Dopo un lungo viaggio da Roma in pullman in circa 45 persone si sono recate al parlamento europeo per promuovere un incontro con i parlamentari: la particolarità è che più della metà sono utenti dei servizi di Salute mentale e anche familiari, che come si sa, hanno assunto ruoli “politici” nel senso di un protagonismo nella società civile per le questioni intorno alla salute mentale.
Già nel maggio 2005, organizzata da Psichiatria Democratica Lazio, anche allora “44 matti”, utenti, familiari, operatori e giornalisti si recarono a Strasburgo per sensibilizzare il Parlamento europeo affinché gli Stati membri adottassero misure di legge in linea con la nostra 180 del 1978, meglio conosciuta come “Legge Basaglia”.
In seguito, nel settembre 2006 il Parlamento europeo ha adottato una Risoluzione sul “miglioramento della salute mentale della popolazione – verso una strategia sulla salute mentale per l'Unione europea”.
Ancora, nel giugno 2008 a Bruxelles, l'Unione europea ha approvato il Patto europeo per la salute mentale. Più recentemente il Parlamento europeo, con una Proposta di Risoluzione ha sottolineato la necessità di un “Piano di azione europeo per la salute mentale e il benessere dei cittadini”.
In linea con queste iniziative e in netto contrasto con le proposte di legge che attualmente giacciono nel Parlamento italiano - tese ad una radicale riforma della legge 180 – il viaggio a Bruxell e l'incontro con i parlamentari della sinistra europea con utenti e familiari ha come scopo il sostegno del Piano di azione europeo e per difendere la 180 dagli attacchi attuali. La diffusione dei principi di democrazia, civiltà e pace, contenuti nella legge 180, così come la de-stigmatizzazione dei malati mentali - anche attraverso i mass media - incidono direttamente sulla salute dei cittadini italiani ed europei. L'iniziativa è degna di nota, soprattutto perché i protagonisti sono gli stessi utenti che non soltanto un tempo sarebbero stati “accantonati” in manicomio, ma anche perché insieme ai familiari sono diventati veri e propri soggetti “politici”, e in quanto tali, in grado di fare proposte di solidarietà nei confronti dei “colleghi” europei ancora rinchiusi nei loro manicomi. La spinta del primo viaggio a Strasburgo venne proprio dagli utenti che, venuto a sapere della sopravvivenza dei manicomi in Europa, vollero incontrare lo stesso Borrel allora Presidente e lasciargli un quadro con Franco Basaglia e Marco Cavallo di cartapesta costruito dai pazienti e simbolo della liberazione dal giogo manicomiale, chiedendogli di fare qualcosa di significativo per la loro sorte..
L’istituzione manicomiale vede negli anni ’50 oltre 100mila cittadini internati. I manicomi svolgono una funzione prevalente di contenitore sociale di una serie di problemi diversificati, la popolazione è costituita non soltanto da persone con disturbi mentali, ma anche da disabili gravi e gravissimi, disadattati sociali, emarginati, alcoolisti. C’è perfino chi nasce in manicomio e vi trascorre tutta la vita. Il ricovero, quasi sempre deciso da altri, è obbligatorio e spesso dura fino alla morte, in quanto non esistono stimoli o soluzioni alternative. Il criterio per l’internamento non è la malattia mentale ma la pericolosità o il "pubblico scandalo" ed è quindi evidente che la funzione del manicomio è solo in minima parte di "cura”.A partire dalla seconda metà degli anni ’50 le attività di assistenza psichiatrica in tutto l’Occidente sono attraversate dal movimento di de-istituzionalizzazione, che pone in discussione il manicomio e apre il dibattito rispetto a nuove modalità di presa in carico dei pazienti psichiatrici. In Italia il movimento anti-istituzionale nasce soprattutto a Gorizia e Trieste, grazie all’iniziativa di Franco Basaglia. Ciò che egli teorizza ed attua negli anni 60/70 diventa patrimonio della psichiatria internazionale La nuova cultura antimanicomiale introduce concetti quali il decentramento, la territorialità, la continuità terapeutica tra ospedale psichiatrico e territorio, il lavoro in équipe, la formazione per la creazione di nuove competenze professionali che mettano in grado gli operatori di lavorare sia nella struttura ospedaliera, che in ambulatorio, che al domicilio e nelle strutture di accoglienza intermedia fra l’ospedale e la famiglia. Si fa strada anche l’idea della prevenzione, con il lavoro nella comunità, nell’ambiente di vita e di lavoro dei cittadini, un lavoro rivolto non soltanto ai malati mentali ma anche alle cause che minacciano al salute mentale di tutti.
Emerge un’altra linea fondamentale, quella di partire dall’organizzazione sanitaria di base, e non dall’Ospedale Psichiatrico, fornendo alternative al ricovero in ospedale e collegando la lotta contro il manicomio con quella per il servizio sanitario nazionale e la riforma dell’organizzazione sanitaria. I protagonisti dell’esperienza italiana furono principalmente gli psichiatri; l’associazionismo dei familiari in Italia, contrariamente a quanto avviene in altri Paesi, nasce parecchi anni più tardi, al varo della 180. Nel 1968 la Casa Editrice Einaudi pubblica "L’Istituzione negata", vero e proprio manifesto del movimento antiistituzionale italiano.

« La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere » (Franco Basaglia).

La legge 180
La legge 180, Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia (dal suo promotore in ambito psichiatrico, Franco Basaglia) è una nota e importante legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente la legge confluì nella legge 833/78 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale.
La legge fu una vera e propria rivoluzione culturale e medica, basata sulle nuove (e più "umane") concezioni psichiatriche, promosse e sperimentate in Italia da Franco Basaglia.
Prima di allora i manicomi erano poco più che luoghi di contenimento fisico, dove si applicava ogni metodo di contenzione e pesanti terapie farmacologiche e invasive, o la terapia elettroconvulsivante (che per alcuni casi viene tuttora utilizzata).
Le intenzioni della legge 180 erano quelle di ridurre le terapie farmacologiche ed il contenimento fisico, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati da ambulatori territoriali.
La legge 180 demandò l'attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private (18%) o delle strutture di altre province (27%).
Di fatto solo dopo il 1994, con il Progetto Obiettivo e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la chiusura effettiva dei manicomi in Italia.
Nonostante critiche e proposte di revisione, la legge 180 è ancora la legge quadro che regola l'assistenza psichiatrica in Italia.

Sabato 21 febbraio ha avuto luogo un'assemblea del circolo PRC di Castellammare del Golfo. Molta la carne al fuoco. In particolare tre temi sono stati affrontati con passione: immigrazione, sanità siciliana e lavoro. Due di questi temi saranno oggetto di discussione, così come deciso dal circolo, durante un'assemblea pubblica che dovrebbe avere luogo tra due settimane: la questione della sanità siciliana e il problema dell'immigrazione. Contestualmente all'iniziativa pubblica sarà inaugurat la campagna tesseramentoal Partito della Rifondazione Comunista.

Segue un invito di Haidi Giuliani a tesserarsi per il PRC.

Non si risale una montagna da soli
di Haidi Gaggio Giuliani
su Liberazione del 22/02/2009

"Oggi sento la necessità di un partito organizzato e di farne parte"

Scorro in internet la rassegna stampa: la Palestina non si trova più nelle prime pagine dei grandi giornali, tra le notizie importanti. Nessuna sorpresa: altre popolazioni martoriate non ci sono addirittura mai arrivate. Quasi per caso nella vecchia posta ritrovo alcune foto scattate a Tulkarem, tre anni fa, quando sono andata ad assistere alle elezioni con ragazzi e ragazze dei Giovani Comunisti; siamo in gruppo e sorridenti, qualcuno tiene il braccio sollevato, la mano stretta a pugno: un gesto identitario? Sono successe molte cose in questi tre anni; i social forum, che erano la nostra speranza, nati dallo spirito di Genova 2001, si sono per lo più disciolti come neve al sole; alcuni di quei ragazzi sono andati "oltre", dove non mi è chiaro e, quel che è peggio, temo non sia chiaro neppure a loro stessi. Siamo di fronte a una gravissima crisi economica frutto di venti anni di politiche liberiste che hanno precarizzato il lavoro, tagliato i salari e accresciuta la ricchezza di ladri ed evasori. Le fabbriche chiudono; i lavoratori continuano a morire. Non c'è sicurezza per loro. Rischia di scomparire il Contratto nazionale di lavoro, scompaiono cioè le garanzie collettive sui salari e sui diritti, conquistate in tanti anni di lotte. In cambio ricompaiono i manganelli contro gli operai, a Pomigliano, contro i lavoratori dell'Innse a Milano. Non c'è sicurezza per chi difende il proprio territorio, la vita dei propri figli: linea dura delle forze dell'ordine contro i No dal Molin a Vicenza, città d'arte con coprifuoco militare. Come in Valsusa, si pretende di gestire con la forza la pacifica contestazione degli abitanti. Ma la "grande informazione" non ne parla. Non c'è sicurezza neanche per le donne nelle vie delle nostre città e, soprattutto tra le pareti domestiche, perché non saranno certamente leggi più repressive, a difenderle, bensì una cultura più diffusa, una maggiore attenzione ai problemi delle persone, maggiore partecipazione alla vita nelle città. «Ser culto es el único modo de ser libre» , ricordava José Martí nell'ottocento, ma qui la cultura viene umiliata ogni giorno, la scuola pubblica impoverita: è meglio non allevare giovani cittadini capaci di pensare con la propria testa perché potrebbero un giorno diventare uomini e donne davvero liberi. Non c'è più neppure la speranza di poter morire in pace. In cambio ritornano le leggi razziali. Assistiamo quotidianamente a colpi di mano contro la giustizia e la civiltà: medici trasformati in spioni contro gli ammalati più poveri, tanto poveri da non possedere nemmeno un documento; legalizzate le ronde; proibito indagare negli affari di lorsignori. Vengono votate in Parlamento leggi ordinarie che svuotano di significato la Carta costituzionale. In questo panorama l'opposizione a volte cinguetta con la maggioranza, a volte balbetta; quello che un tempo era il blocco sociale della sinistra si va sbriciolando.E allora io ho sentito, sento la necessità di un partito organizzato, e di farne parte. Un partito con le idee chiare. Che conosca le proprie radici e sappia anche riconoscere i propri errori; determinato a stare sempre dalla parte delle persone più deboli, sfruttate, derubate dei propri diritti, violentate nel corpo e nella vita. Voglio stare in un'organizzazione capace di discutere con forza al proprio interno e poi dichiarare apertamente quello che pensa e lavorare per raggiungere gli obiettivi individuati; capace di intervenire dove si apre un conflitto; e che quando decide di stare al fianco di grandi movimenti spontanei, come di piccole realtà, poi non li abbandona; capace altresì di denunciare le contraddizioni e di dare vita a nuovi conflitti. Voglio un partito determinato a risvegliare coscienze, disposto sempre a confrontarsi e a collaborare con altre organizzazioni, tutte le volte che è possibile; senza preconcetti ma senza nessun cedimento: un partito con le idee chiare, appunto. E voglio che il mio partito si faccia maestro e sappia fare scuola: deve sapere prima di tutto ascoltare i ragazzi e le ragazze, senza promettere facili carriere politiche ma insegnando con rigore sia la teoria come la pratica quotidiana. Perché è vero che moltissimi giovani sono nauseati dalla politica e pensano che non valga la pena di agire in una società come la nostra ma noi dobbiamo riuscire a dimostrare, come dicono le Madri argentine, che l'unica battaglia persa è quella che si abbandona. Ci riusciremo se sapremo essere onesti; se sapremo mettere da parte personalismi, leaderismi… Non si risale una montagna, non si conquista una cima da soli: si vince tutte e tutti insieme; ognuno con il proprio zaino, con il proprio carico di ricchezze e di errori, ma insieme. Ecco, così penso alla mia Rifondazione. Ma se voglio davvero che sia sempre più così, e sempre più grande, ci devo stare dentro. E lavorare.

Non si vive di sole sanzioni

Qualunque processo educativo necessita di tempi lunghi spesso non conciliabili con le esigenze di ua ordinanza sindacale. Detto questo e premettendo che la raccolta differenziata è un atto fondamentale per la crescita di una comunità, volevo porre l'accento sulla natura tutta sanzionatoria del provvedimento che non incentiva il cittadino a differenziare meglio e di più ma è pronto a "punirlo" qualora non lo facesse. Visto che per anni siamo stati abituati e non educati a differenziare i rifiuti, ritengo che una politica di incentivi del tipo meglio differenzi meno paghi possa portare dei miglioramenti alla raccolta differenziata promossa dall'amministrazione Bresciani. Perche non si vive di sole sanzioni e perchè la politica deve avere anche un ruolo educativo.
Giacomo Galante

Io penso che il nodo fondamentale della campagna elettorale che ci troveremo ad affrontare nelle prossime settimane sia quello della crisi economica. Credo che la campagna che abbiamo fatto contro la soglia di sbarramento del 4% sia stata giusta e necessaria, anche perché andava spiegata l'operazione politica fatta dal PD, è però altrettanto necessario oggi cambiare registro.
Sono fortemente convinto che il punto centrale sul quale dobbiamo focalizzare la nostra attenzione riguardi la connessione tra cosa si decide a livello europeo e la vita delle persone nel contesto della crisi; dobbiamo evidenziare come tra questi due livelli intercorra una relazione stretta. Ci siamo detti più volte che le politiche nazionali da sole non sono in grado di modificare le variabili di fondo del quadro macroeconomico; è del tutto evidente che il livello europeo è quello in cui possiamo interagire significativamente per cambiare le cose e per depositare una serie di questioni che riguardano il come uscire a sinistra dalla crisi economica. Sottolineo questo elemento della centralità della risposta alla crisi perché a mio parere non c'è ancora una consapevolezza sufficiente dentro il nostro partito. Serve un salto di qualità. Questa crisi è destinata a durare a lungo e per la sua natura intensa e profonda è destinata a cambiare le condizioni di vita di milioni di persone. In Italia perderanno il lavoro più di un milione di persone, di questi la metà non ha nessun ammortizzatore sociale. I 3.5 milioni e mezzo di immigrati regolari in Italia rischiano di perdere anche il permesso di soggiorno. Tanti rischiano di perdere la casa.
Dobbiamo smettere di percepirci come "ciò che è rimasto" di una certa fase politica e sociale, il cui unico orizzonte è un lungo deserto da attraversare, resistendo, nella speranza di incontrare un'oasi. Non è così. Da una guerra di posizione siamo passati a una guerra di movimento, il cui fulcro è la crisi economica e sociale che modifica in modo brutale le relazioni tra le persone e tra queste e la politica. E' dalla nostra capacità di agire in questo mutamento repentino - non ancora compiutamente realizzato - che dipende l'efficacia della nostra proposta politica. Dalla risposta a questa sfida dipende se il ruolo dei comunisti nella prossima fase sarà significativo o puramente residuale perché incapace di interagire concretamente con le dinamiche sociali e le sue problematiche.In questo senso Berlusconi coglie meglio di noi la sfida; non da nessuna risposta vera alla crisi ma usa la crisi per spostare a destra dell'asse politico del paese: sul piano delle relazioni sociali, sul piano istituzionale e su quello della formazione del senso comune. Berlusconi prova a capitalizzare politicamente la paura per scardinare la Repubblica. L'attacco alla magistratura, la delegittimazione della stessa, così come l'attacco al Presidente della Repubblica puntano direttamente a una modifica costituzionale che porti alle elezioni diretta del Presidente della Repubblica: una specie di sovrano che in nome del mandato popolare non abbia più limitazioni di poteri ma possa "comandare".
Questa offensiva si può fermare ma occorre agire con chiarezza. Mentre spieghiamo che le proposte di Berlusconi non servono a risolvere la crisi, che questa è frutto della compressione dei salari, dei diritti dei lavoratori e dello smantellamento del welfare, dobbiamo avanzare una nostra proposta per la soluzione della crisi. Dobbiamo far vivere nel dibattito politico e nel corpo sociale del paese alcune proposte precise: la redistribuzione del reddito dall'alto in basso, il rilancio del welfare e dei diritti; il salario sociale per i disoccupati e la generalizzazione degli ammortizzatori sociali per tutti coloro che perdono il posto di lavoro, ribadendo che nessuno e nessuna dentro questa crisi deve rimanere abbandonato a se stesso; l'intervento pubblico in economia per una riconversione ambientale e sociale della stessa.Noi dovremmo tentare di coniugare queste poche parole d'ordine chiare con una capacità di stare dentro i conflitti, costruire il movimento a partire dal rafforzamento della mobilitazione sindacale, costruire una vasta opposizione alle politiche di governo e Confindustria.
Dobbiamo fare una campagna elettorale per le elezioni europee in cui la chiarezza delle proposte concrete evidenzi le battaglie politiche da fare a livello europeo per rovesciare la linea economica e sociale sin qui perseguita sulla scia di Maastricht. Dobbiamo contribuire a evidenziare il nesso tra le decisioni di Bruxelles e le condizioni di vita della gente. Questo ci permetterebbe di spiazzare una campagna elettorale impostata su un dibattito tutto politicista tra i diversi schieramenti italiani. Dobbiamo far sapere a tutti che i grandi scontri tra Veltroni, Berlusconi e Di Pietro, a livello Europeo, dove si prendono le vere decisioni, si risolvono nel fatto che gli eletti e le eletti dall'uno e l'altro schieramento si ritrovano a votare le stesse risoluzioni nell'80 per cento dei casi. Veltroni, Berlusconi, Casini, D'Alema, Di Pietro votano assieme questioni centrali come la direttiva Bolkenstein. Dovremmo tentare secondo me di fare una campagna elettorale che scavalchi in basso e in alto, il politicismo dominante. Una campagna molto sulle cose concrete che proponiamo e sulle implicazioni politiche di queste proposte a livello europeo.
Un altro punto importante in questa fase riguarda la durata della campagna elettorale. Propongo che la campagna elettorale sia una tappa di una "campagna di primavera", più ampia, che si apra all'inizio di marzo e si concluda a giugno. In questo arco di tempo dobbiamo essere in grado di impostare i nodi di fondo di una campagna incentrata sull'uscita a sinistra dalla crisi nel tentativo di far passare oggi i nostri messaggi che poi la campagna elettorale vera e propria avrà il compito di richiamare e rafforzare. Una lunga campagna di primavera sulla crisi deve quindi essere il primo impegno che assumiamo.

La nostra proposta politica
In questo contesto si colloca la proposta politica che avanziamo su come presentarci alle elezioni europee. Da un lato è una proposta che avanziamo a tutta la sinistra sociale, culturale, politica; non è una proposta che seleziona solo qualche interlocutore. Dall'altra è una proposta netta e chiara, non generica: la collocazione nel GUE e il partire dal simbolo di Rifondazione Comunista. Tale chiarezza è un elemento che io reputo necessario perché se la crisi funziona come moltiplicatore di confusione, il fatto di avere delle idee e delle strategie precise risulta essere decisivo per avere una qualche efficacia. Senza idee ben chiare e senza alcuni punti fermi, è impossibile raccogliere forze e voti, come ha dimostrato la vicenda dell'arcobaleno. Il documento che vi presentiamo propone quindi una chiara direzione di marcia.
Innanzitutto proponiamo di fare una lista che faccia riferimento al GUE/NGL. Quindi una lista che si ponga con tutta nettezza l'obiettivo di rafforzare il gruppo della sinistra unitaria a livello europeo come gruppo che è non solo autonomo ma ha una politica alternativa a quella del partito socialista europeo. Noi siamo radicalmente contrari alla logica e ai contenuti della grande coalizione e abbiamo una linea diversa e alternativa a quella del PSE o alle logiche trasversali dei verdi. Ogni singolo deputato eletto è necessario per riuscire a riformare il GUE/NGL e sarebbe un vero disastro se venisse meno come esperienza.Proponiamo di fare una lista unitaria che nasca dal confronto con altri soggetti politici sociali e culturali. Vogliamo ragionare con tutti i soggetti interessati a rilanciare sul terreno europeo il progetto dell'alternativa. La nostra è quindi una proposta aperta, in cui il simbolo di Rifondazione viene messo a disposizione di tutti coloro che vogliono proporre una uscita da sinistra dalla crisi. Riassumendo, una proposta molto qualificata politicamente ma completamente aperta nella sua costruzione.In terzo luogo, la nostra iniziativa politica per le elezioni europee parte dal programma della Sinistra Europea che abbiamo votato qui in direzione tutti assieme. E' un punto molto avanzato di elaborazione e io credo vada valorizzato anche per il fatto che aggrega varie formazioni politiche europee intorno a un documento unico; ci permette di fare una battaglia comune a livello Europeo. In questo senso io credo che dentro questa lunga campagna di primavera, che sfocia nelle elezioni, noi dovremmo valorizzare al massimo le relazioni che abbiamo con gli altri partiti della Sinistra Europea. Cominceremo da sabato dove sarà presente il coordinatore di Izquierda Unida in una iniziativa che si fa a Perugia, seguiranno tra gli altri, il segretario del Synaspismos, e il co-presidente della Die Linke Bisky. Intrecciare i rapporti con la dimensione internazionale non può che rafforzarci.Proponiamo di partire dal simbolo di Rifondazione Comunista. Dentro la confusione in cui versa la sinistra bisogna evitare di produrne altra proponendo nuovi simboli, irriconoscibili nel giro di pochi mesi. Credo che il simbolo di rifondazione sia quello più affermato all'interno della sinistra italiana e quello che esprime meglio i contenuti che vogliamo veicolare: è figlio di un ragionamento sulle due sinistre e sulla capacità di stare dentro al movimento altermondialista. Il simbolo di rifondazione esprime meglio di altri la consapevolezza che il terreno dell'alternanza e il terreno dell'alternativa non coincidono e si ripropone il terreno dell'alternativa come terreno su cui depositare la nostra iniziativa politica.
Da domani dobbiamo avanzare questa proposta politica per costruire, in un tempo contenuto - un mese - questo percorso di confronto nei territori, con le aggregazioni locali, con le altre forze politiche. Occorre avviare un percorso per configurare in modo partecipato programma e modalità di presentazione. Dobbiamo cioè di darci uno spazio per lavorare e costruire questa presentazione di una lista di rifondazione che sia però non solo la lista del Partito della Rifondazione Comunista.
E' evidente che questa proposta non coincide con altri progetti che sono stati prospettati in queste settimane. Non coincide con l'ipotesi di cartello, che rischia di replicare la Sinistra Arcobaleno, caratterizzato dalla sommatoria di sigle in assenza di un profilo politico chiaro. Al tempo stesso la proposta che avanziamo è cosa diversa dall'accordo tra Prc e Pdci che avanza il compagno Diliberto; quella proposta ha a mio parere un vizio di politicismo, è caratterizzato dalla sommatoria di due partiti e soprattutto si presta moltissimo, ad essere semplicemente dipinta come una operazione residuale di ceto politico. Il nostro obiettivo è quello di mettere al centro un progetto politico chiaro e una modalità di relazione forte tra livello della politica e quello dell'aggregazione sociale e di movimento.
Sottolineo che questa posizione può avere una sua efficacia nella misura in cui, se la direzione decide di approvarla, il gruppo dirigente, la agisce unitariamente, la fa vivere nel paese con un comune sentire. Quella che vi proponiamo ha l'ambizione di essere una proposta politica unitaria che può superare in avanti quelle sin qui proposte nell'ambito della sinistra. Dobbiamo usarla per uscire da uno schema difensivo in cui tutto viene riferito ai problemi della sinistra; la sinistra deve chiedere di essere votata a partire dalla sua capacità di rispondere alla nuova realtà generata dalla crisi.E' del tutto evidente che la nostra gente può votare a sinistra se saremo credibili sui contenuti che avanziamo, non se chiediamo semplicemente di salvare la sinistra. Le elezioni dello scorso aprile ne sono un esempio più che eloquente.
Io non vi propongo solo di approvare l'ordine del giorno, ma di approvare un profilo che sia assolutamente unitario, che provi a far vivere nel corpo sociale questa proposta politica. Corrisponde al nostro progetto politico: non settario e auto-referenziale ma chiaro, aperto e partecipato, in alto e in basso.

Sintesi delle conclusioni di Paolo Ferrero
Poche cose dopo questa discussione largamente convergente. Rocchi e altri/e compagni/e propongono, sia pure con uno spirito non troppo dissimile da quello del documento, di fare un cartello unitario su un nuovo simbolo. Capisco il senso della proposta, ma vedo questa discussione troppo simile a quella avvenuta sulla sinistra arcobaleno, tutta interna alla relazione tra gli stati maggiori dei partiti e indeterminata nel suo profilo. In definitiva difensiva. Penso che al contrario dobbiamo lanciare la nostra proposta unitaria, aperta a tutta la sinistra, partendo molto dalle relazioni sociali e dal vincolo dell'appartenenza al GUE.
Parimenti mi pare chiaro che la nostra proposta è diversa da quella del Pdci. La nostra proposta è rivolta a tutte le soggettività della sinistra di alternativa e non solo a quelle comuniste e vuole aprire un cammino di confronto con tutte le realtà che si muovono nella società sul terreno dell'alternativa. Le discriminanti che noi poniamo non sono di tipo ideologico ma politico, relativamente alla collocazione e alla proposta da avanzare per uscire dalla crisi. Dobbiamo proporre un cammino unitario a tutta la sinistra antagonista, di classe, comunista, altermondialista, che abbia una prospettiva di alternativa rispetto alla linea politica del Pd e delle socialdemocrazie. Non proponiamo solo l'unità tra i comunisti o l'unità tra partiti, anche se è evidente che anche a questi è rivolta e spero determini interesse e convergenze. La prima cosa che chiederà un centro sociale piuttosto che un Comitato locale a cui avanzeremo questa proposta, sarà di dar vita ad un processo partecipato vero e noi dovremo rispondere positivamente a questa esigenza. Ne va della qualità politica della nostra proposta, che deve essere seccamente di sinistra ma altrettanto compiutamente partecipata e democratica nella sua costruzione. La differenza tra la nostra proposta e altre proposte unitarie non deve risiedere nel grado di apertura ma semplicemente nell'indirizzo politico che noi vogliamo pienamente autonomo dal PD e dalle socialdemocrazie europee.
Credo quindi che il vero lavoro politico nelle prossime settimane consiste nel far vivere nell'interlocuzione a 360 gradi questa nostra proposta unitaria, per arrivare ad una definizione precisa nell'arco di un mese.

Il dramma di Lampedusa e gli errori di Maroni.

Russo Spena: Lampedusa, gravi responsabilità Maroni

mercoledì 18 febbraio 2009
Dichiarazione di Giovanni Russo Spena, responsabile Giustizia del Prc.

I gravi fatti accaduti oggi (ieri per chi legge) a Lampedusa sono esclusiva responsabilità del governo. Gli errori del ministro Maroni sono enormi. In nome di una propaganda securitaria e razzista da rivendicare al suo operato, mette in pericolo persone e vite umane. E' stato Maroni a volere, di fatto, il sovraffollamento del cpt di Lampedusa e permettere che crescessero in esso disperazione e disordini. Quando la delegazione di parlamentari europei aveva visitato il cpt giorni fa aveva subito parlato di emergenza umanitaria, denunciando la assoluta mancanza del rispetto delle più elementari norme di sicurezza, all'interno di quella struttura.
Maroni deve rispettare i termini degli accordi internazionali cui aderisce l'italia, così come l'accoglimento delle richieste di asilo politico e di ricongiungimento familiare. Lampedusa è un dramma figlio della propaganda razzista del governo.
Ufficio stampa Prc

Dire che le manovre di questo governo sono razziste è troppo? o troppo poco?
Ecco cosa è successo ieri nel "lager" di Lampedusa.
Lampedusa, scontri tra migranti e polizia. Un incendio devasta il Cie (ex cpt): 24 feriti

Sedata la rivolta, ma i danni alle strutture sono ingenti. La tensione nata dopo il rimpatrio coatto di 107 tunisini.

Tensione a Lampedusa, con una nuova tentata rivolta degli immigrati chiusi nel Centro di identificazione ed espulsione. Nella struttura sono scoppiati violenti scontri tra immigrati e forze dell'ordine, quando alcuni tunisini hanno tentato di sfondare i cancelli per scappare. I feriti sono 24: 22 tra poliziotti e carabinieri hanno riportato contusioni o sono rimasti intossicati; due immigrati sono invece ricoverati per le esalazioni del fumo. Dopo gli stranieri hanno ammassato materassi, cuscini e arredi dando fuoco alla struttura in tre punti diversi: si è sviluppato un vasto incendio che ha causato molti danni. Il capannone centrale è stato distrutto e l'incendio ha colpito anche altri edifici. Sei le squadre in azione, oltre a un elicottero della Guardia di finanza: le fiamme sono state domate con grossi sforzi, a causa del vento.
RIMPATRIO COATTO - Nella confusione alcuni ospiti del Cie, forse alcune decine, sono scappati ed è scattato l'inseguimento. La rivolta, poi sedata, è nata dalla protesta di circa 300 tunisini, che hanno anche iniziato uno sciopero della fame contro il rimpatrio coatto di 107 loro connazionali, avvenuto martedì. Nella struttura di Lampedusa, trasformata dal Viminale da Centro di prima accoglienza e soccorso a Centro di identificazione ed espulsione, si trovano 863 immigrati, in gran parte tunisini
SINDACO: «COLPA DEL GOVERNO» - Il sindaco De Rubeis accusa il governo e chiede la rimozione del ministro dell'Interno Maroni, «responsabile del fallimento totale dell'operazione»: «Le fiamme sono arrivate a 10 metri di altezza, una nube tossica sprigionata dai pannelli coibentati sta raggiungendo il paese, chiedo l'immediata evacuazione della struttura. Grazie all'opera svolta dal ministro Maroni si è corso il rischio che a Lampedusa potesse accadere una strage sia tra gli immigrati, sia tra le persone che lavorano all'interno del centro e tra la popolazione. Ha trasformato il centro in un lager, gli immigrati sono esasperati». Il sindaco sta predisponendo un'ordinanza per vietare l'uso dell'acqua potabile piovana, raccolta nelle cisterne, «in quanto potrebbe essere stata inquinata dalla nube tossica sprigionata dall'incendio». De Rubeis è stato sentito martedì nella Procura di Agrigento in merito all'inchiesta relativa alle condizioni di vita e di salute nel Cie di Lampedusa.
APPELLO DELL'UNHCR - Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr (l'agenzia dell'Onu per i rifugiati) ha fatto un appello al governo: «Abbiamo sollecitato un intervento del Viminale perché è pericoloso lasciare nel Cie migranti e operatori vicino alle fiamme e al fumo. È necessario approntare misure urgenti per spostare le persone per ridurre il numero intossicati e ustionati. È una situazione che covava da settimane, fin dagli atti di autolesionismo. C’è una grossa tensione per i rimpatri, i migranti si sentono persi e tentano il tutto per tutto».

"Moriranno" tutti democristiani?

Riporto le dichiarazioni di Enrico Letta (esponente di spicco del PD) che auspica un accordo con l'UDC per fare uscire il PD dalla crisi. In Sicilia significherebbe accordarsi con Cuffaro, Mannino e tanti altri. Moriranno tutti democristiani?


Cerco un centro di gravità permanente.

Il ministro ombra del Lavoro (esponente di spicco del PD) non nasconde le critiche non solo alla gestione del partito in questi mesi, ma anche alle regole interne del partito. «Sabato - spiega - parleranno tutti gli eletti dell'assemblea costituente: sono i portatori, insieme a Veltroni, di quel volere dei 3 milioni e mezzo di italiani che votarono alle primarie. Il potere è nelle mani dell'assemblea, purtroppo in questi mesi tra i tanti errori c'è stato anche quello di approvare uno statuto barocco e schizofrenico, un mix di masochismo e di autolesionismo, che è parte integrante di questo psicodramma». «Anche questa dello statuto -sottolinea Letta- è un esempio di una storia nella quale abbiamo inanellato errori che puntualmente vengono fuori: errori di posizionamento politico, di amalgama che non è riuscito come è stato detto, di disattenzione del partito verso i suoi militanti ed errori di alleanze». A questo punto però non c'è tempo per il congresso e si andrà al voto per rinnovare il Parlamento europeo con un reggente: «Temo di sì, ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Se è così andiamo alle europee con Franceschini e dopo al congresso».
«Senza un'alleanza con l'Udc non andiamo da nessuna parte - ha detto Letta - Tra le ultime ultime elezioni, l'unica che abbiamo vinto è stata quella della Provincia di Trento, ed eravamo alleati con l'Udc. La politica ha delle regole molto ferree».

Seguono le dichiarazioni del segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero

Fallimento di una politica, non di un uomo.
mercoledì 18 febbraio 2009
di Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc

Il risultato delle elezioni sarde ha reso evidente il fallimento del progetto politico del Pd. Non l'errore di un leader, ma la crisi organica di un progetto politico che copre un arco temporale lungo. E' la strategia nata dal progetto occhettiano di scioglimento del PCI e caratterizzata da un progressivo spostamento al centro che si mostra fallimentare. Con questo fallimento occorre fare i conti in modo non propagandistico. Anche perché il risultato sardo colpisce pesantemente un'esperienza di governo che nel bene e nel male non rappresenta certo uno dei frutti peggiori del Pd. Anzi. Il centrosinistra ha fallito non per imperizia di qualche dirigente ma proprio perché il suo progetto politico non è in grado di prefigurare una via di uscita dalla crisi. Così, anche le cose buone fatte da Soru - penso alla legge sulla tutela del territorio - si sono ritorte contro un centrosinistra che non è riuscito a dare uno sbocco positivo al drammatico problema della disoccupazione. Anche la speculazione edilizia può essere vista come un'ancora di salvezza in una condizione in cui manca il lavoro.

La sconfitta sarda ci pone quindi il problema di fondo. Il centrosinistra è nato e cresciuto in simbiosi con la globalizzazione capitalistica. Di quella globalizzazione ha assunto le culture e i valori: dal liberismo temperato alla centralità dell'impresa. Di fronte alla crescente insicurezza sociale prodotta dal quel modello di sviluppo, insicurezza diventata vero e proprio terrore dentro la crisi economica, il centrosinistra non è stato in grado di dare alcuna risposta credibile. Al contrario la destra ha usato l'insicurezza sociale come un'arma per fomentare la guerra tra i poveri e costruire su queste basi il suo consenso. La destra, di fronte alla crisi ha detto: la coperta è corta, è bene che restino fuori i piedi degli altri, immigrati in primo luogo; se si deve sacrificare un po' di libertà e democrazia, pazienza. Su questo ha vinto la destra.

Di fronte alla crisi la destra propone uno sbocco barbarico. il Pd non ha proposto nulla. Nel suo ultimo piano contro la crisi non è nemmeno stato in grado di porre la questione della redistribuzione del reddito, che è con ogni evidenza il problema più grande che abbiamo dinnanzi.
In questa situazione è bene, a sinistra, evitare illusioni che vedo pericolosamente affacciarsi.

Da questa crisi non si esce con un cambio di leadership. Non è un problema di nomi, né è sufficiente, come al gioco dell'oca, tornare indietro di qualche casella, magari riscoprendo i Ds al posto del Pd. Il problema è che tutto il gruppo dirigente che ha operato per sciogliere il Pci si è identificato con la gestione della globalizzazione liberista ed è andato in crisi proprio nella crisi della globalizzazione.

Un anno e mezzo fa è saltato Prodi, oggi Veltroni, domani chi? Questa crisi strategica non si risolve con i giochi di sponda con le correnti interne al Pd o con qualche belletto. Questa crisi non si risolve nemmeno con una rinnovata intesa tra Pd e sinistra. Il fallimento dei due governi Prodi, così come la giunta di Soru è li a dimostrarlo. Quello che manca oggi non sono le relazioni tra le due sinistre o un nuovo centrosinistra. Quello che manca è la credibilità di una sinistra di alternativa che sappia elaborare e declinare credibilmente una proposta di uscita dalla crisi. Una proposta alternativa alle ricette liberiste e "riformiste". Per questo Rifondazione Comunista lavora alla costruzione di una sinistra di alternativa, anticapitalista e comunista, non subalterna alla crisi del Pd, capace di costruire con la Cgil, il sindacalismo di base, la moltitudine di comitati locali, l'opposizione sociale nel Paese. E formulare proposte che diventino parole d'ordine di massa: redistribuzione del reddito, ammortizzatori sociali per tutti, intervento pubblico nell'economia, rilancio del welfare. Si tratta di promuovere un movimento generale, consapevole che dalla crisi non si esce con i sacrifici, ma con la radicale messa in discussione degli attuali assetti di reddito e di potere.

Nessuna scorciatoia, quindi. Il gruppo dirigente del Pd non ha sbagliato linea, ma la strategia di fondo, da vent'anni a questa parte. Costruire un progetto e una sinistra alternativi a questa fallimentare strategia è il compito che noi di Rifondazione abbiamo dinnanzi, sul piano sociale, su quello culturale come su quello elettorale. Lavorarci da subito è tanto più necessario per costruire un punto di riferimento che alla crisi del Pd opponga una risposta in avanti, in Italia come in Europa.

Il fallimento del progetto del PD

A forza di voler correre da solo il PD ha distrutto la sinistra e rafforzato il PDL da cui si distingue solo per una L in meno. Da quì la necessità di uscire a sinistra rafforzando il progetto di una forza volta alla trasformazione della società. Segue un'ampia rassegna stampa.


Sardegna, Berlusconi vince, sinistra anticapitalista oltre il 4%
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc

La sconfitta elettorale in Sardegna dimostra che l'ondata berlusconiana non solo non si arresta ma che è lungi dall'infrangersi e che se mancano risposte di uscita da sinistra dalla crisi economica i risultati, come dimostrano i dati del Pd, non possono che essere disastrosi.
Il risultato ottenuto dalla lista di Rifondazione comunista è buono ma soprattutto è da sottolineare come l'esito delle elezioni sarde dimostri che la sinistra che vuole fare la sinistra e che vuole dire la sua, dall'Italia all'Europa, e unire tutta la sinista in una prospettiva comunista, anti-liberista e anticapitalista è abbondantemente sopra la soglia di sbarramento del 4% visto che tali sono i risultati delle forze che si richiamano a questa prospettiva.
Del tutto incosistenti, invece, risultano tutte le ipotesi che volevano fare da ponte verso il Pd, prive di progetto, identità e forza.
Ufficio stampa Prc


Le radici lontane della sconfitta
di Giuseppe Quaranta
su Aprile online del 17/02/2009

Non è più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico. Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale. Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale.

Renato Soru è stato sconfitto. Anche la Sardegna sarà governata da Berlusconi. Il vento di destra continua a soffiare, forte più che mai. Il Pd e il suo progetto ignavo e bipartisan vengono per l'ennesima volta sconfitti. Le liste comuniste e di sinistra, tutto sommato mostrano timidi segnali ripresa, anche se il travaglio interno alle stesse ne ostacola il rafforzamento politico-elettorale. Ma non è a causa di errori soggettivi che le ultime elezioni sono state regolarmente vinte dalla destra. In Italia si è creata l'ennesima anomalia: negli ultimi anni nella gran parte del resto d'Europa, il governante viene sconfitto e vince l'opposizione. A prescindere da chi sia l'uno piuttosto che l'altro. In Italia no. Ormai vince sempre la destra e non più solo la destra politica, ma la cultura di destra, vera ed unica vincitrice in questa fase storica. E' evidente come sia quanto mai urgente e necessaria una forte riflessione, nelle forze della sinistra come nel Pd. Limitarsi ad analizzare la superficie non serve a niente. Il problema non è più del singolo candidato, della singola campagna elettorale o del fatto che i partiti sono divisi e litigiosi. Credo che non sia più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico (elementi che pure hanno nella loro reale e concreta quotidianità la loro importanza, sia chiaro). Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale.Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale, ma ha origini ben più lontane. E' il prodotto di diversi errori e sconfitte, politiche come culturali degli ultimi venti-trent'anni. O proviamo - in un percorso lungo e difficile - a ribaltare la "cultura" degli italiani - e specie dei ceti che vogliamo rappresentare - a partire ovviamente da noi e dalle nostre pratiche concrete o non saranno sufficienti cambi di linea politica, se non per risultati di mera e fragile resistenza, fragile quanto vacua. Nell'epoca della massmediacità eletta ormai a collante di un popolo, del trionfo del voyerismo televisivo, del singolo che mette se stesso davanti anche a...se stesso ( ! ) è dura far vivere un pensiero ed una cultura di sinistra, di sincera solidarietà.
Questa cultura, questo trionfo dell' "io " sopra ogni cosa, ha permeato tutti i settori della società. E dato che anche i partiti, comunisti, di sinistra, di centro-sinistra sono un pezzo reale della società, ne hanno subito l'attacco e in parte ne sono anche stati permeati, chi in misura maggiore e chi in misura minore, naturalmente. L'individualismo, anche " collettivo " è ormai insito anche dentro noi. Non è un caso quindi che le cordate, le fazioni presenti nei partiti - spesso senza reale ragione d'essere - sono a volte strumenti per salvaguardare "singoli interessi collettivi" del tal gruppo a scapito dell'altro. Ma in realtà, sono entrambe destinate ad essere sconfitte. Quindi è fondamentale partire dal ricostruire una idea di cultura di sinistra viva, che per essere tale deve essere diffusa, radicata. Nelle coscienze, nella vita anche privata, nei rapporti personali. Oggi purtroppo non è cosi. E il problema è che tutti noi stiamo provando, ciascuno dal suo punto di vista e di azione politica, ad utilizzare "ricette " più o meno vecchie in una società che è ormai completamente diversa, altra rispetto a quella in cui quelle " ricette" sono nate. Dobbiamo sì lavorare per dare concrete risposte politiche ai problemi reali, ma se questo lavoro non viene affiancato ad una analisi ed un lavoro più profondo, più sottile, ma sicuramente più strategico, saremo destinati per chissà quanto tempo alla sconfitta. E a fare la nostra, forse ultima battaglia contro la peggiore delle riforme: quella che definitivamente toglierà il "noi" dal nostro vocabolario.
Segreteria Prc-SE federazione di Bologna


Grassi: «La sinistra comunista supera la soglia del 4%»
Dichiarazione di Claudio Grassi

I risultati delle elezioni in Sardegna dimostrano, per quanto riguarda la sinistra, in modo evidente che - come e' gia' avvenuto in Abruzzo - i risultati delle formazioni che si richiamano alla sinistra comunista, anticapitalista e antiliberista superano abbondantemente la soglia di sbarramento del 4 per cento, surclassando ampiamente il dato complessivo della Sinistra arcobaleno alle ultime politiche". Lo dice Claudio Grassi, numero due del Prc, che aggiunge: "Un motivo in piu' per costruire la lista unitaria della sinistra comunista e anticapitalista alle elezioni europee, una lista aperta e unitaria che, a partire dal simbolo di Rifondazione, sappia portare in Europa le battaglie di tutta la sinistra".agenzia AGI :: 17/02/2009
I risultati della sinistra anticapitalista

Rifondazione comunista 3,09% 21.332
Rosso mori 2,36% 16.327
Comunisti italiani 1,97% 13.62o
La sinistra 1,53% 10.559
Rocchi: Sardegna, tenuta sinistra ma forte astensionismo. Serve cartello elettorale unitario su alcune discriminanti
Dichiarazione di Augusto Rocchi, esponente Rifondazione per la Sinistra e membro Direzione nazionale Prc

Il risultato elettorale in Sardegna con la sconfitta di Soru è una ulteriore conferma di un forte consenso politico/culturale a Berlusconi ed alle politiche del centro/destra. Tutto ciò è favorito dalla mancanza di una opposizione portatrice di un forte progetto alternativo di risposta alla crisi e di trasformazione della società.
La pesante sconfitta del PD ne è una evidente dimostrazione. Ma anche il risultato delle forze di sinistra di alternativa, se pur registra una tenuta nel dato percentuale, è segnato nei voti assoluti da un aumento dell'astensionismo. Perciò lancio un allarme a tutta la sinistra: sediamoci intorno ad un tavolo e verifichiamo seriamente sulla base di alcune chiare discriminanti programmatiche alternative alle politiche neoliberiste la possibilità di dar vita alle Europee ad un cartello elettorale unitario per ridare voce e speranze ai tanti che non si vogliono arrendere.
Ufficio stampa Prc
Ferrero: Veltroni, soldiarietà umana ma fallimento linea politica priva obiettivo cambiamento società. Ora aggregare sinistra comunista e anticapitalista
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc

Esprimo innanzitutto la mia solidarietà umana a Walter Veltroni. Le sue dimissioni da segretario del Pd non rappresentano il fallimento di una persona, ma di un progetto politico. E cioè il fallimento di quel progetto cominciato con lo scioglimento del Pci e che ha scelto la strada del progressivo spostamento in ambito sempre più moderato e liberale dei Ds prima e del Pd poi.
Il fatto è che le destre si sono nutrite dell'insicurezza prodotta dalla globalizzazione e poi aggravata dall'attuale crisi prodotta da quegli stessi effetti, per governare il Paese e che il Pd ha rinunciato a porsi il problema di qualsivoglia ipotesi di trasformazione sociale.
Oggi il problema che abbiamo di fronte è come aggregare una sinistra che sappia indicare con nettezza la via di uscita dalla crisi del capitalismo e dai suoi effetti. Non un accrocchio di piccoli ma un progetto politico serio e compiuto di una sinistra comunista e anticapitalista che non si fa ingabbiare nel terreno dell'alternanza ma si batte per il progetto politico di alternativa. La prima parola d'ordine di tale alternativa è una sola: la crisi la devono pagare i ricchi.
Ufficio stampa Prc
Bonadonna: Sardegna, fallimento progetto veltroniano. A sinistra serve processo di riaggregazione
Dichiarazione di Salvatore Bonadonna, membro Direzione e presidente del collegio nazionale di garanzia del Prc.

Il risultato elettorale della Sardegna conferma il fallimento del progetto veltroniano proprio perchè strutturalmente legato agli interessi del mercato e speculativi quali quelli che hanno costretto Soru alle dimissioni.
Le diverse forze della Sinistra debbono decidere se avanzare in ordine sparso con risultati risibili o decidere finalmente per un processo di aggregazione su una piattaforma anticapitalista libertaria e imperniata sulla difesa della uguaglianza della libertà e della democrazia repubblicana. Occorre dare un segnale immediato per evitare che il crollo del PD trascini anche la Sinistra verso un tunnel senza uscita.
Ufficio stampa Prc

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