chi si congratula con loro per il coraggio con cui hanno rotto una disciplina talmente ferrea da far pensare al sindacato bulgaro nel 1960 più che al sindacato cattolico italiano del 2009, rispondono «è un dovere e una scelta essere qui». All'esagitato che grida «buttate quella bandiera», invece, fanno notare: «siamo qui a lottare con voi, che vai cercando?». Per tutti suona la banda Bassamusica di Bari Carbonara. Uffici e officine, operai e impiegati: sono loro stessi un bene comune. Producono ricchezza per tutti, crisi permettendo, e pagano per tutti. Producono servizi e cioè maggiore ricchezza. Sono i lavoratori, quelli che per decreto di Bonanni e Angeletti non possono neanche dire la loro con un voto su un accordo separato che distrugge il sistema contrattuale italiano. Quelli che quando protestano vengono manganellati e denunciati dalla polizia, com'è capitato agli operai dell'Alfa di Pomigliano che rischiano il lavoro «in una regione in cui il lavoro è merce rara», o a quelli di Innse di Milano. Riescono persino a occuparsi dell'ambiente i dipendenti della Fiat: vorrebbero fondi per la ricerca per liberare l'automobile dal petrolio, non regalie a pioggia con la rottamazione. Non si accontentano di sopravvivere alla crisi, vogliono tentare di costruire un mondo post-crisi un po' più vivibile per tutti, meno puzzolente, meno disoccupato, meno ingiusto. Gli ospedalieri, dal canto loro, vorrebbero fare gli infermieri e i medici per curare i migranti malati, certo non i delatori per farli espellere da un governo razzista, «come dice Famiglia cristiana». Sono tutti molto, ma molto incazzati, non sono rassegnati né minoritari, anche se Cisl e Uil li hanno abbandonati per salire sul carro del vincitore, anche se la sinistra non c'è più, intendendo per sinistra una forza politica parlamentare solidale con il mondo del lavoro, dunque di parte, senza «ma anche». Ci sono frammenti di sinistra, qua e là si incontrano in corteo o sul palco, ma hanno altro a cui pensare: le elezioni europee. A un importante dirigente del Pd che guarda dal palco una piazza san Giovanni stracolma, rossa ed esperta, chiedo in amicizia e non da cronista: «Cosa pensa di tutto questo il tuo partito?». La risposta, in amicizia, è agghiacciante: «Dipende da come andranno le elezioni sarde. I sondaggi sono incoraggianti. Soru ha rimontato 10 punti». Nonostante lui e nonostante tutti gli assenti, ieri i lavoratori pubblici e i metalmeccanici scesi in campo per difendere salari e diritti, democrazia e Costituzione. Hanno battuto un colpo. Speriamo che non siano diventati tutti sordi.
Democrazia al lavoro
di Dino Greco
su Liberazione del 14/02/2009
Quello che speravamo e che era sommamente necessario per scuotere l'inquietante atmosfera in cui imputridisce la politica italiana è infine accaduto. Il lavoro, non nella sua astratta espressione sociologica, ma con i volti di donne e uomini "in carne ed ossa" ha fatto sentire la propria voce. Talmente forte e chiara da rendere risibile l'ennesima, stucchevole querelle sul numero dei partecipanti. Il fatto incontrovertibile è che per le vie di Roma è scorso un fiume in piena: lavoratrici e lavoratori sono scesi in sciopero nel bel mezzo di una crisi devastante che mette in gioco i loro posti di lavoro, la loro vita, il loro futuro, disposti a farsi carico di un'ulteriore decurtazione salariale per render chiaro a tutto il Paese, ad un governo imbelle e protervo, ad una tracotante Confindustria, che non sarà facile scaricare sui più deboli i costi del disastro economico. E che quanti hanno stipulato l'accordo separato che li deruba di salario, diritti, democrazia troveranno pane per i loro denti. Merito di Fiom e Fp quello di avere compreso la natura e la profondità di questo attacco. Rivolto, sì, in primo luogo, contro le persone che lavorano, ma luciferinamente organizzato anche per colpire quella parte del sindacato che non intende rinunziare ad un'autonoma rappresentanza del lavoro, che non si piega ad un ruolo servile nei confronti dell'impresa. La storia patria, da quella più antica a quella più recente, come quella continentale e d'oltre oceano, ci rende avvertiti che ogniqualvolta il sindacato è stato sconfitto (i controllori di volo nell'America di Ronald Reagan, i minatori di Arthur Scargill nell'Inghilterra di Margaret Thatcher) è l'insieme dei rapporti sociali che ne è uscito sconquassato, generando povertà, solitudine, disuguaglianza. E una drammatica implosione della democrazia. Oggi, siamo noi a vivere su questo crinale. Reso ancor più ripido dal più organico tentativo mai messo in atto, da sessant'anni a questa parte, di archiviare la Costituzione Repubblicana. Siamo cioè di fronte ad una riedizione di quella che lo storico Giovanni De Luna ha definito come «la latente tentazione antidemocratica della borghesia italiana», che oggi si sposa al sovversivismo clerico-fascista di una classe politica dirigente ignorante, corrotta e aggressiva. Credo che tutto questo abbiano capito - con quell'immediato istinto politico di cui tante volte hanno dato prova - le proletarie, i proletari che ieri sono così in tanti convenuti a Roma. Essi hanno avvertito il pericolo mortale, il bisogno di reagire direttamente, subito, in proprio, senza deleghe. Viene da lì un messaggio che è politico e morale insieme: provare ad ostruire una strada e ad indicarne un'altra, con una intelligenza dei fatti ed una determinazione che altrove latitano. Allora servono due cose: la continuità della lotta sociale, battendo colpo dopo colpo, ancora e poi ancora, finché il ferro è caldo. Ed un ruolo politico della sinistra, a partire dal Prc, sempre più necessario di fronte allo sconfortante cerchiobottismo del Pd.
Non ci fermiamo qui
di Antonio Sciotto
su Il Manifesto del 14/02/2009
Un fiume di persone, per la prima volta pubblici e metalmeccanici insieme. Un bel colpo d'occhio, soprattutto perché ieri non si manifestava solo per il salario e il contratto, contro la precarietà e la crisi, ma al centro delle preoccupazioni dei lavoratori ci sono anche i diritti, la Costituzione, il rispetto dei migranti. Tutto quello che il governo sta velocemente erodendo. Lo ha spiegato Gianni Rinaldini, leader della Fiom, nel suo intervento dal palco davanti a una piazza stracolma, almeno 700 mila persone secondo il sindacato: «Dobbiamo contrapporre la solidarietà all'odio, l'intolleranza e la divisione che diffondono il governo e la Confindustria: attaccano il diritto alla salute, con la misura sugli extracomunitari, manganellano gli operai di Pomigliano e dell'Innse, vogliono sterilizzare il Testo Unico sulla sicurezza perché - dicono - costa troppo alle imprese». E così il segretario della Fp, Carlo Podda, ha invitato i medici all'«obiezione di coscienza»: «Io curo, non denuncio», è l'efficace adesivo che i medici di tutta Italia sono invitati a esporre davanti agli ambulatori, per comunicare agli immigrati di non avere paura. E il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha detto che «la mobilitazione continuerà»: «Sciopero dopo sciopero riusciremo a far cambiare la politica economica del governo». Ed ecco i prossimi appuntamenti: «Il 5 marzo la manifestazione dei pensionati, poi uno sciopero della scuola, e il 4 aprile tutta la confederazione al Circo Massimo». A colpire la Cgil, in mattinata, le dichiarazioni del cislino Raffaele Bonanni, che aveva bollato lo sciopero come «politico, dal sapore di sinistra novecentesca». Epifani ovviamente non ha fatto nomi, ma dal microfono ha parlato di «qualche grillo parlante che non rispetta i lavoratori che fanno sciopero». Poi è passato a criticare il governo, ricordando lo «sciopero generale del 12 dicembre»: «Abbiamo chiesto tanti interventi, ma finora cosa abbiamo visto? La crisi è eccezionale, e tutti gli altri paesi hanno stanziato cifre molto più grandi del nostro: sta sbagliando tutto il mondo o sbaglia il nostro governo? Mancano sostegni a chi perde il lavoro: la gran parte dei lavoratori non ha sostegni dopo che perde il posto, e molti sono costretti a vivere con una cassa di 650 euro al mese per diversi mesi. Per loro che si sta facendo? Grazie anche alle nostre lotte, c'è un accordo sugli ammortizzatori, ma allora che siano subito esigibili questi 8 miliardi, non si aspettino i tempi della Ue». Epifani ha poi proposto che altre risorse vengano trovate «alzando la tassazione, anche solo per due anni, a chi ha redditi sopra i 150 mila euro annui», anche perché, sul fronte tasse, nel 2008 «quelli che hanno pagato di più sono stati dipendenti e pensionati, anche a causa del fiscal drag, mentre si allentano i controlli sugli evasori fiscali». Quanto al modello contrattuale, Epifani attribuisce la maggiore responsabilità al governo, «che ha voluto dividere», ma poi aggiunge che «lo ha voluto anche la Confindustria». «Entrambi - spiega - hanno fatto un errore imperdonabile». Su questo fronte ha insistito molto anche Rinaldini: «L'accordo firmato è brutto, e per quanto ci riguarda non siamo disponibili ad applicarlo. Però siamo venuti con spirito unitario: Cisl e Uil accettino di sottoporlo al voto dei lavoratori, e se loro diranno sì, allora noi firmeremo quell'accordo». Rinaldini ha aggiunto che «è importante che la Cgil abbia chiesto il referendum, e siamo a uno spartiacque: è chiaro che d'ora in poi tutti gli accordi, per tutte le categorie, dovranno essere chiusi con un voto unitario».Sul tema della democrazia, è tornato quindi anche Epifani, rivolgendosi a Cisl e Uil: «Possiamo avere opinioni diverse, ma è proprio questo il momento di andare davanti ai lavoratori e farli votare. Che senso ha chiamarli a esprimersi solo quando siamo d'accordo?». Sempre sul fronte democrazia, ma estendendola a tutto il Paese, Epifani ha attaccato la misura della Lega che permette di denunciare gli immigrati, e le ronde: «Chi mi assicura che una ronda non attaccherà l'altra? Avremo ronde di diversi partiti? Potenziamo piuttosto la sicurezza pubblica». Poi, contro le ultime uscite del presidente Berlusconi, ha detto che la Cgil «difenderà la Costituzione con le unghie e con i denti».Altri riferimenti ai progetti del governo li hanno fatti Rinaldini e Podda. Il segretario Fiom ha messo in guardia rispetto al consiglio dei ministri che si terrà tra 10 giorni, quello che si propone di riformare il diritto allo sciopero: «Vogliono far passare gli accordi separati inibendo anche il diritto di sciopero. E' un disegno contro la democrazia». E Podda: «Nel pubblico impiego i lavoratori stanno bocciando nei referendum gli accordi separati, ma il governo mantiene un'impostazione autoritaria, e ha in mente di dare gli aumenti solo se e quando sono disponibili delle risorse. Ma non faremo passare il ministro Brunetta. Ci devono dare risposte sui 60 mila precari che perderanno il posto in questi mesi: siamo per la stabilizzazione, ma intanto almeno proroghino i contratti ed estendano a tutti gli ammortizzatori».
Come ormai è conseutudine il Presidente del Consiglio prima spara a salve sul Presidente della Repubblica Napolitano e minaccia di cambiare la costituzione e poi come se nulla fosse smentisce quanto affermato. Bossi difende la carica istituzionale del Presidente ma nel contempo grida ogni giorno "Roma ladrona". D'Alema, a cui la figura di alter Veltroni sta piuttosto stretta, ritorna a parlare di riforme condivise. Ma a che gioco stiamo giocando? ecco una breve rassegna del teatrino politico a cui abbiamo assistito in questi giorni dai palinsesti di programmi sempre più vuoti di contenuti e pieni di starlette, tette e culi.
Il premier Silvio Berlusconi, ospite di Maurizio Belpietro a 'Panorama del giorno' torna a specificare di non aver "mai attaccato né il il Capo il Stato né la Costituzione" a proposito del decreto, poi ritirato, sul caso Englaro. "Non c'è niente di più falso - prosegue Berlusconi - ho una cordialità di rapporti con Napolitano e il presidente del Consiglio non ha alcun interesse" che questo rapporto con "il Capo dello stato" si incrini.
Inoltre, il premier sottolinea di non aver mai attaccato la Costituzione: "Io non ho mai attaccato la Costituzione, anzi semmai l'ho difesa". Berlusconi, come già detto nei giorni scorsi, ribadisce che "la Costituzione non è un moloch" e che "i cassetti del Parlmento sono pieno di progetti per cambiarla fatti dalla sinistra" che, secondo il Cavaliere, "ancora una volta mistifica la realtà per nascondere la mancaza di progetti credibili per l'Italia e per la Sardegna".
Le dichiarazioni di Berlusconi arrivano dopo che ieri Umberto Bossi ha precisato che il presidenzialismo "è possibile solo a patto di mantenere l'equilibrio tra i poteri". "Noi - ricorda il leader della Lega - l'avevamo messo nella devolution perché c'era quell'equilibrio. La difficoltà è proprio realizzare questa condizione".
Sulle polemiche sull'uso dei decreti legge da parte del governo, il Senatur ha sottolineato che Giorgio Napolitano è "figura di garanzia". E' dunque giusto che il capo dello Stato "sia argine verso il governo e il potere di decretazione: c'è una storia - avverte il ministro per le Riforme - che non si può cancellare ed è giusto che ci sia un equilibrio dei poteri".
Quanto alla volontà del governo di cambiare la carta sul tema dei decreti, il leader della Lega assicura: "non ho mai sentito Berlusconi dire che voleva cambiare la Costituzione" in questo campo.
Sulla necessità delle riforme è tornato ieri anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale il Paese ha bisogno "di una corale assunzione di responsabilità da parte della generalità delle forze politiche, nel rispetto della distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, per la realizzazione delle riforme che sono necessarie, indispensabili al Paese".
Un invito a riprendere la strada del dialogo è venuto ieri anche dal presidente di Italianieuropei, Massimo D'Alema, che ricordando l'azione politica di Giuseppe Tatarella, ha rimarcato: 'Bisogna allora che i riformisti riprendano il cammino se vogliamo che quell'arrivederci alle riforme, con cui Tatarella salutò l'esito negativo della Bicamerale con un misto di amarezza e ottimismo diventi realtà. Bisogna ricominciare a dialogare - ha sottolineato l'ex ministro degli Esteri - non per il gusto del dialogo ma guardando ai grandi problemi del Paese e cercando di ascoltare e di capire le ragioni degli altri''.
Ribadisco, ma a che gioco stiamo giocando?
Inoltre, il premier sottolinea di non aver mai attaccato la Costituzione: "Io non ho mai attaccato la Costituzione, anzi semmai l'ho difesa". Berlusconi, come già detto nei giorni scorsi, ribadisce che "la Costituzione non è un moloch" e che "i cassetti del Parlmento sono pieno di progetti per cambiarla fatti dalla sinistra" che, secondo il Cavaliere, "ancora una volta mistifica la realtà per nascondere la mancaza di progetti credibili per l'Italia e per la Sardegna".
Le dichiarazioni di Berlusconi arrivano dopo che ieri Umberto Bossi ha precisato che il presidenzialismo "è possibile solo a patto di mantenere l'equilibrio tra i poteri". "Noi - ricorda il leader della Lega - l'avevamo messo nella devolution perché c'era quell'equilibrio. La difficoltà è proprio realizzare questa condizione".
Sulle polemiche sull'uso dei decreti legge da parte del governo, il Senatur ha sottolineato che Giorgio Napolitano è "figura di garanzia". E' dunque giusto che il capo dello Stato "sia argine verso il governo e il potere di decretazione: c'è una storia - avverte il ministro per le Riforme - che non si può cancellare ed è giusto che ci sia un equilibrio dei poteri".
Quanto alla volontà del governo di cambiare la carta sul tema dei decreti, il leader della Lega assicura: "non ho mai sentito Berlusconi dire che voleva cambiare la Costituzione" in questo campo.
Sulla necessità delle riforme è tornato ieri anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale il Paese ha bisogno "di una corale assunzione di responsabilità da parte della generalità delle forze politiche, nel rispetto della distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, per la realizzazione delle riforme che sono necessarie, indispensabili al Paese".
Un invito a riprendere la strada del dialogo è venuto ieri anche dal presidente di Italianieuropei, Massimo D'Alema, che ricordando l'azione politica di Giuseppe Tatarella, ha rimarcato: 'Bisogna allora che i riformisti riprendano il cammino se vogliamo che quell'arrivederci alle riforme, con cui Tatarella salutò l'esito negativo della Bicamerale con un misto di amarezza e ottimismo diventi realtà. Bisogna ricominciare a dialogare - ha sottolineato l'ex ministro degli Esteri - non per il gusto del dialogo ma guardando ai grandi problemi del Paese e cercando di ascoltare e di capire le ragioni degli altri''.
Ribadisco, ma a che gioco stiamo giocando?
Per comprendere la commedia dell'equivico che ha come attore principale il Berluska, riporto quanto affermato dal premier circa una riforma della Carta costituzionale:
"è necessaria perché è una legge fatta molti anni fa sotto l'influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello". Serve un chiarimento sulla lettura della Costituzione, ha proseguito, ma non per andare verso una riforma presidenziale, "casomai è l'inverso, e dall'altra parte che si vogliono attribuire dei poteri che secondo l'interpretazione mia e del governo non sono del capo dello Stato ma semmai spettano al governo".
Sapreste dirmi a che gioco stiamo giocando
Etichette: politicando
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